Caschi, guerra e lacrime: lo scandalo Heraskevych smaschera l’ipocrisia del CIO e la sua neutralità a senso unico

C’è un’immagine che resterà più delle classifiche e dei cronometri: un casco decorato con i volti di atleti morti in guerra e un ragazzo costretto a toglierselo. La squalifica dello skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych non è soltanto una decisione disciplinare. È l’ennesima figuraccia del Comitato olimpico internazionale, che ancora una volta confonde neutralità con silenzio e regole con opportunità politica.

L’incontro all’alba, a Cortina, sembra la scena di una tregua fragile. Da una parte la presidente del CIO, Kirsty Coventry. Dall’altra Heraskevych, portabandiera ucraino, con il padre al fianco. Il nodo è semplice e insieme enorme: quel casco con le foto degli sportivi ucraini uccisi dalla guerra deve sparire. La Carta Olimpica, articolo 50, vieta manifestazioni politiche o religiose in gara. Il CIO è irremovibile: o lo toglie, o è fuori.

Coventry prova la strada del compromesso. Una fascia nera al braccio, suggerisce, sarebbe già una concessione. Ma non basta. Il messaggio, sostiene il CIO, non è in discussione. È il luogo a essere sbagliato. “Ci sono 130 conflitti in corso nel mondo. Durante la competizione, non possiamo mettere in primo piano 130 conflitti diversi”. È la spiegazione ufficiale, una frase che suona come una resa burocratica davanti alla realtà.

Heraskevych non cede. Ricorda di essere già stato “tollerato” nel 2022 a Pechino, quando mostrò un cartello contro la guerra. Stavolta, però, la linea è cambiata. Dopo un’ora e un quarto di colloquio, si alza e se ne va. Coventry resta in lacrime. Il padre piange a bordo pista. Pochi minuti dopo, il comunicato: squalificato. Olimpiadi finite.

La tesi del CIO è cristallina e fredda: non è il messaggio, ma il contesto. In allenamento il casco era stato permesso. In gara no. Come se la memoria potesse essere confinata negli spazi morti del calendario olimpico. Come se la commemorazione fosse accettabile solo quando non disturba l’inquadratura televisiva.

L’ucraino non usa mezzi termini: “Questa situazione è in linea con la propaganda russa. Non ho voluto uno scandalo: l’ha creato il CIO con la sua interpretazione delle regole”. Parole che pesano, soprattutto in un contesto in cui tredici atleti russi competono sotto bandiera “neutrale”, pur avendo in alcuni casi espresso sostegno pubblico all’aggressione contro l’Ucraina.

Da Kiev la reazione è immediata. Heraskevych riceve l’Ordine della Libertà, massima onorificenza nazionale. Volodymyr Zelensky parla di coraggio più grande delle medaglie e ricorda un dato che dovrebbe togliere il fiato: 660 atleti e allenatori ucraini uccisi dalla Russia. Centinaia di sportivi che non potranno più partecipare ai Giochi. È questa la memoria che il casco voleva evocare.

La protesta si allarga. I sei slittinisti ucraini, dopo la staffetta, sollevano caschi bianchi e si inginocchiano. “Ukrainian Lives Matter”, dicono. Bianchi come quelli degli atleti russi e bielorussi “neutrali”. Vuoti, spiegano, come le ragioni che hanno portato all’espulsione del compagno. Non è una protesta, sostengono. È un gesto di supporto contro un’ingiustizia giuridica, sportiva e storica.

Molti avrebbero voluto fare come lui. Ma il rischio era il ritiro dell’intera delegazione. Daniel Barefoot, campione americano di skeleton, ammette di essere sotto choc: pensava che il CIO avrebbe fatto un passo indietro. Invece no. L’organizzazione che si proclama custode dei valori universali dello sport ha scelto l’applicazione rigida di una norma, trasformando una commemorazione in un caso politico.

Il ministro dello Sport ucraino, Matvii Bidnyi, parla di atteggiamento “profondamente ipocrita”. Ricorda che una bandiera russa vietata è passata quasi inosservata su un altro casco, mentre l’attenzione si è concentrata sullo skeletonista ucraino. “Non esiste una norma che proibisca immagini di questo tipo. Non era propaganda, ma memoria”. E attacca la formula della neutralità: un’illusione che favorisce chi usa lo sport come strumento di soft power.

La questione, in fondo, è tutta qui. Il CIO rivendica una neutralità universale. Ma l’universalità si incrina quando si entra nel merito dei conflitti. L’argomento dei “130 conflitti” sembra una scorciatoia retorica: come se l’impossibilità di occuparsi di tutto autorizzasse a non occuparsi di nulla. Come se la memoria di 660 atleti uccisi fosse equiparabile a una generica presa di posizione politica.

Heraskevych, laureato in fisica, ha perso un amico d’infanzia, Dmytro Sharpar, partito per il servizio militare e mai tornato. Quel casco nasce da lì, da un nome e un volto. Non da una strategia mediatica. E forse è proprio questo che rende la squalifica così esplosiva: non si punisce uno slogan, ma un ricordo.

Lo sport olimpico pretende di essere fuori dalla storia. Ma la storia, prima o poi, bussa alla porta del villaggio. E quando entra, chiede conto delle scelte. La decisione sul casco di Heraskevych non chiude la questione. La apre. Perché dietro la formula della neutralità resta una domanda scomoda: può davvero esistere uno sport senza memoria, mentre la guerra continua a contare i suoi morti?