Dubai sotto i raid, quasi 20 mila italiani nel mirino: “Dormiamo nei garage, siamo soli”

La guerra entra nelle città e, per molti italiani bloccati negli Emirati, la sensazione è una sola: non essere in pericolo “e basta”, ma essere invisibili. Invisibili per chi dovrebbe almeno dare un segnale, una riga, una voce. “Siamo stati lasciati soli, nessuno della Farnesina ci ha contattati. Né per mail, né per messaggio, né con una telefonata”. La frase gira di bocca in bocca e diventa un ritornello. La pronuncia Ilaria, giovane professionista in vacanza con quattro amici a Dubai, rimasta bloccata dopo la chiusura dello spazio aereo. Ma dietro quella voce ce ne sono molte altre, sparpagliate fra Dubai, Abu Dhabi e gli hub del Golfo: gente in transito, residenti, turisti impossibili da mappare, famiglie con bambini, anziani, gruppi di studenti.

La paura non è astratta. È fisica. È fatta di sirene, di notifiche a raffica, di esplosioni in lontananza. “Spaventati da missili e droni, che a intervalli regolari arrivano sugli Emirati e altri Paesi del Golfo, e il più delle volte vengono intercettati”. E poi, come sempre succede quando l’eccezione diventa cronaca, arriva lo shock di vedere ciò che non si era mai messo in conto: “Sconvolti da immagini che mai avrebbero pensato di vedere quando hotel e aeroporti vengono colpiti e la guerra entra nelle città”. In quel punto, la vacanza si spegne, il lavoro si ferma, il transito diventa trappola. E resta la domanda più semplice, quella che non ha bisogno di analisti: chi ci sta guidando fuori da qui?

Il quadro, numericamente, è enorme e scomodo. Negli Emirati, fra Dubai e Abu Dhabi, gli italiani sono quasi ventimila. “Altri 600 stanno fissi in Bahrein, chissà quanti in Oman e in Qatar”. Poi c’è la massa fluttuante, la più fragile: i turisti e i passeggeri di passaggio negli hub, soprattutto “Dubai e Doha in primis”, che un giorno sono lì e il giorno dopo dovrebbero essere altrove. Ed è proprio qui che la Farnesina, messa alle strette, avrebbe ammesso la frase che suona come una resa amministrativa: “Il problema sono i numeri”. Tradotto, per chi aspetta una risposta, significa una cosa sola: se siete tanti, è più facile che vi perdiamo per strada.

Così, la galassia degli italiani bloccati si allarga e si mescola, come succede nelle emergenze: sportivi, personaggi pubblici, famiglie, gruppi organizzati. C’è persino lo schiacciatore Ivan Zaytsev che prova a fare da calmante e raccomanda: “tenete i nervi saldi”. Ci sono italiani che vivono lì da tempo e cercano di leggere il cielo come un bollettino, quelli di passaggio che hanno perso ogni appiglio, e quelli che stanno in Italia e si sentono ancora più impotenti perché possono solo aspettare un messaggio.

E poi ci sono loro: i ragazzi. I minorenni. I gruppi in trasferta. Le madri e i padri che non dormono. “Siamo sinceramente allibiti dal comportamento del governo italiano. I nostri figli sono bloccati lì e nessuno da Roma si è degnato di contattare le famiglie”. A parlare è Vittoria Tuccio, madre di una studentessa del Galluppi di Catanzaro, nel gruppo di liceali e universitari arrivati a Dubai per il progetto “Ambasciatori del futuro” dell’associazione World Student Connection. “Sarebbero dovuti ripartire proprio il giorno dell’attacco, quando mia figlia mi ha chiamata per dirmi che non sarebbe rientrata perché lo spazio aereo era stato chiuso pensavo scherzasse”. Non scherzava. E da lì, racconta, è iniziato “un incubo”. Doppio, perché alla paura per quello che cade dal cielo si somma la paura del silenzio: “Abbiamo provato a contattare la Farnesina e non ha mai risposto nessuno. A un certo punto, mia figlia non aveva più connessione, non siamo riusciti a contattarla e siamo andati in tilt. Non sapevamo a chi rivolgerci”.

La scena che emerge è brutale nella sua semplicità. Evacuazioni ripetute, spostamenti di fortuna, notti passate a riparo dove capita. Una studentessa lo dice senza filtri: “Inizialmente l’idea di prolungare un po’ di più il soggiorno e non tornare subito a scuola non ci dispiaceva, ma siamo stati evacuati più volte, costretti a dormire nei garage, il rumore dei missili fa davvero paura. Io vorrei solo tornare a casa, ma nessuno ci dice niente”. Anche dopo la visita del console e le rassicurazioni pubbliche, la realtà quotidiana resta fatta di dettagli che non finiscono nei comunicati: li “hanno smistati in due alberghi” perché nel primo non c’era posto, ma nel secondo “hanno scoperto di avere diritto solo all’alloggio, non al vitto”. E quando la paura ti toglie il sonno, anche il pasto diventa un problema che pesa.

Non va meglio a chi è rimasto incastrato su rotte che dovevano essere brevi. Un gruppo di crocieristi, diretto a Doha e poi dirottato su Dubai per ragioni di sicurezza, teme che il porto diventi un bersaglio: “Non abbiamo nessuna notizia su come dovremmo rimpatriare e quando, speriamo solo che qualcuno si faccia sentire presto”. A dirlo, dalla nave, è Giovanni Melis. E in quelle parole c’è il punto: non è solo la paura dei raid. È l’assenza di una linea, di un orizzonte, di una data anche provvisoria a cui aggrapparsi.

Qualcuno azzarda ipotesi di rientro “attorno al 4”, ma nessuno si sbilancia davvero: “la situazione è troppo incerta, gli attacchi ancora in corso”. C’è chi prova a vedere segnali di normalità e chi li rifiuta, perché la normalità non è più una categoria affidabile. “La situazione sembra quasi tornata alla normalità, ci sono stati meno raid”, dice l’imprenditore Vincenzo Stefanini. E poi la parola che, in questo clima, suona come un’attesa senza garanzie: “Aspettiamo”.

Nel frattempo, il nervo scoperto resta lo stesso: l’Italia che, a migliaia di chilometri di distanza, sembra una voce lontana. E per chi è lì, chiuso in un parcheggio o con la valigia pronta da giorni, la domanda non è geopolitica: è concreta, immediata, quasi domestica. Ci aiuteranno? Ci riporteranno a casa?