Sanremo non finisce mai davvero. Si spegne il palco, si smontano le scenografie, si archiviano le polemiche. Ma poi, all’improvviso, suona un telefono. E da quella tasca, da quella borsa, da quella scrivania d’ufficio parte un ritornello che racconta una storia precisa: il Festival continua a vivere nella quotidianità di milioni di italiani.
Secondo un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different, 1,9 milioni di persone hanno impostato una canzone del Festival di Sanremo come suoneria del cellulare. Un numero che fotografa un legame culturale che va oltre la classifica finale, oltre la vittoria ufficiale, oltre la settimana televisiva. Perché Sanremo, nel tempo, diventa colonna sonora personale.
In cima a questa speciale classifica c’è Olly con Balorda nostalgia, scelta da quasi 180.000 italiani come suono delle chiamate in arrivo. Un dato che racconta quanto il brano abbia intercettato una generazione che vive il Festival non solo davanti allo schermo ma anche nello smartphone. Subito dietro, distanziata di pochissimo, Giorgia con La cura per me: oltre 152.000 telefoni squillano con la sua voce. Un risultato che conferma la capacità dell’artista di attraversare le edizioni e rimanere nella memoria collettiva.
Sul gradino più basso del podio – ma con un peso simbolico fortissimo – c’è Arisa con La notte. Più di 118.000 suonerie per un brano del 2012, definito da molti la “vincitrice morale” di quell’edizione. Sono passati 14 anni dall’uscita, ma il tempo, evidentemente, non ha intaccato la forza emotiva della canzone. Anzi, l’ha trasformata in un classico contemporaneo.
Il dato più interessante, però, è che non sono solo le canzoni vincitrici a conquistare le tasche degli italiani. La storia del Festival è piena di brani che non hanno trionfato all’Ariston ma hanno vinto altrove: nelle radio, nelle playlist, nelle vite delle persone. Vita spericolata di Vasco Rossi, che nel 1983 si classificò penultima, è oggi un inno generazionale. Musica leggerissima di Colapesce e Dimartino non vinse nel 2021, ma è diventata un tormentone nazionale. E poi evergreen come Piazza Grande di Lucio Dalla o Maledetta primavera di Loretta Goggi, che continuano a risuonare a distanza di decenni.
La suoneria è un gesto piccolo ma rivelatore. Non è solo una scelta estetica: è un modo per dichiarare un’identità, un gusto, un ricordo. Quando un telefono squilla con un pezzo sanremese, racconta qualcosa di chi lo possiede. È nostalgia, è appartenenza, è ironia, è amore per un ritornello che non si è mai davvero spento.
Il Festival, in questo senso, è molto più di una gara canora. È un archivio emotivo collettivo. Ogni edizione lascia tracce che si depositano negli anni. E anche quando le polemiche si dissolvono e i riflettori si spengono, resta quella melodia che, all’improvviso, interrompe una riunione o una cena tra amici. Sanremo in tasca, letteralmente.
Il dato dei 1,9 milioni dice anche un’altra cosa: il Festival continua a essere trasversale. Non appartiene solo a una generazione o a un target televisivo. Vive nelle cuffie, nelle playlist, nei social e nelle notifiche quotidiane. È popolare nel senso più pieno del termine.
E forse è proprio questa la sua forza. Non solo la gara, non solo lo share, non solo la classifica finale. Ma la capacità di entrare nella vita reale, di trasformarsi in un suono che accompagna le giornate. Sanremo può finire sul palco. Ma per quasi due milioni di italiani continua a squillare.







