Finita, almeno per ora, la fiammata iraniana, a Kiev è partita subito una domanda tanto semplice quanto scomoda: e adesso l’Ucraina? È il punto politico che il governo ucraino ha deciso di mettere sul tavolo senza perdere un minuto, quasi a voler impedire che la Casa Bianca archivi il conflitto europeo come un dossier stanco, secondario, meno redditizio sul piano mediatico rispetto alle crisi che esplodono più rumorosamente altrove.
Il messaggio arrivato da Andriy Sybiga è chiarissimo. Se la fermezza americana è servita, o viene raccontata come decisiva, per sbloccare Hormuz e ottenere il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, allora la stessa determinazione deve essere usata contro Mosca. Non è solo una richiesta diplomatica. È una sfida politica lanciata a Donald Trump, chiamato a dimostrare se la sua muscolarità internazionale valga solo quando può intestarsi un risultato rapido o se sia disposto a spenderla anche nel pantano più complesso e usurante di tutti: la guerra in Ucraina.
Kiev richiama Trump: ora tocca di nuovo all’Ucraina
L’Ucraina non vuole sparire dal radar americano proprio nel momento in cui il Medio Oriente sembra aver risucchiato tutta l’attenzione globale. Per questo Sybiga ha scelto parole calibrate ma durissime nel sottotesto: “La risolutezza americana funziona. Riteniamo che sia giunto il momento di una risolutezza sufficiente a costringere Mosca a cessare il fuoco e a porre fine alla guerra contro l’Ucraina”. Non è una frase di circostanza. È una pressione diretta sulla Casa Bianca.
Kiev, in sostanza, sta dicendo a Trump una cosa molto semplice: hai mostrato i muscoli con Teheran, adesso vediamo se hai davvero intenzione di usarli anche con Putin. Il problema, naturalmente, è che il fronte ucraino non offre scorciatoie, e soprattutto non garantisce quella teatralità brutale che tanto piace alla comunicazione trumpiana. Lì non basta un ultimatum lanciato nella notte, non basta una frase apocalittica su un social, non basta l’illusione di chiudere una crisi con una fotografia da vincitore. Lì c’è una guerra lunga, sporca, logorante, che consuma uomini, mezzi, consenso e pazienza.
Ed è proprio questo che rende la richiesta ucraina ancora più pesante. Perché obbliga Washington a scegliere se considerare Kiev ancora centrale oppure no. Se l’Ucraina resta una priorità strategica, allora bisogna dimostrarlo. Se invece non lo è più, il rischio per Trump è quello di consegnare a Putin non una vittoria militare piena, ma una vittoria politica per abbandono, per sfinimento, per disattenzione occidentale.
Putin è nel pantano, ma la guerra resta apertissima
Sul terreno, intanto, il quadro racconta una realtà molto meno trionfale di quanto Mosca avrebbe voluto. L’attesa offensiva russa di primavera, che avrebbe dovuto restituire slancio e profondità alle avanzate di Putin, per ora si è schiantata contro un muro fatto di droni, artiglieria e resistenza ucraina. I primi tentativi, condotti con gruppi di mezzi corazzati, si sono trasformati in fallimenti sanguinosi. È un segnale importante, perché mostra quanto il conflitto sia entrato in una fase in cui la capacità offensiva russa continua a esistere, ma fatica a tradursi in risultati decisivi.
Questo non significa che la Russia sia ferma ovunque. Nel Donbass il fronte resta vivo, teso, instabile, ma soprattutto resta inchiodato a uno stallo che logora tutti. L’ultima avanzata segnalata nei pressi di Hryshyn, vicino a Pokrovsk, dimostra che Mosca continua a cercare varchi e a premere in un settore che considera strategico da tempo. Però il punto non è il singolo avanzamento tattico. Il punto è che, nonostante mesi di pressione e costi altissimi in uomini e mezzi, i russi non sono riusciti a produrre quel salto di qualità che avrebbe dovuto cambiare davvero il volto del fronte.
Ed è qui che Zelensky trova nuove ragioni per irrigidire la propria linea. Se il nemico non sfonda, se l’offensiva russa non produce il crollo ucraino che alcuni avevano frettolosamente preannunciato, allora per Kiev diventa ancora più inaccettabile qualsiasi idea di cessione territoriale imposta dall’esterno. Zelensky continua infatti a ripetere che consegnare il Donbass è fuori discussione. E lo dice sapendo che proprio su questo punto si misura la distanza non solo con Mosca, ma anche con quei pezzi dell’Occidente che sarebbero tentati da una pace rapida pagata con territori altrui.
