Ci sono vittorie che arrivano con un’esplosione, e altre che si posano addosso come un destino compiuto. L’oro di Francesca Lollobrigida nei 5000 metri ha la seconda faccia: è l’urlo della pista e, insieme, la frase definitiva di un percorso. Perché dopo aver già messo le mani sui 3000, tornare nella distanza lunga e rifare tutto daccapo – curve, ritmo, dolore, controllo – non è una replica. È una firma.
All’Oval di Milano Cortina la Lollobrigida vola in 6’46”17 e si prende il bis olimpico, lasciandosi dietro la Conijn e la Wiklund. Un’altra medaglia che pesa come piombo e brilla come un faro: non solo perché è un oro, ma perché la consegna, numeri alla mano, al ruolo di atleta italiana più medagliata di sempre nel pattinaggio di velocità. Quando si dice “strepitosa carriera” di solito si rischia il cliché: qui è cronaca.
E c’è anche un dettaglio che, a questi Giochi, sta diventando una trama: il medagliere azzurro sembra parlare al femminile. Le slittiniste hanno acceso la miccia, e lo speed skating continua a soffiare vento. Non è una novità che da certe latitudini arrivino Olimpiadi “rosa”: in Corea i tre ori erano stati di Arianna Fontana, Sofia Goggia e Michela Moioli; a Pechino, al contributo fondamentale di Amos Mosaner si era intrecciata la storia di Stefania Constantini. Qui, invece, la sensazione è che il motore abbia scelto definitivamente quel registro. E la Lollobrigida lo interpreta con un’eleganza quasi testarda.
Nel Villaggio Olimpico, intanto, l’immaginazione corre più veloce dei pattini. C’è chi giura che al quarto piano della palazzina della Nazionale, dove Fontana e Lollo alloggiano in stanze singole a dodici porte di distanza, sia nato un patto non scritto tra donne Alfa: due campionesse con lo stesso colore di capelli e due modi opposti di stare al mondo. Francesca, romana fino al midollo, estroversa per vocazione – “Parlo anche con i muri” – eppure capace di una disciplina feroce quando entra nel corridoio del ghiaccio. Arianna, valligiana dell’Imagna diventata cittadina del mondo, più posata, calibrata, con l’orizzonte che si è allargato anche grazie allo sport e alla vita privata, tra scelte, viaggi, responsabilità.
Due storie diverse che però, in pista, si assomigliano: perché entrambe hanno trasformato l’esperienza in arma. La Lollobrigida, che ha sempre rivendicato la sua strada, anche logistica e quotidiana, senza farsi ingabbiare dall’idea che per essere una del ghiaccio devi per forza vivere dove tutti vivono e ritirarti dove tutti si ritirano. Fontana e Lollo, invece, sono diventate un riferimento tecnico e mentale. “La scuola italiana” non è più una formula da telecronaca: è una cosa che gli altri guardano, studiano, provano a copiare.
Nel pattinaggio di velocità c’è un momento in cui finisce la tattica e inizia la verità: quando la stanchezza ti svuota le gambe e l’unica cosa che ti tiene in piedi è la qualità del gesto. “A parità di stanchezza — spiega Marchetto —, vince chi mantiene una pattinata adeguata”. È lì che Francesca fa la differenza: non nell’attimo spettacolare, ma nella tenuta. Nel non disperdere energia. Nel rimanere composta quando il corpo vorrebbe solo smontarsi.
E mentre l’Italia festeggia, lei resta lei: una che sa prendersi l’oro e, nello stesso tempo, riderci sopra come se fosse un modo per tenere a bada l’emozione, o forse per non farla diventare retorica. “Sono arrivata alla sesta Olimpiade, ma se non do ai miei il famoso nipotino, mi diseredano…” sorride. È una frase che sembra buttata lì, e invece racconta il peso dolce di una vita piena, di una carriera lunghissima, di una donna che ha già attraversato tutto e continua a scegliere la pista come se fosse sempre la prima volta.
Ora i Giochi per lei non si chiudono: si allungano. Come succede alle campionesse vere, quelle che non “vincono e basta”, ma aprono spazio, trascinano energie, diventano un punto d’appoggio per tutta Casa Italia. Al quarto piano della palazzina azzurra le porte non sono comunicanti, peccato davvero. Ma certe cose passano lo stesso, anche senza bussare: la fiducia, la competizione sana, l’idea che il meglio, a volte, arriva proprio quando sembra che tu abbia già dato tutto.







