E alla fine è successo davvero. L’Italia ha battuto l’Inghilterra. Non una volta qualsiasi, non in un test estivo, non in una di quelle partite destinate a restare un’eccezione da statistiche, ma nel Sei Nazioni, davanti a un Olimpico pieno, contro quelli che il rugby l’hanno inventato e che a Roma erano scesi con 30 mila tifosi al seguito, convinti di assistere all’ennesima recita di superiorità. Invece no. Stavolta il copione è saltato. Dopo 32 sconfitte consecutive, dopo una vita trascorsa a guardare i maestri dal basso verso l’alto, gli azzurri si sono presi una vittoria storica, meritata, pesante, definitiva. Finisce 23-18, ma il risultato dice solo una parte di quello che è successo davvero.
Perché questa non è soltanto una vittoria. È la certificazione della crescita di una squadra che non si accontenta più di restare aggrappata alle partite, ma ha imparato a vincerle. È il segnale più forte mandato da un gruppo giovane, coraggioso, pieno di talento e guidato da un allenatore, Gonzalo Quesada, che ha saputo tirare fuori il meglio da questi ragazzi. E soprattutto è il pomeriggio in cui l’Italia del rugby smette di essere la squadra simpatica del torneo, quella che riceve applausi quando perde bene, e diventa finalmente una squadra che gli altri devono temere.
Il simbolo perfetto di questa giornata è Tommaso Menoncello. Impossibile raccontare questa impresa senza partire da lui. Miglior giocatore dell’incontro, autore di una meta pesantissima nel primo tempo, leader tecnico e nervoso della rimonta nella ripresa, Menoncello ha finito la partita in lacrime. E quelle lacrime spiegano tutto. Spiegano il peso di un pomeriggio che non è una semplice bella vittoria, ma un passaggio storico. Spiegano la fatica, la tensione, la sensazione di aver finalmente buttato giù un muro che sembrava eterno.
La partita, però, non è stata una cavalcata comoda. Anzi. L’Italia l’ha vinta passando dentro i suoi errori, le sue paure, i suoi momenti di sbandamento. E forse proprio per questo vale ancora di più. Per dieci minuti iniziali gli inglesi si sono presi tutto: campo, possesso, pressione. Giocavano quasi stabilmente nella metà campo azzurra, con il 74 per cento di possesso e un dominio territoriale soffocante. L’Italia ha dovuto difendersi, serrare i ranghi, aggrapparsi alla disciplina. Zambonin ha tolto le castagne dal fuoco su una touche delicatissima vicino alla linea di meta, Fischetti ha guidato la prima vera reazione, e al 21’ è arrivato il primo squillo: Paolo Garbisi ha aperto il punteggio su punizione, sfruttando l’unica vera occasione azzurra dentro i 22 avversari.
Sembrava un piccolo premio alla resistenza. Invece cinque minuti più tardi è arrivata la solita mazzata inglese. L’Italia si è fatta sorprendere su una lunga rimessa laterale e Freeman ha segnato una meta troppo facile, di quelle che contro l’Inghilterra di solito paghi per tutta la giornata. In quel momento gli azzurri hanno dato l’impressione di poter andare in confusione. Paolo e Alessandro Garbisi, fratelli in regia, hanno pasticciato un po’, la manovra non era ancora fluida, e la sensazione era che la partita stesse scivolando verso il territorio più noto: quello in cui l’Italia si sbatte, tiene botta, ma poi gli inglesi prendono il largo.
Invece è arrivato Menoncello. Dopo una serie di raggruppamenti avanzanti, il centro azzurro ha visto il corridoio, si è infilato tra Heyes e Pepper e ha corso a schiacciare una meta che ha rimesso in piedi tutto. Non soltanto il punteggio, ma l’inerzia emotiva del match. Con la trasformazione di Garbisi, l’Italia è tornata davanti e ha dato la sensazione di poter davvero giocarsela fino in fondo.
Poi, però, proprio sul più bello, è arrivata una di quelle ingenuità che rischiano di rovinarti la giornata. A tempo scaduto del primo tempo, dopo aver conquistato una mischia ordinata, gli azzurri invece di calciare prudentemente fuori hanno provato ad attaccare con Lorenzo Cannone. Un errore di lettura, più che di coraggio. Gli inglesi hanno recuperato il pallone, sono ripartiti e hanno trovato la meta con Roebuck, trasformata da Fin Smith. Da 10-5 potenziale si è passati al 10-12 dell’intervallo. Un regalo. E contro l’Inghilterra, di solito, certi regali si pagano con gli interessi.
