Come ci patiscono i francesi. E quando si patisce davvero, non si discute: si critica. A distanza di poche ore dalla cerimonia di apertura dei Giochi invernali di Milano-Cortina 2026, la stampa d’Oltralpe ha affilato le lame e ha deciso che lo spettacolo visto a San Siro non meritava indulgenze. Non per ciò che ha fatto, ma per ciò che non ha osato fare. E cioè dividere, provocare, scandalizzare. Un peccato capitale, a quanto pare, per chi è ancora scottato dal giudizio universale che colpì Parigi nel 2024.
Libération non gira attorno al bersaglio. “Tremolii all’antica, esercito di giacche a vento e J.D. Vance: la cerimonia d’apertura dei Giochi d’Inverno di Milano-Cortina, un vertice di business spettacolo retorico”, scrive il quotidiano francese, parlando apertamente di “noiose scene di folklore” e di una fastidiosa “fedeltà agli Stati Uniti”. Come se il vero peccato fosse aver scelto l’eleganza al posto del pugno nell’occhio. Come se l’armonia fosse un reato.
Ancora più freddo, e forse più rivelatore, il giudizio di Le Monde: “Dallo stadio di San Siro fino a Cortina, una cerimonia d’apertura classica e ben educata”. Traduzione: troppo composta, troppo leggibile, troppo poco ideologica. “Evitare ogni polemica, anche rischiando un certo conformismo”, scrive il quotidiano. Ed è qui che il cerchio si chiude, perché l’accusa di conformismo detta da chi, solo due anni fa, ha confezionato una delle cerimonie più divisive e contestate della storia olimpica, suona quantomeno ironica.
Il confronto è inevitabile. Milano si presenta al mondo facendo arrivare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram guidato da Valentino Rossi. Un gesto leggero, intelligente, perfino autoironico. Parigi, invece, nel 2024 aveva costretto lo stesso Mattarella a indossare un poncho di plastica sotto la pioggia, mentre sullo sfondo andava in scena una parodia dell’Ultima Cena che aveva fatto il giro del mondo non per genialità, ma per imbarazzo.
Milano sceglie il mito, Parigi scelse il manifesto. Milano affonda le radici nell’immaginario neoclassico di Amore e Psiche, incarnato nei marmi immortali di Antonio Canova, resi vivi da settanta ballerini devoti a Tersicore. Parigi preferì una tavolata drag con un Dioniso più simile a un ciccio ubriacone che a una divinità olimpica, una Maria Antonietta che cantava con la testa mozzata e una sequenza che molti spettatori – non solo cristiani – giudicarono un’offesa gratuita al buon senso prima ancora che alla fede.
La differenza non è estetica, è culturale. Milano ha scelto di raccontarsi senza chiedere scusa per ciò che è. Grande bellezza, genio italiano, la Gazza ladra di Gioachino Rossini, Giacomo Leopardi, l’omaggio a Giorgio Armani e a Raffaella Carrà, orchestrati dalla regia di Marco Balich, uno che con le cerimonie olimpiche ci lavora da decenni e sa distinguere lo stupore dalla provocazione fine a se stessa.
Parigi, invece, aveva scelto di usare l’Olimpiade come palco ideologico. Non come celebrazione universale dello sport, ma come veicolo di una visione militante, spacciata per inclusione e percepita da molti come aggressione simbolica. Lo dimostra il fatto che, travolti dalle critiche, gli organizzatori furono costretti il giorno dopo a una goffa retromarcia, sostenendo che non si trattasse dell’Ultima Cena ma della “cena di Dioniso”. Una smentita che puzzava di coda di paglia e che non convinse nessuno.
Ecco perché oggi le critiche francesi suonano più come un regolamento di conti che come un’analisi artistica. Milano ha fatto esattamente ciò che Parigi non è riuscita a fare: parlare a tutti, senza dividere. Ha scelto di non trasformare la cerimonia in un comizio, di non usare l’immaginario olimpico come clava politica, di non confondere lo shock con il coraggio.
Il paradosso è tutto qui. La stampa francese rimprovera a Milano di essere “ben educata”, “classica”, “armonica”. Ma è esattamente questo che l’ha resa efficace davanti a un pubblico planetario. Perché le Olimpiadi non sono un Gay Pride, non sono una performance d’avanguardia, non sono un laboratorio ideologico. Sono, ancora, un rito collettivo globale. E i riti, per funzionare, devono unire prima di stupire.
Forse è questo che brucia davvero a Oltralpe. Vedere che si può essere moderni senza essere provocatori, contemporanei senza essere offensivi, spettacolari senza essere volgari. E soprattutto vedere che il mondo, davanti alla sobrietà italiana, ha applaudito senza sentirsi insultato.
La prossima volta, se vogliono evitare confronti impietosi, un consiglio lo si può dare anche ai francesi: chiamate Balich pure voi.







