Certe vittorie non arrivano: si prendono. E l’Italia, nell’inseguimento a squadre maschile del pattinaggio di velocità su pista lunga, se l’è presa con gli ultimi tre giri più belli, più feroci e più lucidi che potessero immaginare Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Michele Malfatti. Perché rimontare sette decimi agli Stati Uniti campioni del mondo non è un dettaglio di cronometro: è un gesto atletico, mentale, quasi narrativo. Di quelli che trasformano una gara in un racconto che ti resta addosso.
La rimonta è stata un crescendo. Un’onda che ha iniziato a salire quando sembrava che il margine fosse troppo, che il treno americano avesse già preso velocità. E invece no: l’Italia ha stretto i denti, ha accorciato, ha continuato a crederci quando il corpo comincia a chiedere tregua e la testa deve fare il lavoro sporco, quello di non mollare la linea e non perdere un cambio. È lì che l’inseguimento diventa una disciplina crudele: non basta essere forti, devi essere perfetto insieme agli altri, devi “respirare” con la squadra. Loro lo hanno fatto, e alla fine l’oro è arrivato come arrivano le cose inevitabili: con l’urlo che scoppia solo quando il tabellone non lascia più spazio ai dubbi.
È la medaglia numero 24 dell’Italia, la nona d’oro. E in tribuna la festa è esplosa con quel tipo di gioia contagiosa che si vede quando uno sport apparentemente “di nicchia” smette di essere nicchia e diventa Paese, diventa emozione collettiva. Tra chi applaude e si alza in piedi, c’è anche Francesca Lollobrigida: un segnale di squadra dentro la squadra, di un’Olimpiade che funziona anche perché i campioni si cercano, si sostengono, si riconoscono.
Questo oro, poi, ha un sapore particolare: arriva a vent’anni esatti dal trionfo di Torino 2006, quando Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello (con Stefano Donagrandi riserva nella finale) salirono sul gradino più alto battendo il Canada con oltre due secondi di vantaggio. Vent’anni non sono solo un anniversario tondo: sono un ponte tra due generazioni, tra un’impresa rimasta in archivio e una che, adesso, si scrive di nuovo al presente. La storia che ritorna, ma con protagonisti diversi e lo stesso peso sul petto: quello dell’oro.
E se il ghiaccio ha regalato l’apoteosi, la montagna ha completato la giornata con una medaglia che, per freschezza e simbolo, vale doppio. A Casa Italia è arrivata Flora Tabanelli, diciotto anni e un sorriso che non ha bisogno di traduzioni, con al collo il bronzo che è già storia: la prima medaglia italiana nello sci freestyle. La guardava e la riguardava come si guarda qualcosa che non ti sembra ancora tuo, come se bastasse un attimo per svegliarsi e scoprire che era un sogno.
“Ancora non ci credo – ha raccontato a Livigno – questo bronzo per me vale come un oro. Per me gli ultimi mesi sono stati complicati dopo l’infortunio di novembre al ginocchio, quella è stata una delle sfide più difficili. Dimostrare ciò che sono e ciò che so fare, nonostante l’infortunio, è unico e speciale. Quello che spero è questa medaglia sia un modo per i ragazzi di conosce e appassionarsi a questo sport”. È una dichiarazione che dice tutto: la fatica, l’ostacolo, la risposta. E soprattutto quell’età in cui ogni cosa è gigantesca, nel bene e nel male, e proprio per questo diventa energia pura quando finalmente gira dalla parte giusta.
Con il bronzo sono arrivati anche i messaggi e i complimenti. Tabanelli ne racconta uno con la meraviglia ancora addosso: “Uno dei messaggi che mi ha fatto più piacere? Questa mattina mi ha chiamato Alberto Tomba. Mi ha fatto dei super complimenti. È stata una delle chiamate più interessanti di tutte, perché lui per me è sempre stato un mito, ci conosciamo da quando sono bambina e veniva al rifugio dei miei genitori”. Ci sono telefonate che pesano più di un discorso motivazionale: perché arrivano da chi, per te, è stato l’immagine stessa dello sport.
E poi c’è Federica Brignone, una campionessa che in questi mesi le è stata vicina in modo concreto, non di facciata. “Anche lei mi ha fatto i complimenti e in generale in questo periodo ci siamo sentite parecchio – ha raccontato, dopo che le due avevano seguito un percorso parallelo al J Medical di Torino per i rispettivi recuperi in vista delle Olimpiadi – quando ho completato la mia riabilitazione lei mi ha scritto e non è una cosa banale che una campionessa del suo calibro si preoccupi per me, Federica è un grande esempio”. È il tipo di passaggio che racconta una Nazionale vera: quella che non si vede solo in gara, ma nelle stanze della riabilitazione, nelle settimane storte, nei messaggi che arrivano quando non c’è pubblico.
Per Flora, però, la storia non si chiude con la medaglia. Anzi, si complica di nuovo, perché adesso c’è un’operazione da affrontare per tornare la prossima stagione al meglio. “Questa è stata la mia unica gara del 2026. Mi opererò a inizio marzo, però devo dire che in questi giorni il ginocchio non mi ha creato problemi, sta benissimo. Sono arrivata all’apice delle mie abilità, nel senso che ho recuperato tutto il muscolo e ancora non tutta la mobilità. Però ha funzionato bene quando serviva, e ora posso operarmi in tranquillità”. Parole che hanno una lucidità rara per chi ha diciotto anni: la capacità di godersi il podio senza fingere che il resto non esista, la consapevolezza che il percorso non è lineare, ma si può comunque vincere quando conta.
In una sola giornata, l’Italia ha messo insieme due immagini che restano: tre uomini che chiudono gli ultimi giri come una sentenza e una ragazza che entra a Casa Italia guardando incredula il bronzo, come se stesse ancora chiedendo al mondo se è tutto vero. E forse è proprio questo il bello: quando lo sport smette di essere solo risultato e torna a essere, semplicemente, qualcosa che succede e ti prende allo stomaco







