Gravina incollato alla poltrona come la Santanchè: il calcio italiano affonda, ma il presidente Figc fa finta di niente

Gabriele Gravina

Gravina incollato alla poltrona come la Santanchè. C’è qualcosa di profondamente italiano, e quindi profondamente avvilente, nel vedere un dirigente restare incollato alla poltrona mentre tutto intorno va a rotoli. Succede in politica, succede nelle partecipate, succede nei carrozzoni pubblici. E naturalmente succede anche nel calcio, che in fondo è la forma più sentimentale e più spudorata del potere nazionale. Così, mentre l’Italia del pallone sprofonda fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva, Gabriele Gravina resta lì dov’è. Immobile. Intatto. Impermeabile alla vergogna. Inchiodato alla sua sedia come Daniela Santanchè al ministero, con la differenza che almeno in politica, ogni tanto, qualcuno alla fine capisce che il rumore è diventato troppo forte.

Nel suo caso no. Gravina resiste a tutto. Resiste ai risultati, che dovrebbero già bastare da soli a farlo sparire dai radar. Resiste alla rabbia dei tifosi. Resiste a un’opinione pubblica che non ne può più. Resiste perfino all’evidenza, che sarebbe la prima cosa da cui un dirigente serio dovrebbe lasciarsi travolgere. Perché tre Mondiali consecutivi saltati non sono una parentesi storta, non sono una congiuntura sfavorevole, non sono neppure una crisi. Sono un marchio d’infamia. Sono il certificato di fallimento di un’intera gestione.

Tre Mondiali persi e nessuno che paghi

Il punto più grottesco di tutta questa vicenda è che nel calcio italiano non paga mai nessuno. Pagano gli allenatori, al massimo. Pagano i commissari tecnici di passaggio, i giocatori più esposti, l’ultimo anello della catena. Ma quelli che stanno sopra, quelli che decidono, nominano, trattano, promettono, spartiscono, spiegano, sopravvivono sempre.

Gravina è il simbolo perfetto di questo meccanismo. L’Italia manca il Mondiale ancora una volta, la Bosnia ci sbatte fuori ai rigori dopo averci aggrediti con più corsa, più fame, più lucidità, più convinzione, e lui che cosa fa? Parla. Convoca. Rinvia. Invoca riflessioni. Chiede tempo. Si aggrappa ai regolamenti, agli equilibri, al sistema. In sostanza fa quello che fanno tutti i professionisti della sopravvivenza: trasforma il disastro in una pratica amministrativa.

Il posto fisso della disfatta

Il vero scandalo non è soltanto che Gravina non si dimetta. Il vero scandalo è che sembri considerare del tutto normale il fatto di non doversi dimettere. Come se il fallimento fosse una variabile fastidiosa ma secondaria. Come se la terza esclusione consecutiva dal Mondiale non fosse il crollo della credibilità del movimento, ma una noiosa seccatura da gestire con qualche dichiarazione di circostanza.

È qui che il parallelo con Santanchè diventa feroce e persino inevitabile. C’è lo stesso riflesso condizionato, la stessa ostinazione da occupante abusivo del potere, la stessa idea per cui la poltrona non si lascia mai spontaneamente, neanche quando tutto intorno ti urla che il tempo è finito. Si resta finché qualcuno non ti strappa via. E se nessuno lo fa, tanto meglio. Si galleggia. Si tira avanti. Si fa finta di niente.

Il calcio ridotto a un condominio di interessi

Gravina ha anche provato a spiegarci che il calcio non dipende solo dalla Federazione, che ci sono le leghe, i regolamenti, i vincoli, la politica. Tutto vero, per carità. Ma allora viene da chiedersi: a cosa serve il presidente della Figc? Se non può incidere, se non può correggere, se non può imporre una visione, se non può produrre una rottura, se non può nemmeno assumersi fino in fondo il peso del fallimento, allora che cos’è? Un notaio? Un mediatore? Un amministratore di condominio in giacca e cravatta?

Perché il punto è esattamente questo. Il calcio italiano è stato ridotto a una trattativa permanente fra interessi che si tengono in ostaggio a vicenda. Nessuno governa davvero, tutti galleggiano dentro una palude in cui l’unica cosa che conta è conservare il proprio pezzetto di potere. In mezzo, il merito sportivo diventa un dettaglio, i vivai un argomento da convegno, la Nazionale un fastidio da esibire nelle cerimonie e da dimenticare appena si spengono le telecamere.

