Ci sono Festival che si decidono con una nota. E Festival che si decidono con una cifra. Quest’anno la cifra è 31%. Trentuno per cento di voti non validi nella serata finale. Un numero che, se lo guardi distrattamente, sembra solo statistica. Se lo osservi bene, diventa un retroscena.
Per capire cosa è successo davvero bisogna tornare indietro di qualche ora, quando il primo televoto della finale aveva consegnato un dato chiaro: Sal Da Vinci era in testa. Il pubblico lo aveva scelto. Senza filtri, senza mediazioni. Un consenso netto, che sembrava indirizzare la serata verso un esito quasi scritto.
Poi qualcosa si è inceppato
Nella fase finale a 5, quella in cui entrano in gioco tutte le componenti di voto, Sal Da Vinci non era neppure nei primi tre. Non era in testa in nessuna delle tre classifiche decisive. Non dominava la sala stampa, non guidava la giuria, non risultava primo nel mix conclusivo. Era piaciuto a molti, sì. Ma non era il leader indiscusso di nessuna categoria.
Ed è lì che, nei corridoi e nelle chat interne, qualcuno ha iniziato a parlare di “golpetto”. Un tentativo di ribaltare l’inerzia del televoto sfruttando il peso delle altre giurie. Un gioco già visto, si sussurra, ma mai dichiarato. In sala stampa, del resto, la scelta era andata altrove: i giornalisti avevano premiato Ditonellapiaga. Proprio lei, che nella sua canzone aveva ironizzato sui media, quasi prendendoli in giro. Un voto che qualcuno ha letto come un gesto di indipendenza, altri come una risposta orgogliosa.
E poi c’era l’altra variabile, quella che avrebbe acceso un incendio mediatico. Con il solo voto popolare, la vittoria sarebbe andata a Sayf. Uno scenario che avrebbe spaccato il pubblico e probabilmente generato polemiche a non finire. Invece il sistema misto ha prodotto un equilibrio diverso, più complesso, meno lineare.
Ma il vero punto interrogativo resta quel 31%
Nel 2025, con lo stesso regolamento generale, i voti non validi nella finale erano stati appena il 3%. Quest’anno quasi uno su tre è stato annullato. Una differenza enorme. Cosa è cambiato? Nella sessione finale a 5, lo scorso anno da ogni telefono si potevano effettuare tre chiamate e quindi tre preferenze. Quest’anno, invece, una sola chiamata e un solo voto. Una modifica che ha ridotto il margine di “correzione” per chi sbagliava.
E soprattutto, un dettaglio tecnico che potrebbe aver fatto la differenza: i codici dei cantanti sono stati cambiati rispetto all’edizione precedente. Molti spettatori, abituati a numeri ormai memorizzati, potrebbero aver digitato codici sbagliati. Voti finiti nel nulla. Preferenze evaporate in una frazione di secondo.
È solo questo? O c’è stato un effetto domino più ampio, tra confusione, fretta e tensione da finale? La sensazione è che una parte del pubblico non abbia compreso fino in fondo la modifica, contribuendo a gonfiare quella percentuale anomala.
Eppure, nonostante tutto, il “colpo di mano” non è riuscito
Perché alla fine, nel momento decisivo, la somma delle componenti ha riportato Sal Da Vinci dove il primo televoto lo aveva già collocato: al vertice. Ha vinto lui. Ha conquistato il Festival. Il tentativo di ribaltare l’esito, ammesso che ci sia stato, si è infranto contro un consenso trasversale che, pur non risultando dominante in ogni singola classifica, era abbastanza solido da reggere l’urto.
Il paradosso è tutto qui: per ore è sembrato che la vittoria potesse scivolargli via, diluita tra percentuali e strategie. Poi, nel conteggio finale, il pubblico e il sistema hanno prodotto lo stesso nome. Resta però la fotografia di una serata che non è stata solo musica. È stata matematica, regolamento, interpretazione. È stata la dimostrazione che a Sanremo il palco racconta una storia e le tabelle ne raccontano un’altra. E che basta un 31% per trasformare una finale in un mistero. Alla fine Sal Da Vinci ha alzato il trofeo. Ma il retrogusto di quella percentuale, nei corridoi dell’Ariston, continuerà a farsi sentire ancora a lungo.







