Barp e Pellegrino ancora sul podio: bronzo nella sprint a squadre, l’Italia del fondo maschile fa festa e arriva la 25esima medaglia

Ancora sul podio, ancora una festa azzurra. Evviva, sì, ma senza bisogno di esagerare: perché questa medaglia ha il sapore di quelle “pesanti”, conquistate con mestiere, sangue freddo e un filo di orgoglio in più quando le gambe iniziano a bruciare. L’Italia del fondo maschile si prende un’altra gioia e lo fa con la coppia che, più di tutte, racconta presente e futuro insieme: Elia Barp e Federico Pellegrino, bronzo nella sprint a squadre a tecnica libera.

Davanti, come previsto, la Norvegia. Dietro, come non previsto, gli Stati Uniti. In mezzo, al terzo posto, l’Italia. La fotografia è chiara e anche un po’ amara, perché l’argento non era una chimera: secondo il direttore tecnico Markus Cramer, il secondo posto “era attaccabile”, guardando tempi e risultati delle ultime uscite. Ma lo sport è questo: si costruisce un piano, poi arriva qualcuno che non era invitato e te lo smonta con una gara perfetta. Gli americani si sono presi l’argento e hanno chiuso lo spazio. Barp e Pellegrino, però, non hanno perso la testa. Hanno fatto ciò che fanno le squadre solide: hanno scelto il risultato, non il rimpianto.

E infatti al traguardo l’esultanza dice tutto. Non è la felicità isterica di chi non ci sperava. È la soddisfazione piena di chi sa di aver dato tutto e di aver portato a casa il massimo possibile in quel momento. “Ma va benissimo così”, si legge nella scena finale. E va benissimo davvero, anche perché il bilancio di Lago di Tesero, con due medaglie complessive, diventa un bottino che si può chiamare soddisfacente senza arrossire.

La gara, peraltro, è stata bella. E combattuta. Klaebo, l’uomo che sembra fatto apposta per trasformare ogni finale in una sentenza, ha gestito energie e nervi fino all’ultima frazione, lasciando al compagno Hedegart il compito di allungare nella penultima. Mossa da manuale: tenere coperto il campione, far lavorare l’altro, arrivare all’ultimo cambio con la situazione in controllo e il killer pronto. L’americano Ogden è stato bravo ad accodarsi, a non farsi staccare, a rimanere nella scia giusta. Ma anche Barp ha fatto un cambio pulito, senza andare fuori giri, tagliando il traguardo dell’ultimo passaggio senza allontanarsi troppo dalla zona “utile”.

Poi arriva l’ultimo chilometro e mezzo, quello dove la gara si restringe e diventa un duello di gambe e di testa. Pellegrino prova a rientrare su Schumacher, ma non ci riesce. E allora cambia obiettivo: difendere. Tenere dietro la Svizzera, proteggere il bronzo, evitare il classico finale in cui ti giri, ti irrigidisci e ti fai riprendere. Non succede. Pellegrino chiude, controlla, resiste. È un terzo posto che vale anche per il modo in cui è stato conservato.

A rendere il tutto più “olimpico”, nel senso più crudele del termine, c’è la Francia, che era tra le favorite e resta fuori dal podio per un dettaglio che nello sci di fondo può diventare condanna: un bastoncino rotto a Desloges in terza frazione. Non un errore tecnico, non un crollo fisico: sfortuna e meccanica. E la medaglia scappa via. È la prova che qui non basta essere forti: devi anche arrivare intero.

Quanto a Klaebo, ormai è quasi inutile cercare nuove definizioni. È “cannibale” nel senso sportivo più letterale: colleziona ori come se fossero tappe obbligate, non eccezioni. Con quello di oggi fa cinque ori su cinque in questa edizione, in attesa della 50 chilometri di sabato. E i numeri complessivi fanno ancora più rumore: dieci ori olimpici nello sci nordico, record. Se dovesse prendersi anche l’ultima, la più lunga e la più dura, entrerebbe in un territorio che non è più statistica: è mito, perché nessuno ha mai vinto sei ori su sei nella stessa edizione dei Giochi.

Dentro questo scenario, l’Italia porta a casa la sua verità: Barp è l’erede che può costruire con calma, senza bruciare tappe, partendo da un’esperienza che pesa e forma. Pellegrino, invece, guarda al finale con il dubbio della 50 km legato ai problemi a un braccio: “a meno di miracoli”, questa potrebbe essere la chiusura olimpica di una carriera che lascia due argenti individuali e due bronzi a squadre. E se davvero fosse l’ultima, non sarebbe un addio malinconico. Sarebbe un’uscita da podio. Che, per uno come lui, è la forma più coerente di saluto.