“Attento a non essere cancellato tu”: la minaccia iraniana a Trump e la vera arma di Teheran

«Fai attenzione a non essere cancellato tu». La frase con cui Ali Larijani ha risposto alle minacce del presidente Donald Trump non è soltanto un insulto diplomatico. È la sintesi brutale della strategia iraniana. Teheran non parla il linguaggio della superiorità militare, perché sa di non possederla. Parla il linguaggio della resistenza e del logoramento.

Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ha replicato alle parole di Trump che aveva minacciato di colpire l’Iran «venti volte più forte». La risposta è arrivata su X con una formula tipica della retorica iraniana: «Il popolo dell’Ashura non ha paura delle vostre minacce vuote». Poi l’avvertimento diretto al presidente americano: «Nemmeno persone più grandi di te potrebbero eliminare la nazione iraniana».

È una frase che può sembrare propaganda. In realtà contiene una verità strategica che spesso sfugge nella lettura occidentale del conflitto.

Gli Stati Uniti e Israele possiedono una superiorità militare enorme. Possono colpire infrastrutture, basi militari, installazioni nucleari e centri di comando con una precisione devastante. In una guerra convenzionale l’Iran non potrebbe competere sul piano tecnologico né aeronavale.

Ma il problema non è la prima settimana di guerra. Il problema è cosa succede dopo.

Teheran non ha bisogno di vincere una guerra classica per considerare il conflitto un successo. Deve soltanto evitare di perdere. Se il regime sopravvive, se lo Stato resta in piedi e se la capacità di rappresaglia non viene annientata, allora il conflitto entra in una fase diversa: quella del logoramento.

Ed è proprio qui che l’Iran possiede la sua vera arma strategica.

Non sono i missili, non sono i droni. Non sono nemmeno le milizie regionali che ha costruito negli anni in Libano, Iraq o Yemen. La leva decisiva è l’energia.

Il Medio Oriente resta il cuore energetico del pianeta. E l’Iran si trova nel punto più sensibile di quel sistema: lo Stretto di Hormuz. Attraverso quel passaggio marittimo transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota enorme del gas naturale liquefatto destinato ai mercati internazionali.

Basta questo dato per capire perché la guerra con l’Iran non sarebbe un conflitto regionale come gli altri.

Teheran non deve chiudere completamente lo stretto per provocare una crisi globale. Le basta rendere credibile la possibilità di farlo. Quando il rischio aumenta, i mercati reagiscono immediatamente. Crescono i costi assicurativi delle petroliere, aumentano i prezzi del petrolio, salgono i costi del gas e dell’energia.

Il risultato si trasferisce nel giro di poche settimane sulle economie occidentali.

Una guerra lunga nel Golfo trasformerebbe l’energia in una gigantesca arma geopolitica. L’Europa, già fragile dopo le crisi energetiche degli ultimi anni, sarebbe tra le prime a pagare il prezzo. L’aumento del petrolio si tradurrebbe immediatamente in inflazione, costi industriali più alti e pressione sui governi.

Anche gli Stati Uniti non resterebbero immuni. Il prezzo della benzina è una delle variabili politiche più sensibili nella società americana. Una guerra che spinge verso l’alto il costo dell’energia rischia di trasformarsi rapidamente in un problema domestico per qualsiasi amministrazione.

Per questo la minaccia iraniana non va letta soltanto in chiave militare.

Larijani non sta dicendo che l’Iran può distruggere gli Stati Uniti. Sta dicendo qualcosa di più sottile: che un conflitto prolungato potrebbe diventare troppo costoso per Washington e per i suoi alleati.

La strategia iraniana nasce da quarant’anni di isolamento e pressione militare. Teheran ha capito da tempo di non poter competere frontalmente con l’Occidente. Ha quindi costruito una forma di deterrenza diversa, fondata su due elementi: la capacità di rappresaglia e la capacità di resistenza.

Missili balistici, droni e attacchi indiretti servono a rendere ogni aggressione costosa. L’energia e la geografia servono a rendere la guerra economicamente destabilizzante.

Se l’Iran riesce a evitare il collasso del regime e a mantenere aperta la crisi energetica, il conflitto si trasforma automaticamente in una partita di resistenza. E la storia recente dimostra che l’Occidente non sempre eccelle nelle guerre lunghe.

Afghanistan e Iraq hanno insegnato una lezione semplice: gli Stati Uniti possono vincere quasi tutte le battaglie iniziali, ma la gestione politica del dopo è molto più difficile.

L’Iran ha costruito tutta la sua strategia su questa fragilità.

Una pressione militare esterna tende inoltre a produrre un altro effetto prevedibile: rafforzare la coesione interna del regime. Le opposizioni vengono marginalizzate, il nazionalismo cresce, la repressione diventa più facile da giustificare.

Una guerra nata per indebolire il sistema politico iraniano rischierebbe di consolidarlo.

In questo senso la minaccia rivolta a Trump contiene un messaggio molto più ampio. Teheran non promette di vincere militarmente lo scontro. Promette di sopravvivere abbastanza a lungo da rendere la guerra insostenibile.

È una strategia brutale, ma razionale.

Perché nel mondo contemporaneo le guerre non si decidono soltanto sul campo di battaglia. Si decidono nei mercati energetici, nelle economie nazionali e nella capacità delle società di sostenere il costo del conflitto.

E proprio su questo terreno l’Iran potrebbe avere più carte di quanto molti analisti occidentali siano disposti ad ammettere.