di Lorenza Sebastiani
La prima puntata parte con un colpo al cuore e un colpo alla memoria. È Olly ad aprire le danze, e lo fa con “Balorda Nostalgia”, il brano che lo scorso anno ha conquistato tutto e tutti. In sala stampa si canta, e quando cantano i giornalisti significa che qualcosa è entrato sotto pelle. È un inizio che sa di celebrazione e di passaggio di testimone: il Festival che guarda al presente senza dimenticare il passato.
Poi si entra nel vivo della gara dei Big. La prima a rompere il ghiaccio è Ditonellapiaga: proposta interessante, identità chiara, una cifra dance che disturba quanto basta per farsi notare. Peccato che sui social il mantra sia già partito: “Non si capiscono le parole”. È il destino di chi osa giocare con suoni e produzione. Eppure è passata. Con lei, Arisa, con un brano dal tono quasi disneyano, Fulminacci, orgoglioso rappresentante della scena indie romana con un pezzo che ha il sapore di una passeggiata al Testaccio, Serena Brancale, che firma il momento più autenticamente commovente della serata con un omaggio alla madre scomparsa nel 2020, e il duo Fedez & Masini, autori e interpreti di “Male necessario”, cucito addosso al passato del rapper, con Masini a mettere la firma vocale e interpretativa. Sono loro cinque a passare il turno.
Nel mezzo, un ricordo che pesa come un macigno: il primo Festival senza Pippo Baudo. Il suo nome aleggia tra le poltrone dell’Ariston, come un fantasma gentile. E poi c’è Lei. Laura Pausini. Visibilmente emozionata, scende le scale accolta da un affetto quasi protettivo del teatro. In sala stampa, nei giorni precedenti, si era parlato di haters e del suo rapporto complicato con una parte del pubblico italiano. Nessuno è profeta in patria, si dice. Ma l’abbraccio dell’Ariston racconta un’altra storia. La sua perla? Dimentica un biglietto mentre deve recitare una filastrocca in turco con Can Yaman. Un inciampo tenero, che la rende ancora più umana. Promossa a pieni voti: preparata, naturale, bellissima.
Carlo Conti guida la macchina con l’aria di chi sta giocando una partita di calcetto tra amici. Rilassato, concreto, quasi chirurgico. Poco varietà? Sì, ma è la struttura della prima puntata a imporre il ritmo. Trenta canzoni non sono una passeggiata. Si corre, e Conti parte addirittura con tre minuti di anticipo sulla scaletta, riuscendo a mantenerli per gran parte della serata. È un Festival che bada alla sostanza, forse a scapito del guizzo.
Tra le sorprese, Can Yaman: parla italiano meglio di molti artisti in gara e tenta persino di far cantare la Pausini in turco. Disinvolto, leggero, perfettamente a suo agio. Poi il gesto simbolico: bacia la mano a Kabir Bedi, il Sandokan originale. Un passaggio di testimone pop, che funziona più di tante gag scritte a tavolino.
Il momento più potente? Gianna Pratesi, 105 anni, che ricorda di aver votato per la Repubblica nel 1946, a 26 anni. Racconta di avere una famiglia di sinistra. Per un attimo Conti sembra disorientato. Poi il Festival riparte, come sempre: tradizione e innovazione che si alternano senza mai fondersi davvero.
Tra i tradizionalisti brillano Patty Pravo e il super ospite Tiziano Ferro. Medley dei suoi successi, commozione autentica, e una battuta che è già titolo: «Il prossimo anno lo facciamo insieme Sanremo», dice rivolgendosi alla Pausini. Candidatura lanciata. Vedremo se sarà raccolta.
C’è spazio anche per l’incrocio generazionale: Samurai Jay tra gli innovatori, con un brano che odora già di tormentone estivo. Il cerimoniale resta immutato, ma manca quel passo di varietà che renda la serata memorabile. Domani si capirà meglio la natura di questo Festival. Se la libertà sarà davvero libertà o solo una forma elegante di vacuità.
La sala stampa applaude poco, ma quando lo fa è per Serena Brancale. E poi per Sal Da Vinci, sorprendentemente. Il pezzo del cantante napoletano, disimpegnato quanto basta per diventare eterno nei matrimoni dei prossimi trecento anni, raccoglie un’ovazione all’Ariston e, cosa più inattesa, anche tra i giornalisti. Con il televoto partenopeo dalla sua parte, potrebbe tentare il colpaccio.
Unico incidente tecnico: il microfono di Tredici Pietro non parte. Esibizione da rifare. Immaginiamo papà Morandi sul divano di casa in piena apnea. Ma è il male minore.
Resta una sensazione di fondo: un terzo dei cantanti è praticamente sconosciuto al pubblico più agé e popolare. Il risultato è un Festival a tratti ostico da leggere e un po’ lento da digerire. La prima puntata è sempre una maratona. La vera domanda è se, nelle prossime sere, questa maratona troverà anche uno scatto finale.







