Arianna Fontana entra nella leggenda: oro olimpico nella staffetta mista, l’Italia vola sul ghiaccio di Milano

C’è un momento, nello short track, in cui il tempo smette di essere un numero sul tabellone e diventa una sensazione fisica. Le lame mordono il ghiaccio, le spalle si sfiorano, l’aria si taglia come vetro. In quel momento, l’Italia non ha tremato. Ha dominato. E ha scritto una pagina di storia, di quelle che restano perché non sono solo una vittoria: sono una prova di controllo.

La staffetta mista azzurra – Elisa Confortola, Arianna Fontana, Thomas Nadalini e Pietro Sighel – ha conquistato la medaglia d’oro olimpica davanti al pubblico di casa, firmando uno dei successi simbolo dei Giochi di Milano-Cortina. Una gara gestita con intelligenza tattica, senza la frenesia di chi rincorre, con la freddezza di chi costruisce. L’Italia non ha mai dato l’impressione di “sperare” nell’oro: ha corso come se l’oro fosse un obiettivo tecnico, quasi inevitabile, a patto di non inciampare nel caos che questa disciplina produce per natura.

La formula è brutale e spettacolare: due donne, due uomini, due giri e mezzo ciascuno, ripetuti due volte. Un circuito di velocità e cambi in cui non basta essere forti: bisogna essere puliti. Serve equilibrio, serve lucidità. Serve soprattutto evitare quel dettaglio minuscolo che nello short track può trasformare un capolavoro in una caduta: una lama che si incastra, un contatto, una traiettoria sporca. La prima regola è restare vivi, la seconda è restare davanti.

L’Italia entra in semifinale in totale controllo, lasciando all’Olanda l’illusione del comando. È un gioco sottile: far credere agli altri di avere spazio, e poi chiuderlo quando conta. Basta gestire, tenere le linee, non finire intrappolati in un groviglio di pattini. In semifinale la rotazione porta dentro Chiara Betti e Thomas Nadalini per dare sollievo all’acido lattico di Confortola e Spechenhauser: qui la squadra cambia pelle senza perdere velocità. Con Fontana e Sighel come architrave, gli azzurri prendono il controllo della gara, dominano la Cina e spingono l’Olanda alla finale B. La finale A diventa un discorso a quattro: Italia, Cina, Canada e Belgio, con un dettaglio che pesa come un macigno: allo short track italiano, storicamente, questo oro manca.

In finale la scelta è netta: Nadalini resta. E soprattutto resta lei, Arianna Fontana, al lancio. Sempre e solo Fontana. Perché ha quello sprint che non “accelera”: brucia. È un avvio che mette subito l’Italia nella posizione migliore, quella che nello short track vale oro quanto un sorpasso: decidere le traiettorie degli altri. Fontana passa il testimone a Confortola in seconda posizione, l’obiettivo è tenere il Belgio sotto controllo e guardarsi dalla Cina senza farsi trascinare in una battaglia inutile. Nadalini tiene la postazione con ordine, senza sbavature, senza farsi sedurre dal gesto eroico che spesso finisce male. Sighel resta in agguato, perché la staffetta è anche questo: sapere quando non muoversi, per muoversi al momento giusto.

E infatti il momento giusto arriva. Sighel piazza lo sprint, supera il Belgio e mette l’Italia dove deve stare: davanti. Il primo giro è fatto, ma la vera difficoltà non è arrivarci: è restarci, mentre le gambe si induriscono e il rumore del palazzetto cresce, ondata dopo ondata, come se ogni curva tirasse fuori un pezzo di voce dal pubblico.

Fontana riparte al comando e lì si vede la differenza tra una gara “vinta” e una gara “presa”. Ora si tratta di gestire, e gestire nello short track non è rallentare: è scegliere. Scegliere la curva più pulita, la distanza più sicura, il rischio più utile. L’Italia non concede varchi, non apre porte. E quando arriva l’ultimo rettilineo, la chiusura è quasi definitiva: Sighel si leva anche lo sfizio di voltarsi prima del traguardo, come a mordere la gara alle spalle. È un’immagine che dice tutto: non era un arrivo in affanno, era un arrivo in controllo.

Esplode la festa al Forum. Sighel prende sulle spalle Martina Valcepina, che si è rotta la gamba all’ultima gara prima dei Giochi e di questa staffetta dorata avrebbe rappresentato una colonna, e le fa fare il giro d’onore. Non è solo un gesto: è la firma collettiva di un oro che ha dentro anche l’assenza, il lavoro e la sfortuna.

Per Arianna Fontana è il terzo oro olimpico e la dodicesima medaglia complessiva. Dodici: una cifra che non è solo statistica, è una carriera raccontata in metallo. E che la porta a un passo dal record assoluto di Edoardo Mangiarotti, il riferimento storico dello sport italiano ai Giochi. Fontana, a questo punto, non è più soltanto una campionessa: è un capitolo.

La giornata del ghiaccio corto, per gli azzurri, era iniziata già nel migliore dei modi. Nel freezer della Milano Ice Skating Arena, batterie solide nei 500 femminili e nei 1000 maschili: avanti Fontana, avanti Betti, fuori Arianna Sighel. Nel chilometro maschile, però, lo squadrone azzurro è compatto: Sighel, Spechenhauser, Nadalini, tutti qualificati. E quella sensazione, nitida, resta lì anche dopo l’oro: la tradizionale miniera della pista corta è pronta a sfornare altro.

Intanto, però, il punto fermo è questo: l’Italia ha l’oro che mancava. E lo ha preso nel modo più convincente possibile, senza caos, senza miracoli, senza scuse. Con la freddezza di chi, quando il ghiaccio diventa una trappola per tutti, sa trasformarlo in una pista privata.