Gravina non si dimette dopo il tracollo dell’Italia e non arretra di un millimetro. Dopo l’ennesimo fallimento dell’Italia, rimasta fuori dal Mondiale per la terza edizione consecutiva, il presidente della Figc si presenta in conferenza stampa, respinge di fatto le richieste di dimissioni e rilancia. Non solo resta al suo posto, ma conferma anche Rino Gattuso e Gigi Buffon, indicando continuità proprio nel momento in cui tutto intorno sembra chiedere una rottura netta. Ed è qui che la crisi sportiva si trasforma in una crisi politica, istituzionale e di potere.
Le sue parole sono destinate a lasciare il segno. «Sono abituato a questo esercizio di richiesta di dimissioni continue nei miei confronti», dice Gravina, rinviando ogni valutazione al consiglio federale convocato per la prossima settimana. Poi aggiunge: «Devo fare i complimenti a Rino Gattuso. È un grande allenatore. Ho chiesto a lui e a Gigi di rimanere alla guida tecnica di questi ragazzi». Una linea che, invece di rasserenare l’ambiente, lo incendia ulteriormente.
Gravina non si dimette dopo il tracollo dell’Italia
Il punto più contestato del ragionamento del presidente Figc è quello in cui prova a spostare il discorso dal vertice federale all’intero sistema calcio. Gravina sostiene che la Federazione non possa scegliere liberamente i giocatori o costruire da sola il futuro tecnico della Nazionale. «Noi facciamo sintesi tra tutto quello che il campionato italiano mette a disposizione», afferma, spiegando che la crisi non può essere attribuita solo alla governance federale. Un ragionamento che, però, a molti è suonato come un modo elegante per sottrarsi al cuore del problema.
Il presidente parla di un “mondo da ridisegnare con lucidità e obiettività”, di una crisi generale che coinvolge anche la politica e persino di regole nazionali e internazionali che avrebbero di fatto ingessato il sistema. Ma nel giorno in cui il calcio italiano precipita in uno dei punti più bassi della sua storia recente, la sensazione dominante è che quelle parole non siano bastate. Anzi, abbiano peggiorato tutto.
Caressa affonda: “Basta prese per i fondelli”
Tra gli attacchi più duri c’è quello di Fabio Caressa, che negli studi di Sky Sport usa parole pesantissime. Secondo il giornalista, l’idea che dopo una disfatta del genere non cambi nulla è semplicemente inaccettabile. «Gravina non si dimette? Basta prese per i fondelli, questa è fantascienza», dice senza girarci intorno. E ancora: «In qualsiasi azienda, dopo uno scatafascio del genere, cambia tutto. Dopo una cosa del genere si va a casa, ciascuno con le sue colpe».
Caressa spinge ancora più a fondo il colpo quando lascia intendere che Buffon e Gattuso sarebbero stati pronti a farsi da parte. «Ti dico com’è andata. Buffon e Gattuso, per come li conosco, sono andati da Gravina e hanno detto “noi ci dimettiamo”. Gravina li ha fermati». Una ricostruzione che, se confermata, aggiungerebbe un altro tassello esplosivo a una notte già devastante.
Il giornalista non salva neppure le riforme annunciate nelle ultime ore, liquidandole come insufficienti, fumose, incapaci di incidere davvero. Il senso del suo intervento è chiaro: non è più tempo di parole, ma di responsabilità immediate.
La Russa chiede il repulisti, la politica entra a gamba tesa
A rendere ancora più pesante il clima è l’ingresso diretto della politica. Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato, usa toni netti. Il suo messaggio è quello di chi considera ormai esaurita ogni pazienza: «Ridire adesso come la pensiamo, e non da oggi, sarebbe inutile più che ingeneroso. Ma a tutto c’è un limite». Un’affermazione che suona come una sfiducia politica pesantissima nei confronti dell’attuale gestione federale.
Il fatto che una figura istituzionale di questo livello chieda sostanzialmente una bonifica ai vertici del calcio italiano dà la misura di quanto la vicenda abbia superato i confini sportivi. Qui non si parla più solo di una qualificazione persa, ma di un sistema che appare logoro, chiuso, incapace di autoriformarsi e ormai travolto da una sfiducia trasversale.
L’ombra di Malagò e la frattura con la Serie A
Nel frattempo, mentre Gravina prova a restare saldo, attorno a lui cominciano a muoversi le alternative. Il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Giovanni Malagò. Secondo quanto riferito, diversi presidenti di Serie A avrebbero già sondato la disponibilità dell’ex presidente del Coni, indicato da più parti come possibile figura in grado di guidare una fase nuova.
Federico Ferri ne parla apertamente, e lo stesso Caressa rincara: «Malagò è il miglior dirigente sportivo, lo ha dimostrato ancora una volta col successo alle Olimpiadi». Il messaggio è chiarissimo. Una parte del sistema calcio guarda già oltre Gravina. E quando le alternative iniziano a circolare con questa forza, vuol dire che il potere del presente si è già incrinato.
Resta ora da capire che cosa accadrà nel consiglio federale della prossima settimana. Gravina prova a resistere, rivendica il rispetto delle regole, dice di assumersi la responsabilità oggettiva in quanto rappresentante della Federazione. Ma fuori dalla sala conferenze, il rumore cresce. Il calcio italiano ha appena toccato un altro fondo storico e l’impressione è che questa volta non basti più promettere riflessioni. Perché quando il fallimento diventa abitudine, la continuità smette di sembrare una scelta e comincia a somigliare a una colpa.







