Il vero nemico di Vladimir Putin non è un esercito, non è una sanzione, non è nemmeno un avversario politico interno: è la recessione. È il frigorifero che costa di più, il carrello che si accorcia, la pensione che pesa meno, l’interesse che strozza e l’industria civile che si svuota mentre quella bellica assorbe tutto. Se davvero Mosca e Washington stanno cercando una strada per spegnere la guerra entro la fine del 2026, la pista più concreta non passa dalle bandiere o dai comunicati: passa dai conti.
Sono trascorsi quasi sei mesi dall’incontro tra il presidente Donald Trump e Putin ad Anchorage, in Alaska, e mai come in queste settimane diversi commentatori parlano di un’intesa implicita, o almeno di una convergenza di interessi, sulla necessità di chiudere il conflitto prima che il 2026 diventi l’anno della resa dei conti per entrambi. L’idea, in questa lettura, non è romantica e nemmeno morale: è utilitaristica. Mosca ha bisogno di prendere fiato. Washington ha interesse a “chiudere” un fronte. E Kiev, nel mezzo, cerca di non farsi schiacciare dalla combinazione più tossica possibile: pressione militare, ricatti politici, logoramento interno.
L’elemento nuovo, però, è il linguaggio con cui la crisi russa sta emergendo. Non più solo analisi occidentali o dossier di think tank, ma segnali che arrivano direttamente dalla pubblicistica russa e che rimbalzano sui social attraverso chi la Russia la racconta ogni giorno. Il corrispondente della BBC Steve Rosenberg, per esempio, ha rilanciato notizie e dati che dicono una cosa semplice: l’economia russa non collassa in un colpo solo, ma si sbriciola lentamente, e quel tipo di erosione è politicamente più pericolosa di un crollo improvviso, perché ti costringe a difenderti ogni giorno dalle stesse domande: quanto ancora? e a quale prezzo?
Un titolo, più di altri, ha fatto rumore: “il costo dei cetrioli”. Non è una metafora. Il Moskovskij Komsomolets ha scritto di un aumento del 42,8% del prezzo dei cetrioli e del 27% di quello dei pomodori. È il tipo di notizia che, in tempo di guerra, non sembra “strategica”, ma lo è: perché non parla di fronti, parla di tavole. E Putin lo sa. Il patto sociale che ha tenuto insieme il suo potere per anni non è fondato solo sulla repressione o sul controllo mediatico: è fondato su un principio ancora più primitivo e stabile, stabilità in cambio di obbedienza. Se la stabilità economica diventa un ricordo, quel patto va riscritto. E riscrivere un patto del genere, in guerra, è un azzardo.
Altri dati, sempre ripresi dalla stampa russa e da statistiche ufficiali, raccontano la stessa direzione. Il giornale governativo Rossijskaja Gazeta, citando numeri ufficiali, evidenzia che dall’inizio del 2026 al 2 febbraio i prezzi al consumo sono aumentati del 2,1%, il valore più alto degli ultimi anni nello stesso arco temporale. Nezavisimaja Gazeta ha riportato un trafiletto sulle pensioni scese al di sotto del 24% della retribuzione media. E ancora: perdite delle compagnie russe aumentate del 25% negli ultimi nove mesi del 2025, fino a 77 miliardi di dollari, con le retribuzioni arretrate in crescita del 14,5%. Sono segnali che da soli non fanno “crollo”, ma insieme fanno una parola che al Cremlino temono più di qualunque titolo internazionale: logoramento.
In parallelo, la crescita prevista si raffredda. Secondo l’ultimo aggiornamento del Fondo monetario internazionale, la crescita del PIL russo nel 2026 è stata rivista al ribasso intorno allo 0,8%, mentre diversi analisti russi la stimano ancora più bassa, tra lo 0,5 e lo 0,6. È una decelerazione netta rispetto al +4,3% del 2024, quando l’economia di guerra, spingendo la produzione militare e i flussi interni, aveva creato una crescita “drogata” ma reale nei numeri. Il punto è che la droga funziona finché c’è corpo civile da cui sottrarre energia. Quando quel corpo si indebolisce, la guerra smette di essere un volano e diventa un cappio.
