Ci sono guerre che finiscono sui libri di storia e guerre che continuano a restare sepolte nelle coscienze, nei racconti sussurrati, nei vanti sporchi fatti anni dopo davanti a un bicchiere. L’inchiesta milanese sui cosiddetti “cecchini italiani” a Sarajevo appartiene a questa seconda categoria. Non racconta soldati regolari, né una partecipazione ideologica organizzata in senso classico. Racconta qualcosa di più torbido e quasi indecifrabile: civili italiani che, secondo la Procura di Milano, avrebbero raggiunto la Bosnia durante gli anni dell’assedio per sparare sui civili come se si trattasse di una forma estrema di turismo criminale.
È un’indagine che, più va avanti, più assume contorni agghiaccianti. Perché il punto non è solo stabilire se alcuni italiani abbiano davvero impugnato un fucile sulle alture di Sarajevo tra il 1992 e il 1995. Il punto è capire se davvero esistesse una rete, più o meno informale, di “safaristi del weekend” disposti a partire il venerdì da varie città italiane, fare base a Trieste e poi superare il confine, in aereo o via terra, per raggiungere una città martoriata dalla guerra e usare esseri umani come bersagli.
Secondo quanto emerge dal nuovo sviluppo dell’inchiesta coordinata dal pm Alessandro Gobbis, i nomi iscritti nel registro degli indagati sono ora tre. E tra i due nuovi profili ci sarebbe anche un imprenditore lombardo piuttosto facoltoso. Non un marginale, non una figura sbandata o residua, ma una persona che, stando all’ipotesi accusatoria, avrebbe investito parte del proprio denaro in viaggi nei Balcani per comprare la possibilità di arrivare, accompagnato, in posizione utile sopra Sarajevo e mettere nel mirino civili inermi.
Cecchini a Sarajevo, l’inchiesta di Milano si allarga
È questo il passaggio che rende l’indagine ancora più pesante. Perché non si tratterebbe soltanto di presenza sul teatro di guerra o di simpatia per una parte del conflitto. L’ipotesi della Procura è molto più netta e molto più feroce: omicidio volontario continuato aggravato dai motivi abietti. Un’accusa che, già nella sua formulazione, suggerisce la natura del presunto movente. Non un’azione militare, non una rappresaglia, non un episodio collaterale di guerra, ma il gusto dell’uccisione come eccitazione, come prova di potere, come brivido.
Gli investigatori sarebbero arrivati al nome dell’imprenditore lombardo grazie al racconto di un conoscente che anni fa lo avrebbe ascoltato vantarsi personalmente di quelle “spedizioni” nei Balcani. È un dettaglio che colpisce quasi quanto il resto. Perché le indagini di questo tipo, a distanza di decenni, raramente si reggono su prove lineari. Molto spesso nascono da una parola sfuggita, da un ricordo custodito male, da qualcuno che a un certo punto decide di parlare. Qui, secondo la ricostruzione, sarebbe stato proprio un racconto confidenziale, una specie di esibizione tardiva, a riaprire un capitolo che sembrava consegnato per sempre alle ombre dell’assedio di Sarajevo.
Il fascicolo milanese, infatti, prova a illuminare una zona oscura della guerra in Bosnia ed Erzegovina: quella dei civili stranieri che avrebbero scelto di entrare nel conflitto non per combattere in un esercito, non per difendere una comunità, ma per partecipare a una forma aberrante di caccia all’uomo. È da qui che nasce anche l’espressione “safaristi del weekend”, una formula che ha qualcosa di osceno già nel suono, perché accosta il lessico dell’evasione turistica a quello del massacro.
Il profilo del lombardo e i racconti delle “spedizioni”
Il nuovo indagato lombardo, secondo l’impianto investigativo, avrebbe trasformato la propria disponibilità economica in accesso privilegiato all’orrore. I viaggi turistici nei Balcani non sarebbero stati, nell’ipotesi della Procura, semplici spostamenti in un’area di guerra per curiosità o interesse. Sarebbero stati il mezzo per arrivare sulle alture che dominavano Sarajevo e da lì sparare sulle persone in strada, nella città stretta dall’assedio, esposta ai colpi, al terrore e alla casualità della morte.
È qui che la vicenda cambia completamente tono. Non siamo più davanti alla figura, già inquietante, del fanatico attratto dalla guerra. Qui compare il profilo di chi avrebbe pagato per procurarsi l’emozione dell’uccisione a distanza. Una pratica che, se provata, renderebbe ancora più tremenda la natura dei fatti contestati. Il tiro contro donne, bambini, anziani, passanti qualunque, ridotti a bersagli in una città già devastata, trasformerebbe la guerra in un luna park del sadismo.
