Settantamila euro addosso e un sospetto in regia: i gioielli di Sayf accendono Sanremo 2026 e riaprono la guerra Rai contro la pubblicità occulta

Sanremo non è ancora iniziato e già si è comportato da Sanremo: ha trovato la sua prima miccia e l’ha accesa sul tappeto più fotogenico di tutti, il green carpet. La musica deve ancora partire, ma l’aria è già quella del Festival: una telecamera, un dettaglio, una deduzione, e il Paese si divide con disciplina. Tema dell’anno: i gioielli indossati da Sayf. Non un accessorio qualunque, ma un tris che fa rumore anche quando non tintinna: collana, orecchini e bracciale in oro giallo e diamanti. E soprattutto un nome che, per quanto tu possa provare a far finta di niente, resta riconoscibile come una firma in calce: Tiffany.

Il rapper si presenta con un primo look calibrato per farsi vedere senza chiedere permesso: pelliccia abbondante, styling curato da Carlotta Aloisi, e quella parure che spunta e si lascia scoprire quanto basta. Qui entra in gioco la matematica, disciplina crudele perché non ammette romanticismi: la collana, stando ai prezzi indicati sul sito ufficiale del marchio, viaggia intorno ai 50mila euro; il bracciale sui 17mila; gli orecchini circa 4.500. Totale: 71.500 euro addosso. È un numero che da solo fa notizia, perché è il tipo di cifra che, detta ad alta voce, cambia immediatamente il tono della conversazione. Non si parla più di stile, ma di potere. Non di moda, ma di messaggio.

E infatti, puntuale, arriva il déjà-vu. Dodici mesi fa era stato Tony Effe a finire nel frullatore per una collana “importante” riproposta con serena ostinazione. Stessa dinamica, stesso copione: non appena un artista porta sul corpo qualcosa che sembra gridare “marca”, Sanremo si trasforma nel tribunale del dettaglio. Da una parte chi liquida tutto come costume, scena, immagine, linguaggio dell’hip hop e del pop contemporaneo. Dall’altra chi annusa la parola proibita per la Rai: pubblicità occulta.

Perché il punto, qui, non è solo socio-culturale, anche se la faccenda ne è piena. Negli anni Novanta, l’archetipo era chiaro e quasi mitologico: la catena d’oro, il diamante, l’eccesso come certificato di riuscita. L’idea era “ce l’ho fatta” e lo dimostro. Quel codice, con tutte le sue ambiguità, non è sparito: si è evoluto, si è raffinato, è diventato strategia. Oggi il gioiello non è solo status, è narrazione. È un modo di occupare spazio, di costringere l’occhio a fermarsi, di far parlare del personaggio prima ancora che apra bocca. E Sanremo, che è un gigantesco amplificatore, su queste cose è un acceleratore perfetto: se vuoi che un’immagine faccia il giro del Paese, non esiste pista migliore.

Ma appena la scena diventa “brand riconoscibile”, la Rai scatta in modalità difensiva. Perché la pubblicità occulta al Festival non è un’ossessione astratta: è una ferita concreta, con precedenti e conseguenze. Negli ultimi anni l’azienda si è trovata più volte a gestire casi diventati scivolosi: la promozione indiretta associata a Instagram nell’edizione con Chiara Ferragni nel 2023 e, l’anno successivo, le inquadrature finite sotto la lente sulle scarpe di John Travolta. Ogni volta la reputazione ha preso un colpo e i conti hanno tremato: l’Agcom non è esattamente famosa per la poesia.

Ecco perché, nell’edizione 2026, la Rai avrebbe deciso di blindarsi con un giro di vite regolamentare: niente loghi riconoscibili, niente scritte, niente marchi in vista. Il dettaglio interessante è la catena delle responsabilità: in caso di violazione, non sarebbe più la Rai a pagare, ma le case discografiche, che diventano garanti dei propri artisti, o perfino l’artista stesso se l’iniziativa fosse “autonoma” e non concordata. Tradotto in italiano spiccio: la tv di Stato prova a spostare il rischio fuori dalla porta di casa. È un sistema che ha una sua logica, ma anche una domanda implicita: quanto puoi davvero controllare un palco che, per definizione, vive di imprevedibilità?

