Italia fuori dai Mondiali, terza umiliazione consecutiva: disfatta con la Bosnia e l’illusione di un ripescaggio che sa di elemosina

Italia fuori dai Mondiali, terza umiliazione consecutiva. Altro che episodio. Altro che sfortuna. Altro che rigori. Qui siamo davanti a un fallimento sistemico, strutturale, quasi culturale. L’Italia perde con la Bosnia e resta fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva. Non era mai successo. Ora è la normalità.

E la cosa peggiore non è nemmeno la sconfitta. È la sensazione che non freghi più davvero a nessuno. Che tanto, in fondo, ci si abitua. Che il calcio italiano possa vivere di ricordi mentre il presente scivola via senza lasciare traccia.

Surclassati, senza appello

La Bosnia è stata migliore. Più lucida, più cattiva, più squadra. L’Italia ha fatto quello che fa sempre: un lampo iniziale, il gol di Kean, poi il nulla. Una squadra che non controlla, non domina, non decide. Subisce.

Bastoni non è il problema, è l’alibi

Arriva il rosso di Bastoni e parte il solito film già visto. L’episodio, l’arbitro, il destino. Ma la verità è che una Nazionale vera non crolla per un’espulsione. Si organizza, si compatta, resiste. Questa no. Questa si scioglie.

E allora basta con la caccia al capro espiatorio. Bastoni ha sbagliato, sì. Ma il problema è tutto il resto. Una squadra senza identità, senza leadership, senza fame. E quando manca la fame, perdi anche contro chi sulla carta dovrebbe temerti.

Il disastro parte da lontano

Non è una partita persa. È un sistema che non funziona più. Dirigenti che si autoassolvono, scelte sempre uguali, facce sempre le stesse. Si cambia tutto per non cambiare niente. E il risultato è questo: una Nazionale che non fa più paura a nessuno.

Un movimento che ha smesso di produrre

Non cresciamo talenti, non costruiamo idee, non innoviamo. Viviamo di rendita su un passato che non esiste più. E mentre noi discutiamo, gli altri lavorano. E vincono.

E ora ci aggrappiamo alla “manina”

E qui arriva il punto più umiliante di tutti. L’ultima speranza. L’ultima scappatoia. Non il campo, non il merito, ma un favore.

Si chiama Iran. O meglio: la possibilità che l’Iran non partecipi al Mondiale per motivi geopolitici. In quel caso, il regolamento FIFA lascia piena discrezionalità su chi possa sostituirlo . Tradotto: può decidere quello che vuole.

E tra le ipotesi, più o meno sussurrate, c’è anche quella di un ripescaggio. Sì, proprio così. Entrare dalla porta di servizio, magari grazie a una scelta politica più che sportiva. Anche se, va detto, le opzioni più logiche restano squadre asiatiche come Iraq o Emirati .

Il Mondiale “per grazia ricevuta”

E allora immaginiamolo: l’Italia ai Mondiali non perché li ha conquistati, ma perché qualcuno ha fatto spazio. Perché qualcuno si è ritirato. Perché qualcuno ha deciso che sì, dai, facciamoli entrare lo stesso.

Sarebbe questo il punto più basso. Non l’eliminazione, ma l’eventuale salvezza.

Perché significherebbe certificare una verità che ormai è sotto gli occhi di tutti: non siamo più una grande del calcio, siamo una comparsa che spera in un invito.

Il vero scandalo è il silenzio

E intanto nessuno paga davvero. Nessuno si alza e dice “abbiamo fallito”. Nessuno che si faccia da parte. Si galleggia. Sempre.

Ma il calcio italiano non è un hobby. È un’industria, è identità, è cultura. E oggi è gestito come un circolo chiuso, autoreferenziale, incapace di rinnovarsi.

Tre Mondiali consecutivi senza Italia non sono una crisi. Sono un disastro storico.

E se davvero dovessimo tornarci per un ripescaggio, sarebbe solo l’ennesima illusione. Perché il problema non è entrare. Il problema è meritarselo. E oggi, semplicemente, non lo meritiamo.