A far emergere il nome dell’imprenditore, come detto, sarebbe stato un conoscente che lo avrebbe sentito vantarsi anni dopo delle sue trasferte adrenaliniche. È un elemento narrativamente fortissimo, ma soprattutto processualmente delicato. Perché su questo tipo di testimonianze si gioca buona parte della tenuta dell’inchiesta. Da un lato ci sono i racconti, le memorie, le frasi pronunciate fuori tempo massimo. Dall’altro la necessità di ancorare quei racconti a verifiche, riscontri, movimenti, presenze, relazioni, contatti. È il lavoro più difficile, soprattutto quando si indaga su fatti così remoti, consumati in uno scenario in cui il caos della guerra era già di per sé una copertura perfetta.
Gli altri indagati e la pista dei “cecchini del weekend”
Con i due nuovi profili, gli indagati salgono dunque a tre. Il primo nome emerso era quello di Giuseppe Vegnaduzzo, ex camionista friulano di ottant’anni, oggi pensionato, interrogato lo scorso 9 febbraio dal procuratore capo Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis. L’uomo avrebbe negato tutto. Non solo di aver partecipato a quelle spedizioni, ma perfino di aver messo piede in Bosnia, nonostante in precedenza avesse ammesso in un’intervista di esserci stato, sostenendo però di esservi andato esclusivamente per lavoro.
Attorno a lui era stato tracciato un profilo preciso: passione per caccia e pesca, idee di estrema destra mai nascoste, una figura che agli investigatori appariva compatibile con quel mondo di ossessioni, armi e pulsioni radicali dentro cui sarebbe maturata la scelta di andare a Sarajevo. Il secondo indagato, residente nel Centro Italia, avrebbe un profilo simile. Anche qui il quadro evocato è quello di cacciatori, fanatici, uomini spinti non necessariamente da soldi o affari, ma da una miscela di ideologia, eccitazione e desiderio di partecipare a qualcosa che percepivano come assoluto.
Il nuovo nome lombardo sposta però l’asse del racconto. Se gli altri due apparivano riconducibili a un immaginario più rozzo, più militante, più da sottobosco armato, qui l’inchiesta si apre a una figura sociale diversa: un uomo benestante, in grado di muoversi, spendere, organizzare, comprare il proprio pezzo di guerra. E questo, se confermato, renderebbe il quadro ancora più disturbante. Perché significherebbe che la barbarie non si annidava soltanto nei margini, ma sapeva parlare anche il linguaggio del privilegio.
Sarajevo, la guerra trasformata in caccia all’uomo
L’aspetto più insopportabile di questa inchiesta sta proprio qui: nell’idea che qualcuno abbia potuto leggere la guerra di Sarajevo come una scenografia disponibile, un luogo dove scaricare fantasie di onnipotenza armata. Chiunque conosca anche solo superficialmente la storia dell’assedio sa che quella città fu uno dei simboli più tragici del collasso jugoslavo: una capitale stretta per anni sotto il fuoco, con i suoi abitanti costretti a vivere tra cecchini, granate, code per l’acqua e morte improvvisa.
Dentro quello scenario, il cecchino non era soltanto un combattente appostato. Era la forma stessa del terrore quotidiano: invisibile, imprevedibile, arbitraria. Attraversare una strada, affacciarsi a una finestra, uscire per cercare viveri poteva diventare un azzardo letale. Pensare che, in quel contesto, si siano inseriti anche italiani arrivati per “provare l’emozione di uccidere” è un salto ulteriore nell’abisso.
L’inchiesta milanese, proprio per questo, non riguarda solo tre indagati. Tocca una ferita più larga. Chiede se l’Italia abbia avuto anche questo volto durante la guerra bosniaca: non quello diplomatico, non quello umanitario, ma quello di uomini attratti dall’idea di sparare a civili sotto assedio. Uomini che avrebbero usato la guerra non come tragedia da evitare, ma come occasione da consumare.
Adesso la Procura dovrà dimostrare tutto: la presenza, i contatti, i viaggi, i racconti, i vantaggi ottenuti, l’effettiva partecipazione a quelle spedizioni. Il terreno è difficilissimo e il tempo trascorso rende tutto più complesso. Ma una cosa è già evidente: la sola esistenza di un’inchiesta di questo tipo basta a riaprire uno dei capitoli più osceni e rimossi della guerra europea degli anni Novanta. E se davvero altri “cacciatori di uomini” hanno attraversato il confine per trasformare Sarajevo in un poligono umano, allora questa storia non parla solo di delitti. Parla di un grado di disumanità che, per anni, è rimasto nascosto sotto la polvere del tempo.