Donbass bloccato, Zaporizhzhia si muove
Il fronte, però, non è tutto uguale. Se nel Donbass domina una logica di attrito continuo, più a ovest il quadro cambia e, almeno in parte, sorride agli ucraini. Nella regione di Zaporizhzhia, Kiev sta portando avanti da settimane contrattacchi sempre più incisivi. È lì che la guerra mostra una dinamica diversa: non più solo resistenza e contenimento, ma tentativo di recuperare terreno, colpire le punte avanzate russe e rimettere in discussione equilibri che parevano consolidati.
Le truppe di Mosca, in quel settore, si erano avvicinate fino a circa quindici chilometri dai sobborghi meridionali della città di Zaporizhzhia. Una pressione pesante, che dava l’idea di una lenta ma continua erosione dello spazio ucraino. Ora però la situazione sembra essersi complicata per i russi. Se l’avanzata di Kiev dovesse proseguire, il rischio per Mosca sarebbe quello di vedersi respinta verso posizioni già occupate all’inizio del 2025, cancellando in poche settimane più di un anno di progressi costati carissimo.
È un dato che conta moltissimo anche sul piano politico. Perché un conto è trattare da parte apparentemente in crescita, un altro è sedersi al tavolo mentre il fronte ti si incaglia e in alcuni tratti arretra. Per questo Putin, oggi, è davvero in una zona grigia. Non sconfitto, ma neppure vittorioso. Non bloccato del tutto, ma sempre più lontano da quell’idea di offensiva decisiva che avrebbe dovuto piegare l’Ucraina e costringerla ad accettare condizioni capestro.
Trump vuole davvero tornare a occuparsi di Putin?
Ed è qui che si torna alla domanda iniziale. Dopo la tregua con l’Iran, Donald Trump ha davvero intenzione di riportare l’attenzione americana sul conflitto ucraino? Per Kiev la risposta dovrebbe essere sì, e dovrebbe arrivare in fretta. Ma non è affatto scontato. Perché l’Ucraina, a differenza di altre crisi, non offre successi lampo da rivendere alla propria base. Chiede continuità, investimenti, visione, pazienza strategica. Tutte cose che mal si sposano con una leadership che tende a vivere di colpi di scena, di annunci estremi, di negoziazioni da spettacolo.
Eppure proprio adesso gli ucraini sentono di avere un argomento forte. Putin non sta travolgendo nessuno. L’offensiva russa non ha prodotto la rottura attesa. Il Donbass è uno stallo costosissimo. Zaporizhzhia mostra che Kiev non è affatto finita. In altre parole: se c’è un momento in cui la pressione politica e militare su Mosca può tornare a essere efficace, è questo. È esattamente ciò che Sybiga sta dicendo agli americani.
La scelta di Trump
Per Trump, però, la questione è anche personale e narrativa. Se torna a occuparsi davvero dell’Ucraina, deve decidere se farlo contro Putin o piegando Zelensky a una soluzione di comodo. Se sceglie la seconda strada, la richiesta ucraina di “risolutezza” rischia di trasformarsi in una beffa. Se invece sceglie la prima, deve mettere in conto un confronto duro, lungo e tutt’altro che telegenico con il Cremlino.
In mezzo c’è l’Europa, ci sono gli equilibri Nato, ci sono le paure di una guerra che si trascina e il timore occidentale di dover continuare a sostenerla per anni. Ma c’è anche una verità che Kiev si ostina a ricordare a tutti: la guerra in Ucraina non è finita solo perché un’altra crisi ha rubato la scena.
Ed è questo, forse, il vero messaggio uscito dal cessate il fuoco tra Usa e Iran. Non che il mondo sia diventato più stabile, ma che la gerarchia delle emergenze cambia in fretta. E chi resta senza riflettori rischia di restare anche senza sostegno. Per questo l’Ucraina alza la voce adesso. Perché sa che le guerre si combattono con le armi, ma spesso si perdono molto prima, nel momento in cui il mondo smette di guardarle.







