La Nazionale non è proprietà privata di Gabriele Gravina. Appartiene a tutti. E più ci ripensi, più resta addosso quella sensazione sporca, quasi fastidiosa. Come un ricordo che torna senza essere invitato, graffia e non se ne va.
Le immagini di Zenica, a disfatta ormai consumata, sono le stesse che riaffiorano nella memoria. Quelle di nove mesi fa, quando li vedevamo sfilare dentro una sala anonima, sotterranea, di un hotel romano a due passi da Villa Borghese. Già allora si capiva tutto. L’aria era quella delle occasioni sbagliate prese al volo. L’impressione netta: non può finire bene.
Buffon apre il corteo
Ha quella faccia contratta, come se stesse ingoiando qualcosa che non gli va giù. Poi arriva Gravina. Appunti di allora: volto spento, pelle tirata, sguardo sfuggente. Difficile capire cosa pensi. Forse non pensa. Di sicuro non si imbarazza: qualità che, col tempo, abbiamo imparato a riconoscere come tratto distintivo.
In mezzo, il nuovo commissario tecnico: Rino Gattuso
Rino Gattuso, disordinato, nervoso, occhi accesi ma inquieti. Sembra uno che si è trovato lì quasi per sbaglio. Un uomo onesto, forse troppo, catapultato in un ruolo più grande delle sue possibilità. Non per cattiveria, ma per evidenza. E infatti intorno a lui si crea subito quel clima strano, fatto di affetto e paternalismo. “Vai Rino”, “forza Rino”. Come si incoraggia qualcuno che si sa già in difficoltà.
Gravina, intanto, recita. È la sua specialità. Parole vuote, confezionate al momento. «Gattuso non è una scelta di cuore», dice. No, infatti. È una scelta di emergenza, di mancanza di alternative, di porte chiuse in faccia una dopo l’altra.
Perché la verità è che prima si erano sfilati tutti: Spalletti lasciato solo a raccontare il proprio addio, scena surreale. Allegri già accasato altrove. Pioli perso dietro illusioni personali. Ranieri abbastanza lucido da non infilarsi in quel vicolo cieco. E alla fine resta lui, Gattuso. L’ultima carta, quella che giochi quando il mazzo è finito.
Gattuso lo sapeva, non era ingenuo
Si leggeva negli occhi: so cosa pensate di me. Ma accetto. Perché chi direbbe no alla Nazionale? E allora si va avanti così, con un accordo tacito: noi facciamo finta di crederci, lui fa finta di essere all’altezza. Per mesi regge. Anche perché nessuno pretende miracoli. Non è Bearzot, non è Lippi. E non ha nemmeno i loro uomini. Ha una squadra normale, senza fuoriclasse, senza leader veri. E allora si tira a campare.
Poi arriva la realtà. L’espulsione di Bastoni, la gestione confusa, le scelte che non tornano. Gatti dentro, difesa a tre quando serviva altro. Idee poche, reazioni tardive. E quella sensazione, sempre più forte, che la partita stesse scappando senza che nessuno provasse davvero a riprenderla. Le domande diventano inevitabili. Perché certe scelte? Perché certe ostinazioni? Ma la risposta è sempre la stessa: il problema non è Gattuso.
Il problema sta sopra
Buffon, a Zenica, ammette il dispiacere. Terzo Mondiale che sfuma. Però resta. Fino a giugno almeno. Nessun passo indietro, nessuna rottura. Eppure, in un altro tempo, qualcun altro avrebbe fatto diversamente. Avrebbe chiesto scusa e si sarebbe fatto da parte. Ma Buffon è Buffon. E questo, ormai, sembra bastare.
E poi c’è Gravina. Sempre lì. Sempre uguale. Impermeabile a tutto: risultati, critiche, realtà. Va avanti come se nulla fosse. Con quella capacità rara — e inquietante — di non sentire il peso delle cose. Di non percepire la caduta.
E allora resta solo quello. Non la rabbia. Non più. Qualcosa di più sottile. Più umano. Una miscela di malinconia e rassegnazione. Perché quando chi guida non vede il problema, il problema non finisce. Continua. E si trascina dietro tutto il resto.







