Grandissima Italia. E Franjo Von Allmen ancora di più. Perché quando uno vince così, con una discesa che sembra un manifesto tecnico più che una semplice gara, non c’è niente da discutere. Ma dietro l’oro del 24enne del Canton Berna, sulla Stelvio illuminata dal sole e tirata a lucido per l’appuntamento olimpico, brillano due medaglie azzurre che valgono molto più del metallo: l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris. Un podio da sogno, e soprattutto una fotografia che cambia la storia dello sci alpino italiano ai Giochi.
Franzoni manca l’oro per 20 centesimi, Paris per mezzo secondo. Dettagli, se si guarda il cronometro. Enormità, se si guarda il contesto. Perché l’Italia, in quasi un secolo di Olimpiadi, aveva raccolto in discesa solo tre medaglie: l’oro di Zeno Colò nel 1952, l’argento di Christof Innerhofer nel 2014, il bronzo di Herbert Plank nel 1976. Tre podi in 90 anni. Oggi, in una sola gara, ne arrivano due. Una frattura statistica prima ancora che sportiva, che racconta meglio di qualsiasi proclama che cosa può diventare questa Olimpiade giocata in casa.
La Stelvio non tradisce. Fondo duro, pista veloce, condizioni da big. È la discesa che chiede rispetto ma premia il coraggio lucido, quello che non è improvvisazione ma studio. Scende prima Alexis Monney, vincitore qui in Coppa del Mondo: gara pulita, senza sbavature. Poi tocca a Marco Odermatt, il dominatore del Circo Bianco, che sulla Stelvio però non ha mai vinto in discesa. Affronta la pista con un filo di prudenza di troppo, preciso ma non devastante, e si mette davanti al connazionale per pochi centesimi. Sembra il tempo da battere. Non lo è.
Perché subito dopo arriva Von Allmen, e la gara cambia pelle. Alla vigilia aveva promesso che avrebbe preso tutti i rischi possibili. Li prende, ma non nel modo spettacolare che fa rumore: li prende nella testa. Alla Carcentina, il punto chiave, frena leggermente prima della diagonale, perde un filo di velocità rispetto a Odermatt, ma tiene una linea più alta, diversa da tutti. È una scelta controintuitiva che gli permette di uscire con più direzione, di arrivare al Ciuk velocissimo e di costruire lì il suo vantaggio. Al salto di San Pietro vola per 53 metri, il più lungo di tutti, e poi anticipa le ultime curve. Quando taglia il traguardo ha 70 centesimi su Odermatt. Non è un errore trasformato in fortuna: è un capolavoro pensato a tavolino. Un tempo che sembra scolpito nella roccia della Stelvio.
Odermatt resta quarto e vede sfumare la possibilità di inseguire i tre ori individuali nella stessa Olimpiade, come Sailer nel ’56 e Killy nel ’68. Potrà rifarsi in gigante, superG e combinata a squadre, ma questa discesa è persa. E a quel punto il palcoscenico diventa azzurro.
Con il pettorale 11 scende Giovanni Franzoni, accolto dal boato delle tribune. Fino alla Carcentina è persino davanti a Von Allmen. Poi sceglie una traiettoria più classica, alta ma meno aggressiva, e in quel tratto perde esattamente quello che poi pagherà al traguardo: dai 8 centesimi di vantaggio passa a 16 di ritardo. Dal salto di San Pietro in poi, però, fa gara pari con lo svizzero. Non sbaglia nulla, non concede altro. All’arrivo sono 20 centesimi. Gli stessi persi in quel punto chiave. È una medaglia d’argento che sa di consacrazione: tre mesi fa era una promessa, oggi è già un riferimento mondiale.
Poi tocca a Dominik Paris. Qui ha vinto sei volte in Coppa del Mondo, conosce ogni metro della Stelvio. Alla Carcentina paga 30 centesimi, ma resta in partita. Il finale, però, non è feroce come quello dei due più giovani: nelle ultime curve lascia ancora qualcosa e si prende il bronzo. A quasi 37 anni, è una medaglia che chiude il cerchio di una carriera straordinaria, fatta di vittorie, cadute, ritorni e longevità ad altissimo livello.
Dopo di loro, nessuno riesce ad avvicinarsi davvero. Il podio è blindato. Vince Von Allmen, argento Franzoni, bronzo Paris. E l’Italia può permettersi di guardare oltre il risultato del giorno. Perché questa doppia medaglia non è solo una gioia improvvisa: è un segnale strutturale. C’è il campione del futuro, c’è il campione che ha attraversato un’epoca, c’è una squadra che funziona.
Da Bormio arriva un lancio perfetto. Con questa spinta, l’Olimpiade italiana può davvero guardare con ambizione a quel muro delle 20 medaglie di Lillehammer 1994. Non è più un sogno da tifosi: è un obiettivo che, dopo una giornata così, smette di sembrare irraggiungibile. I Giochi non potevano cominciare meglio.