La ripresa è cominciata ancora peggio. Un errore madornale di Pani ha subito aperto un nuovo varco agli inglesi. Solo la presunzione di Genge ha evitato una meta quasi fatta, ma Ramos ha continuato a punire la nostra mischia ordinata e Smith ha portato i suoi a più cinque. Gli azzurri sembravano stanchi, Itoje sui punti d’incontro era un demonio, e quando Nicotera ha commesso un fallo costato tre punti e un cartellino giallo, il vento sembrava girato definitivamente. Italia sotto, con un uomo in meno, Inghilterra padrona del ritmo. Il classico crocevia in cui le grandi squadre scappano e le altre si spengono.
E invece lì è nata la partita che resterà nella storia. Con un uomo in meno, l’Italia ha iniziato a risalire la corrente. Anche gli inglesi, sotto pressione, hanno perso lucidità e sono diventati nervosi. Underhill ha colpito Fischetti con una spallata al capo: cartellino giallo. Paolo Garbisi, glaciale, ha cominciato a rosicchiare punti al piede. Poi ancora un’altra punizione. Poi Itoje, travolto dalla tensione, ha commesso a sua volta una scorrettezza assurda e si è preso un altro giallo. A quel punto, per la prima volta, l’Italia ha sentito davvero l’odore della possibilità. Gli inglesi spezzavano il ritmo ad ogni azione, chiedevano interventi medici, cercavano di raffreddare il momento. Ma ormai la partita era entrata nella zona emotiva più favorevole agli azzurri.
E lì si è vista la mano di Quesada. I cambi hanno inciso tantissimo. L’Italia ha trovato freschezza, energia, lucidità. Fusco ha dato ritmo, Ruzza ha portato peso, la squadra ha continuato a crederci senza sbracare. E a otto minuti dalla fine è arrivata l’azione che ha cambiato tutto. Un calcio-passaggio di Paolo Garbisi ha pescato Ioane. Menoncello, ancora lui, è arrivato in sostegno, ha rotto un placcaggio e ha servito Marin. Meta. Una meta da impazzire, per costruzione, per coraggio, per timing. La meta che ha portato l’Italia davanti e ha trasformato l’Olimpico in una bolgia.
Da quel momento sono stati minuti interminabili. L’Inghilterra ha cercato di reagire, come era inevitabile, ma l’Italia non si è più disunita. Ha difeso, ha stretto i denti, ha capito che stavolta non poteva più lasciarsela scappare. A un minuto dalla fine, con i bianchi in attacco, Lamaro ha conquistato una punizione che valeva oro. E poi, a tempo scaduto, quando Fusco ha calciato fuori la rimessa laterale conquistata da Ruzza, è partito tutto. La festa, l’urlo, le lacrime, la musica di “Azzurro” sparata dagli altoparlanti dell’Olimpico, la sensazione quasi incredula che sì, era successo davvero.
Il dato tecnico dice che questa è la seconda vittoria dell’Italia nel torneo dopo quella sulla Scozia. Ma il dato emotivo e sportivo dice molto di più. Dice che sabato prossimo, a Cardiff contro il Galles, gli azzurri avranno la possibilità concreta di chiudere il più bel Sei Nazioni della loro storia. E non sarebbe più un miracolo, né una favola, né un exploit isolato. Sarebbe il frutto di un lavoro, di una crescita, di una squadra che ha imparato a stare a questo livello.
Per anni il rugby italiano è stato raccontato come un ospite tollerato del Sei Nazioni, una presenza simpatica ma marginale, utile a fare numero e poco altro. Adesso questa narrazione non regge più. Battere l’Inghilterra significa abbattere l’ultimo tabù vero. Significa smettere di considerare certi avversari come irraggiungibili. Significa capire che il gap c’è stato, è stato enorme, ma non è eterno.
L’Italia ha battuto i maestri. E lo ha fatto con una partita sporca, bella, faticosa, a tratti imperfetta ma sempre viva. Una partita da squadra vera. Una partita che resta. Una partita che, da oggi, cambia per sempre il modo in cui gli azzurri guardano all’Inghilterra. E forse anche il modo in cui l’Inghilterra guarderà all’Italia.







