Iran, Khamenei gravemente ferito e forse in coma: il messaggio di vendetta letto in tv

Mojtaba Khamenei nuova guida suprema dell’Iran

C’è un’assenza che pesa come una presenza. Da settimane il nuovo leader supremo dell’Iran, Mojtaba Khamenei, non appare in pubblico. Nessun discorso, nessuna immagine ufficiale, nessuna prova visiva che sia davvero lui a guidare la Repubblica islamica nel momento più delicato degli ultimi anni. E più il silenzio si allunga, più cresce il mistero.

L’ultimo episodio che ha riacceso le voci è arrivato dalla televisione di Stato di Teheran. Un messaggio attribuito all’ayatollah promette vendetta contro Stati Uniti e Israele e ribadisce che l’Iran continuerà a colpire le basi americane nella regione. Ma il comunicato non è stato pronunciato dal leader iraniano. È stato letto da un presentatore. Khamenei non è comparso in video.

In un regime dove l’immagine del leader ha sempre avuto un peso simbolico enorme, l’assenza è tutto fuorché un dettaglio.

Le voci sul ricovero e il presunto coma

Secondo un reportage pubblicato dal Daily Mail, citato da diversi osservatori internazionali, Mojtaba Khamenei sarebbe ricoverato in terapia intensiva al Sina University Hospital di Teheran. Le fonti citate nel servizio sostengono che il leader iraniano sarebbe rimasto gravemente ferito nei bombardamenti che hanno colpito il complesso della Guida suprema nei primi giorni della guerra.

Una testimonianza, trasmessa attraverso messaggi segreti a un dissidente iraniano in esilio a Londra, parla di ferite devastanti. Secondo questa ricostruzione, una o entrambe le gambe sarebbero state amputate e il leader avrebbe riportato gravi lesioni interne a fegato o stomaco. La stessa fonte sostiene che sarebbe “apparentemente in coma”.

Si tratta di informazioni impossibili da verificare in modo indipendente. Ma il silenzio del regime e l’assenza di immagini pubbliche stanno trasformando queste voci in un elemento centrale del dibattito internazionale.

L’ospedale blindato e il blackout informativo

Secondo le stesse ricostruzioni, l’ospedale di Teheran sarebbe stato completamente blindato dalle forze di sicurezza. Un intero reparto sarebbe stato sigillato per proteggere il leader iraniano e limitare ogni fuga di notizie.

A seguire personalmente il caso sarebbe il ministro della Sanità Mohammad Reza Zafarghandi, uno dei più noti chirurghi traumatologici del Paese, affiancato dal medico Mohammad Marashi, figura considerata molto vicina all’establishment della Repubblica islamica.

Il blackout informativo imposto dalle autorità rende quasi impossibile capire cosa stia accadendo davvero dietro le porte dell’ospedale.

Il leader che non parla mai

Un elemento rende la situazione ancora più singolare: Mojtaba Khamenei non ha mai pronunciato un discorso pubblico da quando è stato proclamato successore del padre Ali Khamenei, ucciso secondo diverse ricostruzioni il 28 febbraio durante l’escalation militare nella regione.

Nemmeno una breve apparizione televisiva, nemmeno un messaggio registrato. Nulla.

Anche l’ambasciatore iraniano a Cipro ha lasciato intendere che il leader non sarebbe in grado di parlare pubblicamente, confermando che sarebbe rimasto ferito nell’attacco al compound familiare a Teheran. «Non è nelle condizioni di tenere un discorso», ha spiegato.

Un’affermazione che ha alimentato ulteriormente i sospetti.

Il soprannome che alimenta i dubbi

Nel frattempo la televisione di Stato iraniana ha iniziato a utilizzare per Mojtaba Khamenei un’espressione curiosa: “Jaanbaz di Ramadan”. In persiano indica un veterano di guerra ferito, qualcuno che ha pagato un prezzo personale in battaglia.

Un modo per trasformare la possibile debolezza del leader in un simbolo di sacrificio. Ma anche un dettaglio che rafforza la sensazione che qualcosa non venga raccontato fino in fondo.

L’Iran guidato dai Pasdaran

Mentre il mistero sulle condizioni della Guida suprema cresce, diverse analisi internazionali sostengono che il potere reale in Iran stia scivolando sempre più nelle mani dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione.

Secondo le ricostruzioni circolate negli ultimi giorni, sarebbero proprio i comandanti regionali del corpo militare a gestire la strategia del conflitto e le operazioni contro Stati Uniti e Israele.

In altre parole, anche se Mojtaba Khamenei resta formalmente il leader supremo, il Paese potrebbe essere guidato di fatto da una leadership militare collettiva.

Un assetto che renderebbe la situazione ancora più imprevedibile.

L’“Ayatollah fantasma”

Nel frattempo sui social e nei media internazionali si diffonde una definizione che riassume perfettamente il clima di queste settimane: l’“Ayatollah fantasma”.

Un leader di cui si leggono i comunicati ma che nessuno vede. Un uomo che dovrebbe guidare il Paese nel pieno della guerra ma che non compare mai. Un simbolo politico più che una figura concreta.

Intanto il conflitto nella regione continua ad allargarsi, le tensioni nel Golfo restano altissime e il prezzo del petrolio supera i 100 dollari al barile. In questo scenario l’Iran appare sempre più come una potenza guidata nell’ombra, mentre il volto del suo leader resta nascosto.