L’ultima volta che l’Italia ha giocato un Mondiale era il 2014. Un’altra epoca, calcisticamente e non solo. Pio Esposito era un bambino delle elementari, Donnarumma un ragazzino appena entrato nell’orbita Milan, Retegui addirittura aveva accantonato il pallone. Dodici anni dopo, gli uomini chiamati a riportare gli azzurri sulla scena che conta sono proprio loro.
Per capire quanto tempo sia passato, basta partire da Francesco Pio Esposito. Nell’estate del disastro brasiliano aveva appena 9 anni, frequentava le elementari e tirava i primi calci nel settore giovanile del Brescia. Il padre Agostino, uno che di calcio se ne intende, lo faceva allenare perfino scalzo per affinargli il tocco. Proprio in quei mesi arrivò la chiamata dell’Inter, che lo prese insieme ai fratelli Sebastiano e Salvatore. Quella che allora sembrava solo una bella promessa oggi è diventata una delle facce della Nazionale che prova a riaprire il futuro.
Per tanti di questi ragazzi il Mondiale è quasi un racconto ereditato più che un ricordo personale. Pio, quando l’Italia vinse a Berlino nel 2006, aveva appena un anno. E anche nel 2014 era troppo piccolo per vivere davvero il peso emotivo di quella competizione, il suo rito collettivo, quel mese in cui il Paese si ferma, discute, spera e soffre. Le mancate qualificazioni del 2018 e del 2022 hanno scavato un vuoto enorme, soprattutto per una generazione che non ha mai conosciuto davvero l’Italia in Coppa del mondo. In questo senso la loro missione non è soltanto sportiva: è anche anagrafica, quasi simbolica.
Dino Zoff lo ha detto con parole semplici e pesanti insieme: «Fatelo per i bambini di oggi ma anche per quelli di ieri, cioè voi stessi». Tra quelli che sentono di più questa ferita c’è Gianluigi Donnarumma. A 27 anni ha già vinto molto, ha giocato ai massimi livelli, si è preso l’Europa, ma non ha ancora messo piede in un Mondiale. Per uno come lui è un buco enorme nella carriera. «Non ci penso nemmeno a saltarne un altro», ha detto chiaramente. Nel 2014 aveva 15 anni, lasciava la scuola calcio Club Napoli di Castellammare di Stabia per trasferirsi al Milan in cambio di 250 mila euro. Oggi è il capitano emotivo di una rincorsa che non può più fallire.
Anche Sandro Tonali appartiene a questa generazione sospesa. Quando l’Italia salutò il torneo brasiliano contro l’Uruguay, lui aveva 14 anni e aveva appena cominciato a prendere sul serio il proprio talento. In quel periodo era passato dal Piacenza al Brescia, con il nonno che ogni giorno lo accompagnava in macchina avanti e indietro. Poi arrivò il convitto, nel 2014, e con quello la prima vera svolta. «Fino a quando proprio nel 2014 mi sono fermato in convitto per la prima volta ed è cambiato tutto», ha raccontato il centrocampista del Newcastle. Per lui chiudere il cerchio significherebbe soprattutto realizzare ciò che da piccolo sembrava il sogno più naturale: «Andare al Mondiale con la Nazionale è il sogno di ogni bambino».
Altri, invece, erano già dentro il sistema azzurro, anche se ancora in versione embrionale. Barella, Bastoni e Dimarco avevano già iniziato a frequentare le selezioni giovanili e nel 2014 vivevano da ragazzi prodigio le convocazioni delle Under. Erano nomi che circolavano tra gli addetti ai lavori, profili da seguire, promesse da accompagnare nella crescita. Matteo Politano, al contrario, era già entrato nel calcio dei grandi. Classe 1993, coetaneo di Spinazzola e tra i più esperti del gruppo, giocava nel Pescara in Serie B. Oggi sa bene che, a quasi 33 anni, il tempo non offre più molte altre occasioni. «Qualificarci è il nostro unico pensiero, gli italiani ci stiano vicini», ha detto, rilanciando di fatto il messaggio del commissario tecnico.
E poi c’è Gennaro Gattuso, che nel 2014 non era ancora il personaggio granitico che oggi si presenta davanti ai microfoni da allenatore dell’Italia, ma un tecnico agli inizi, immerso nell’avventura complicata con l’Ofi Creta. Una stagione tormentata, segnata dai problemi finanziari del club, tanto che Rino arrivò a tirare fuori di tasca propria quasi 50 mila euro per far fronte alle spese. Un gesto che racconta bene il suo modo di stare nel calcio: viscerale, totale, senza rete. Oggi tocca a lui provare a rimettere insieme i cocci e a restituire alla Nazionale ciò che le manca da troppo tempo.
Tra tutte, però, la storia più sorprendente resta quella di Mateo Retegui. Nel 2014 aveva 15 anni, viveva ancora in Argentina e, incredibile ma vero, aveva smesso di giocare a calcio. In famiglia l’hockey su prato era quasi una vocazione: padre e madre erano stati professionisti, e lui sembrava destinato a seguire quella strada. Poi accadde qualcosa di quasi cinematografico. Un osservatore del Boca lo vide giocare sulla spiaggia, intuì qualcosa e lo convinse a riprovarci sul serio. Il resto è venuto dopo, compresa la chiamata azzurra arrivata nel 2023. «Sono innamorato dell’Italia e voglio portarla al Mondiale», ha detto senza giri di parole.
È questo, in fondo, il punto. Dodici anni fa molti degli uomini su cui oggi si regge la speranza azzurra erano bambini, adolescenti o ragazzi appena affacciati al professionismo. Alcuni non avevano ancora capito se il calcio sarebbe stato davvero la loro vita. Altri erano già dentro il sistema, ma troppo lontani per immaginarsi protagonisti. Oggi tocca a loro prendersi una responsabilità che pesa molto più di una semplice qualificazione. Perché riportare l’Italia al Mondiale non significherebbe soltanto centrare un obiettivo sportivo. Vorrebbe dire restituire alla Nazionale un pezzo della sua identità perduta. E a un’intera generazione, finalmente, il diritto di sapere che effetto fa.