La Banca centrale russa, di fronte all’inflazione, ha risposto con politiche restrittive. Tassi al 16%, per impedire che i prezzi scappino di mano. Ma un tasso così, mentre lo Stato assorbe risorse per la guerra, significa anche soffocare domanda e investimenti. In pratica, combatti l’incendio con l’acqua, ma intanto allaghi la casa. E la casa, se l’obiettivo politico è “normalità”, è esattamente ciò che Putin deve tenere in piedi.
Il quadro diventa ancora più delicato se si guarda alla composizione della spesa pubblica. Nel 2026, secondo la ricostruzione citata, quasi la metà della spesa federale sarebbe destinata alla guerra e alle agenzie di sicurezza, o al servizio del debito. È una fotografia che spiega perché l’economia civile inizi a perdere pezzi: non è solo l’effetto delle sanzioni o dei prezzi internazionali, è una scelta strutturale. Sposti risorse critiche dal privato al bellico, riduci la capacità produttiva non militare, bruci margini di futuro per comprare presente. Funziona nel breve periodo. Poi arriva il conto.
E il conto, in questa storia, si chiama deficit. Il disavanzo di bilancio avrebbe raggiunto livelli record: 48,9 miliardi, pari all’1,6% del PIL, con la diminuzione delle riserve e l’aumento del debito pubblico. Nel frattempo i ricavi da petrolio e gas diminuirebbero per l’effetto combinato di prezzi più bassi e mutamenti degli sbocchi, mentre il sistema continua a reggere le esportazioni nonostante le sanzioni, ma con un margine sempre più stretto. Anche qui, nessun collasso da film. Piuttosto un lento restringersi dello spazio di manovra.
Il rischio, secondo questa lettura, è quello della stagnazione strutturale: dati sull’economia civile che mostrano cali nel manifatturiero, nei materiali da costruzione, nei trasporti, e segnali di recessione nell’industria automobilistica. Paradossalmente, una disoccupazione bassa può convivere con una crisi reale quando la macchina bellica assorbe forza lavoro e la spesa pubblica “compra” occupazione, ma intanto l’economia produttiva perde elasticità. È un equilibrio che può sembrare solido finché la guerra alimenta la domanda militare. Ma è un equilibrio fragile, perché non genera benessere diffuso: genera produzione indirizzata.
Qui si innesta la frase che, riportata da “Domani”, suona come un avvertimento più che come una previsione: “L’economia russa può sopportare solamente un altro anno di guerra, a costo di un ulteriore deterioramento e di un abbassamento del tenore di vita”. Non un collasso, non l’apocalisse economica annunciata in modo improprio fin dal marzo 2022, ma qualcosa che per Putin è quasi peggio: un impoverimento progressivo, quotidiano, percepibile. Quello che si misura non con i grafici, ma con l’umore. E l’umore è politica.
Se questo è lo sfondo, la possibilità che Putin cerchi un accordo, o quantomeno una cornice di uscita, non appare più come una concessione. Appare come una manovra difensiva. Un modo per evitare che il 2026 diventi l’anno in cui la guerra smette di essere “gestibile” sul piano interno e diventa una domanda aperta a cui non basta rispondere con la propaganda.
Dall’altra parte, Washington avrebbe i propri incentivi. “Chiudere un’altra guerra” prima delle elezioni di novembre, come si sostiene, significa presentarsi con una narrativa di forza e decisione. È la politica estera trasformata in messaggio interno: non importa come, importa che finisca. Il problema è che, in questa dinamica, l’Ucraina rischia di trovarsi stretta tra due necessità: quella di Putin di prendere fiato e quella di Trump di incassare un risultato.
Putin, intanto, monitora costantemente l’opinione pubblica. Non per amore della democrazia, ma per sopravvivenza. Perché ogni guerra lunga, anche in un sistema autoritario, diventa prima o poi una guerra contro il tempo: il tempo che logora, che consuma, che rende meno efficace qualsiasi narrazione. E quando la narrazione si incrina, il potere deve scegliere se stringere ancora di più o cambiare passo.
Se davvero esiste un accordo implicito, o un canale per costruirlo, lo capiremo non dalle parole, ma dai movimenti: dall’intensità del conflitto, dai segnali di apertura, dalle scelte economiche di Mosca, dalla retorica di Washington. Per ora, però, una cosa emerge con chiarezza: nella Russia del 2026, più che i carri armati, fanno paura i prezzi dei cetrioli. Perché quelli li vede chiunque. E quelli, a differenza delle mappe al fronte, non puoi censurarli.







