Iran, impiccati tre ragazzi arrestati durante le proteste. La scena è quella di una piazza trasformata in teatro del terrore. A Qom, cuore religioso e politico dell’Iran, tre ragazzi sono stati impiccati in pubblico. Si chiamavano Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeid Davoudi. Avevano tra i 19 e i 22 anni. Erano stati arrestati a gennaio durante le proteste anti-sistema che avevano portato in strada centinaia di migliaia di persone, represse con una violenza che il mondo fatica ancora a quantificare.
L’esecuzione segna un passaggio preciso: la repressione non è più solo nelle strade o nelle carceri, ma torna a essere esibita. Una dimostrazione di forza, un messaggio. Il primo ufficiale, almeno, legato direttamente a quelle manifestazioni.
Le proteste in Iran e la risposta del regime
Le proteste di gennaio avevano scosso la struttura stessa della Repubblica islamica. Per giorni e settimane, città grandi e piccole erano diventate il teatro di una contestazione diffusa, trasversale, difficile da contenere. La risposta è stata affidata alle forze di sicurezza e coordinata dagli apparati più duri del sistema. Il risultato è stato un bilancio incerto ma devastante: migliaia di morti secondo le organizzazioni indipendenti, numeri molto più bassi secondo il governo.
La verità, come spesso accade, resta compressa tra censura e propaganda. Dall’inizio del conflitto, il Paese è entrato in un blackout informativo quasi totale. Internet limitato, comunicazioni controllate, accesso alle notizie filtrato. In questo contesto, anche ricostruire la sorte dei manifestanti arrestati diventa un esercizio complesso.
Processi rapidi e accuse di “inimicizia contro Dio”
I tre giovani sono stati accusati di “moharebeh”, termine che nel sistema giudiziario iraniano indica l’inimicizia contro Dio e che viene spesso utilizzato nei procedimenti contro oppositori politici. Secondo la versione ufficiale, avrebbero ucciso due agenti di polizia con armi bianche durante le proteste e collaborato con potenze straniere ostili.
I tempi raccontano molto più delle accuse. Arrestati il 15 gennaio, almeno uno di loro – Saleh Mohammadi – è stato condannato a morte il 3 febbraio. Meno di venti giorni per un processo capitale. Un’accelerazione che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, segnala la natura sommaria dei procedimenti.
Le denunce parlano apertamente di processi senza difesa legale indipendente e basati su confessioni estorte. “Dal giorno degli arresti a quello delle esecuzioni sono passati a malapena due mesi”, è la sintesi che circola tra gli osservatori internazionali, a sottolineare la velocità con cui si è chiuso il cerchio giudiziario.
Il caso di Saleh Mohammadi e il volto delle vittime
Tra i tre, la storia che emerge con più forza è quella di Saleh Mohammadi. Aveva compiuto 19 anni da pochi giorni. Era un atleta, membro della squadra nazionale di wrestling. Nel 2024 aveva conquistato una medaglia di bronzo alla Saitiev International Cup in Russia. Sui social pubblicava video dei suoi allenamenti, raccontando la fatica quotidiana e l’ambizione di costruirsi un futuro nello sport.
L’ultima immagine dei tre, prima dell’esecuzione, è quella scattata in aula: indossano le tute dei detenuti condannati, seduti davanti ai giudici. Una fotografia che oggi diventa documento e simbolo.
Esecuzioni e numeri della repressione
Le impiccagioni di Qom non sono un episodio isolato ma il primo segnale pubblico di una fase nuova. Dall’inizio dell’anno le esecuzioni nel Paese sono state centinaia, con una media che racconta un sistema che ha accelerato la macchina repressiva.
Numeri che si intrecciano con quelli, ancora più incerti, delle vittime delle proteste. Il governo parla di poco più di tremila morti, senza distinzione tra civili e forze dell’ordine. Le organizzazioni indipendenti e le Nazioni Unite stimano invece almeno settemila civili uccisi, con il sospetto che la cifra reale sia ancora più alta.
In questo scenario, le esecuzioni pubbliche diventano un messaggio politico prima ancora che giudiziario. Una risposta interna, mentre il Paese è coinvolto in una crisi più ampia e in un contesto internazionale sempre più instabile.
E la sensazione, condivisa dalle organizzazioni per i diritti umani, è che quello visto a Qom non sia un punto di arrivo ma l’inizio di una nuova fase. Più visibile, più esplicita, più brutale.







