Quanto costa davvero Sanremo 2026: i cachet di Conti, i rimborsi ai Big, gli ospiti e la macchina pubblicitaria che porta alla Rai decine di milioni

Sanremo continua a fare quello che alla Rai riesce sempre meno con il resto del palinsesto: trasformare la televisione in una macchina che macina ascolti, soldi e attenzione collettiva. Il punto non è lo scintillio dei lustrini. Il punto è il bilancio. E nel 2026 il Festival torna a mostrarsi per quello che è: un’azienda temporanea, accesa cinque sere, capace però di produrre margini da grande evento globale.

Partiamo dalla domanda che tutti fanno sottovoce: quanto costa Sanremo 2026? La stima che circola per la spesa complessiva è nell’ordine dei 21–22 milioni di euro, in crescita rispetto ai circa 20 milioni dell’edizione 2025. Dentro c’è tutto ciò che non si vede: produzione televisiva, scenografie, personale, logistica, sicurezza, affitto dell’Ariston, trasporti, ospitalità, regia e l’esercito di professionisti che lavora per mesi per consegnare un prodotto che, in diretta, deve sembrare “naturale”. La voce “costi”, in questo caso, non è un numero astratto: è una somma di contratti, trasferte e tecnologie che devono funzionare al primo colpo, perché a Sanremo non esiste il “rifacciamo”.

Ora il lato che conta davvero: quanto incassa la Rai. Dopo i 65 milioni raccolti con la pubblicità nell’ultima edizione, il 2026 viene raccontato come un ulteriore scatto in avanti, trainato da listini alzati di circa il 5% e da una domanda che non cala mai, perché Sanremo resta l’ultimo evento generalista in grado di fermare il Paese. Nel 2025 ha viaggiato su una media di 12,5 milioni di spettatori a sera e ha coinvolto complessivamente oltre 38 milioni di italiani: numeri che oggi nessun altro programma avvicina e che trasformano ogni secondo in una merce rarissima. La previsione più accreditata, mettendo insieme l’aumento dei prezzi e l’inerzia degli ascolti, porta la raccolta pubblicitaria attorno ai 75 milioni di euro. Traduzione contabile: se i costi restano poco sopra i 20 milioni, il margine lordo supera i 50 milioni. È qui che si capisce perché Sanremo “non pesa sul canone”: si paga da solo e, soprattutto, finanzia il resto.

Ma non tutti i milioni sono uguali. La parte più redditizia non è lo spot classico infilato nel break. Il vero jackpot è quando la pubblicità entra nello show. Una telepromozione da 60 secondi, piazzata nel cuore della serata, può superare i due milioni di euro. È il prezzo dell’attenzione, non dell’aria. E l’attenzione ha una geografia precisa: nella fascia d’oro, tra le 21.45 e le 22.45, un passaggio da 15 secondi supera con naturalezza i 150 mila euro e nei picchi vola oltre i 300 mila. Poi la curva scende, non perché Sanremo “non funzioni”, ma perché cambia la densità del pubblico: dopo le 23.30 e oltre mezzanotte l’audience cala, pur restando superiore a quella di qualunque altro programma. La regola è chirurgica: ogni minuto ha un prezzo, ogni prezzo segue la tenuta emotiva della platea.

A questo punto arriva la curiosità più popolare, quella che fa discutere più delle canzoni: chi prende cosa sul palco. Per i cantanti in gara il meccanismo è meno dorato di quanto si creda. Non c’è un cachet vero e proprio: ci sono rimborsi spese, che nel 2026 salirebbero a 75 mila euro per i Big e a 25 mila per le Nuove Proposte. Il vincitore non incassa nulla: porta a casa la statuetta, e il resto se lo gioca fuori dall’Ariston, tra streaming, concerti, passaggi radio, contratti e visibilità. Sanremo, per loro, è soprattutto un acceleratore di fatturato differito: la settimana sul palco è la vetrina, l’incasso vero arriva dopo, se la canzone “attacca”.

Diverso il discorso per chi regge la macchina e ne garantisce il ritmo. Carlo Conti, che è sotto contratto Rai anche per altri programmi, per la settimana sanremese viene indicato in una forbice tra i 500 e i 600 mila euro. È una cifra che fa rumore, ma va letta dentro un sistema: se il Festival produce un margine lordo superiore ai 50 milioni, il compenso del conduttore-direttore artistico è una voce importante, sì, ma non determinante. Gli ospiti di punta, invece, possono arrivare a compensi vicini ai 100 mila euro: il prezzo dell’apparizione, della performance, dell’evento nell’evento, spesso calibrato per generare titolo il giorno dopo e picchi di conversazione in tempo reale.

C’è poi un altro livello, quello che spiega perché Sanremo è diventato una piattaforma più che un programma. Oggi il Festival non finisce con la sigla: vive su streaming, rimbalza sui social, continua su YouTube e su Vevo per settimane. Questa coda digitale non è un accessorio: è una parte strutturale della monetizzazione e della permanenza del brand. In pratica la Rai non vende solo cinque serate, ma un ecosistema: clip, highlight, backstage, performance che continuano a generare traffico e valore ben oltre l’Ariston.

E mentre la Rai fa i conti in casa, l’impatto economico si allarga fuori. La stima citata da un’analisi EY-Parthenon parla di oltre 252 milioni di euro di valore della produzione complessiva generata dall’edizione 2026, quasi 96 milioni di Pil e più di 1.300 posti di lavoro equivalenti. Non è solo la musica: sono alberghi pieni, ristoranti, trasporti, servizi, ma anche un indotto che nasce dalla pubblicità e dalle spese organizzative. È un mini-sistema industriale acceso per pochi giorni, capace però di lasciare tracce per mesi.

La conclusione, se proprio bisogna chiamarla così, è brutale: dietro le canzoni e le polemiche, Sanremo è una macchina economica quasi perfetta. Costa relativamente poco rispetto a ciò che incassa, paga se stesso e aiuta la tv pubblica a restare in piedi. Altro che canzonette: qui si parla di milioni veri, e di un evento che, per una settimana, diventa il centro di gravità dell’Italia.