Ha vinto Sal. Bene. Viva Sal. Il pubblico ha parlato, l’Ariston ha tremato, le zie hanno pianto e le mamme hanno mandato il messaggio vocale nel gruppo WhatsApp: “Finalmente una bella canzone!”. Tutto giusto. Tutto legittimo. Tutto molto italiano.
Ora però c’è un piccolo dettaglio. L’Eurovision.
Perché Sanremo è il nostro salotto buono, con i centrini all’uncinetto e il divano coperto dalla plastica “che non si sa mai”. L’Eurovision è un rave diplomatico con le telecamere in 4K, i droni, i laser e performer che sembrano usciti da un laboratorio di estetica postumana finanziato dall’Unione Europea.
E noi cosa facciamo? Ci presentiamo con un pezzo neomelodico, romanticone, orgogliosamente tradizionale, figlio di una linea che da Mario Merola arriva dritta al televoto di provincia. L’Europa che vibra su beat scandinavi, coreografie cyberpunk e outfit progettati da architetti spaziali, dovrebbe restare ipnotizzata da una melodia che profuma di matrimonio a Portici nel 1997?
Attenzione: non è una questione di qualità. Sal è un professionista vero, ha voce, mestiere, pubblico. Ma l’Eurovision non è il Festival della canzone italiana con sottotitoli in inglese. È una gara geopolitica in paillettes. È suoni contemporanei, produzione chirurgica, impatto visivo che deve reggere TikTok, Instagram, meme e reaction su YouTube nel giro di trenta secondi.
L’anno scorso abbiamo mandato l’eccentrico Lucio Corsi. Prima ancora l’iperfigo Mahmood. Talenti veri, identità forti, visioni moderne. Risultato? L’Europa ci ha guardato, ha sorriso educatamente e poi è andata a votare altro. Gli unici che hanno davvero bucato lo schermo sono stati i Maneskin. Perché? Perché non sembravano un’esportazione folkloristica, ma un prodotto globale con la bandiera infilata in tasca, non sventolata come una tovaglia della trattoria.
E invece noi, ogni volta, torniamo al punto di partenza. “La tradizione”. “La melodia”. “Il cuore”. Tutte parole bellissime. Ma l’Eurovision non è una sagra patronale con orchestra dal vivo e mazzi di fiori lanciati dalla platea. È una macchina scenica feroce. Se non entri con un concept, un suono internazionale e una regia che spacca, ti ritrovi parcheggiato a metà classifica mentre la Finlandia canta in latex e la Svezia ti fa sembrare un karaoke.
Possiamo davvero presentarci con “Per sempre sì” sperando che in Estonia si commuovano? Che in Norvegia si alzino dal divano gridando “Mamma mia che passione!”? L’Europa non trema. L’Europa scrolla.
C’è poi un altro punto. L’Eurovision è politica pop. È storytelling. È narrazione contemporanea. È anche, volendo, provocazione. Sal incarna una linea rassicurante, romantica, tradizionale. Che funziona benissimo in Italia, dove l’idea di “canzone” è ancora un sentimento condiviso. Ma fuori? Fuori è un’altra partita.
Sanremo è il nostro specchio. L’Eurovision è la vetrina. E quando ti presenti in vetrina con il vestito della prima comunione mentre gli altri sfilano in haute couture digitale, il rischio non è perdere: è sembrare fuori tempo massimo.
Non è un attacco a Sal. È un dubbio sull’impianto. Forse dovremmo smettere di pensare che chi vince Sanremo sia automaticamente l’ambasciatore perfetto per l’Europa. Sono due mondi paralleli che ogni tanto si incrociano, ma non coincidono.
Sal ha vinto. Applausi. Fiori. Abbracci. Ma l’Eurovision non è l’Ariston con il Wi-Fi. È un’arena globale dove o sei contemporaneo o sei nostalgia.
E la nostalgia, fuori dai nostri confini, non la vota nessuno.







