Sanremo riparte tra Sandokan, politica e un Festival “cristiano e democratico”

Si accendono le luci dell’Ariston e, puntuale come una tassa di febbraio, torna il dibattito su cosa debba essere il Festival: spettacolo? specchio del Paese? terreno neutrale? o campo da gioco parallelo per la politica che dice di non volerci entrare ma poi un’occhiata la butta sempre?

La prima serata del Festival di Sanremo 2026 si apre con un ospite che non passa inosservato: Can Yaman. Non arriva come semplice presenza ornamentale, ma come uomo nel pieno del proprio momento professionale. Racconta di aver staccato dal set spagnolo per essere qui, di fidarsi di Carlo Conti, di sapere che lo guiderà. E lo dice con una sincerità quasi disarmante: “Condurre mi spaventa. Mi spaventa tutto, ma faccio finta di essere rilassato”.

In un’epoca in cui tutti dichiarano sicurezza e controllo, il fatto che un divo internazionale ammetta la paura è quasi rivoluzionario.

Yaman chiarisce anche il capitolo più chiacchierato delle ultime settimane: quel presunto arresto per cocaina in Turchia. La sua versione è netta: nessun caso, controlli di routine, come quelli che stanno facendo a molti. Fine della storia. Non dramma, non thriller giudiziario, solo la solita macchina mediatica che accelera prima dei fatti.

Dichiara di essere single – tra gli “ormoni della sala stampa”, come qualcuno ha ironizzato – e conferma che questa sera sul palco ci sarà anche Sandokan. Non solo in senso figurato: con lui arriva Kabir Bedi, il Sandokan originale. Passato e presente che si guardano negli occhi sotto le luci dell’Ariston.

Quanto alla seconda stagione della fiction Rai, Yaman è realistico: il successo della prima alza le aspettative, quindi serviranno budget diversi e tempi più lunghi. Lui avrebbe preferito girare tutto di fila, anche per una questione fisica – passare da 100 a 85 chili non è un dettaglio – ma in Europa le produzioni non funzionano come altrove. Per ora in estate girerà una commedia italiana dal titolo Bro: “Non ho mai fatto qualcosa del genere, cerco sempre novità”.

È un racconto coerente: uomo turco cresciuto nella cultura italiana, consapevole che cinque anni fa Sanremo non sarebbe stato il momento giusto. Oggi sì.

Ma se Yaman rappresenta il glamour internazionale, il vero baricentro resta Carlo Conti. Che mette le mani avanti sugli ascolti – “Non mi esalto quando le cose vanno bene, non mi abbatto per qualche punto in meno” – e definisce il suo Festival “cristiano e democratico”. Non democristiano, precisa a chi gliene chiede conto, ma cristiano per fede personale e democratico perché aperto a tutti.

Una formula che sembra un paradosso teologico, ma è anche un programma editoriale: niente due ore e mezza di proclami, qualche riflessione sì, ma nei testi, nelle canzoni. Non nei comizi.

Eppure la politica, come sempre, gira attorno al palco. Il Presidente del Consiglio liquida l’idea di una sua presenza come “fantascienza” e definisce FantaSanremo un gioco per appassionati del settore, poi invita la stampa a attenersi alle notizie reali. Subito dopo il Presidente del Senato La Russa interviene sul caso Pucci auspicando una sostituzione “riparativa”, per il comico autoescluso da minacce e commenti offensivi sul web.

Conti risponde con rispetto istituzionale: ascolta, considera, ma non introduce sostituti. Si è sentito con Pucci, gli ha proposto un video scherzoso, “ma non si può obbligare nessuno a partecipare”. Fine.

Il Festival prende formalmente le distanze dalla politica, ma la politica continua a orbitargli intorno. Non impone, suggerisce. Non ordina, commenta. È un corteggiamento permanente. Sanremo è troppo grande per essere ignorato e troppo popolare per essere neutrale.

Nel frattempo, la macchina produttiva Rai prepara la maratona: apertura con Olly, super ospite Tiziano Ferro, giuria della sala stampa al voto già dalla prima sera, Dopofestival che ci porterà fino all’una e mezza, forse alle due e mezza. Un ingranaggio televisivo che funziona come un’industria notturna della narrazione.

Sul palco questa sera salirà anche una signora di 105 anni, Gianna Capaldi Pratesi, simbolo di memoria storica e delle conquiste civili dell’Italia repubblicana, mentre si celebrano gli 80 anni del referendum del ’46. Coloro che hanno combattuto contro la cultura nazifascista sono sempre in noi, secondo Conti. Un messaggio che arriva senza proclami, ma con peso specifico.

Ci sono stati anche contatti con Celentano. Non sono andati in porto. Ma basta che il suo nome venga pronunciato perché si muova un’onda.

E allora cos’è davvero questa prima serata?

Un equilibrio instabile tra spettacolo e sottotesto, tra neutralità dichiarata e interferenze simboliche, tra paura confessata e sicurezza esibita.

Sanremo non è un parlamento, ma non è neanche un’isola. È un termometro. E stasera, mentre Sandokan entra all’Ariston e la politica fa finta di non guardare, la temperatura del Paese si misurerà anche lì.

Tra una canzone che fa soffrire e una battuta che smorza.

E come sempre, diremo che è solo musica.

Ma solo questo, non è lo è mai stato.

di Lorenza Sebastiani