Qui entra l’altra faccia del problema, quella che rende la polemica quasi inevitabile. Perché è vero: puoi vietare i loghi, ma non puoi cancellare il riconoscibile. Un brand non è solo una scritta: è design, forma, stile, codice estetico. Ci sono linee che si leggono anche a distanza, colori che diventano identità, silhouette che funzionano come un’impronta digitale. Se un artista indossa un pezzo iconico, anche senza logo in bella vista, il pubblico — e soprattutto il pubblico di Sanremo, addestrato da anni a giocare a indovina-il-marchio — arriva alla risposta per deduzione. Non serve un cartellino: basta la cultura visuale.

Ed è qui che i gioielli di Sayf diventano la classica miccia perfetta: da un lato sono “solo” gioielli, dall’altro sono un marchio. Da un lato puoi dire “li avrà comprati”, dall’altro puoi sospettare “saranno in prestito”. È il punto che rende la discussione infinita: l’oggetto non è neutro, ma nemmeno automaticamente colpevole. Eppure, nel Festival che vive di simboli, il sospetto fa più rumore della certezza. Anche perché la cifra — 71.500 euro — spinge il discorso fuori dal perimetro dell’accessorio. Non è un anello discreto, è un manifesto.

In più, a Sanremo tutto è contesto. Il green carpet è la passerella dove si costruisce l’aspettativa, si piantano bandierine, si dichiarano intenzioni senza pronunciarle. Se il Festival è un racconto, quella è la copertina. E sulle copertine non esistono dettagli innocenti: ogni scelta sembra un messaggio, ogni messaggio diventa un indizio. La pelliccia “mimetizza” ma non nasconde, anzi: suggerisce che ci sia qualcosa da scoprire, come un trucco scenico fatto apposta per far avvicinare lo sguardo.

Nel frattempo la Rai, che si gioca tutto su un equilibrio delicatissimo tra spettacolo e regole, sa che basta una fotografia “troppo” chiara per far partire il domino: interrogazioni, richieste di chiarimenti, analisi al microscopio. E sa anche che, negli anni, il Festival ha smesso di essere solo un evento televisivo: è diventato un gigantesco ecosistema di contenuti, clip, frame, screenshot. Non esiste più la scena che passa e va via. La scena resta, viene ritagliata, rimbalzata, ingrandita. Il brand, se c’è, diventa virale senza che nessuno lo “inquadri” davvero.

La polemica sui gioielli, quindi, è meno frivola di quanto finga di essere. Perché parla di un nervo scoperto: chi controlla l’immaginario, chi lo monetizza, chi paga quando la linea si supera. E parla anche della trasformazione di Sanremo in un luogo dove ogni gesto è comunicazione, perfino il silenzio. Se le canzoni devono ancora cominciare, la partita dell’immagine è già in corso.

Resta un ultimo dettaglio, che Sanremo conosce benissimo: queste polemiche funzionano. Funzionano perché sono semplici, perché dividono, perché si possono riassumere in una frase. “Pubblicità occulta”. “Rapper in pelliccia e diamanti”. “La Rai non vuole pagare”. È un lessico che gira veloce, e gira ancora più veloce quando la musica non ha ancora avuto il tempo di parlare.

Così, prima ancora della prima nota, Sanremo 2026 ha già prodotto la sua prima storia. Un rapper, una parure Tiffany Titan disegnata da Pharrell Williams, una cifra che fa scena, e la Rai che si irrigidisce ricordandosi le scottature recenti. Le canzoni arriveranno e cambieranno il campo. Ma intanto, come sempre, il Festival ha fatto il suo mestiere: ha trasformato un accessorio in un caso nazionale, e un red carpet in un ring. E se domani la polemica sarà già altrove, questo dettaglio resterà vero: a Sanremo, perfino un bracciale può essere una miccia.