Brescia, Sampdoria e il precedente che puzza ancora

E se qualcuno pensa che il problema di Gravina cominci e finisca con la Nazionale, ha memoria corta o finge di averla. Perché il suo nome si trascina dietro da tempo una scia infinita di polemiche, tensioni, sospetti, contestazioni. A Brescia ne sanno qualcosa. Lì il ricordo è ancora fresco e amarissimo. La sensazione, fortissima, è che l’anno scorso il calcio abbia piegato le regole e forzato i passaggi per accomodare una soluzione utile a salvare la Sampdoria, retrocessa sul campo contro la Juve Stabia, spedendo invece le Rondinelle in Serie C dentro un clima avvelenato e indegno.

Che poi qualcuno voglia chiamarlo tecnicismo, magheggio, pasticcio o semplice coincidenza, cambia poco. Resta il dato politico. Ogni volta che si parla di Gravina, affiora un conflitto, una coda velenosa, una spaccatura, una decisione contestata. Non è mai l’uomo che ricuce: è sempre l’uomo attorno a cui il sistema si incattivisce. E anche questo, per un presidente federale, dovrebbe essere un indizio.

Gattuso, Buffon, Bonucci: la filiera dell’usato sicuro

Poi c’è l’altro vizio capitale di questo calcio in disarmo: l’ossessione per l’usato sicuro, che sicuro non è mai. Cambiano le facce, ma sono sempre le stesse. Si gira in tondo dentro una compagnia di reduci, ex bandiere, fedelissimi, uomini di apparato e amici degli amici. Gattuso, Buffon, Bonucci: nomi pesanti, simbolici, spendibili davanti alle telecamere. Ma i simboli non bastano più. Le figurine non governano. Le reliquie non rifondano.

L’Italia ha bisogno di idee, non di santini. Di competenze, non di nostalgie. Di una rottura vera, non di un altro giro nella giostra delle vecchie glorie riciclate come soluzione d’emergenza. E invece no. Si resta sempre dentro lo stesso recinto. Si continua a scegliere in famiglia, come se il calcio italiano fosse un salotto chiuso e non un movimento devastato che avrebbe bisogno di spalancare le finestre e buttare fuori l’aria marcia.

Gravina incollato alla poltrona come la Santanchè

In questo gioco sporco, la Nazionale finisce per diventare anche uno scudo. Ci si nasconde dietro i ragazzi, dietro la maglia, dietro il dolore della sconfitta, dietro l’orgoglio patriottico. Guai a criticare troppo, guai a pretendere responsabilità immediate, guai a dire che certi dirigenti devono andare a casa. E invece è proprio adesso che bisogna dirlo. Proprio adesso che il fallimento è totale. Proprio adesso che l’azzurro non basta più a coprire il grigiore di chi ha distrutto tutto.

Adesso basta: il calcio non è il loro rifugio

La verità è brutalmente semplice. Gravina non è più il presidente giusto per niente. Non per rilanciare, non per correggere, non per rifondare, non per rappresentare. È diventato la personificazione della paralisi. Un uomo che resta mentre tutto cade. Un presidente che davanti a un disastro storico non si dimette, e così facendo dice al Paese una cosa tremenda: qui il fallimento non ha conseguenze.

Ed è questo che va spezzato. Non solo per rabbia, ma per igiene pubblica. Perché il calcio italiano non può essere il rifugio permanente di chi sbaglia senza pagare. Non può essere il parcheggio delle ambizioni personali di dirigenti che sopravvivono a tutto tranne al pudore. Non può essere un settore industriale, culturale e popolare così importante affidato a una gestione che ormai produce solo macerie, polemiche e autoassoluzioni.

La domanda non è più che cosa debba accadere perché Gravina se ne vada. È già accaduto tutto. Tre Mondiali persi. Una credibilità evaporata. Un movimento spompato. Una catena di errori che non finisce mai. Una scia di polemiche che avvelena ogni passaggio. Se non basta questo, allora vuol dire che nel calcio italiano non esiste più neppure il concetto elementare di responsabilità.

E allora sì, il paragone con Santanchè regge eccome. Perché qui, come in certa politica, il problema non è solo il fallimento. Il problema è l’ostinazione di chi fallisce e resta. Di chi affonda e si aggrappa alla poltrona. Di chi pensa che il potere sia un diritto e non un incarico a termine. Ma il calcio italiano, ridotto così, non ha più bisogno di amministratori inchiodati alla sedia. Ha bisogno di aria. Di facce nuove. Di competenza. E soprattutto di una liberazione.