Iraq, un paese che non trova pace. L’approfondimento dalla rivolta del 1991 alla nascita del Kurdistan

Erbil, una chiesa colpita da un razzo nel distretto cristiano di Ankawa – IPA @lacapitalenews.it

Nel marzo 1991, una grande rivolta scosse il regime di Saddam Hussein: gli sciiti nel sud e i Curdi nel nord dell’Iraq. Questi ultimi supportati dai Peshmerga del Fronte del Kurdistan riuscirono a liberare numerose città dalle feroci forze governative.

Nelle aree liberate del Kurdistan iracheno, grazie all’intervento dell’ONU e all’istituzione della “No Fly Zone”, fu possibile organizzare le prime elezioni generali, che portarono alla nascita del primo Parlamento curdo e alla fondazione del KRG – Governo Regionale del Kurdistan, successivamente riconosciuto dalla Costituzione irachena.

Tuttavia, tra il 1994 e il 1998, scoppiò un conflitto interno tra i due principali partiti politici curdi che insieme avevano costituito il Parlamento e il Governo. Il conflitto si concluse con lo storico Accordo di Pace di Washington nel 1998. È importante sottolineare che i Curdi non presero parte alla guerra civile irachena, che si combatté esclusivamente tra le fazioni arabe: da un lato gli sciiti filoiraniani, dall’altro i sunniti fedeli a Saddam Hussein.

Le guerre del Golfo e l’ascesa dello Stato Islamico

Gli scontri armati esplosero nell’agosto del 1990, quando le truppe irachene varcarono i confini del Kuwait occupandone militarmente il territorio, scatenando la reazione della comunità internazionale che prese corpo con l’operazione Tempesta nel deserto, lanciata nel gennaio 1991. Per oltre un decennio, quello scontro venne ricordato come “la guerra del Golfo”. Fu soltanto nel 2003, con il nuovo intervento militare americano contro Baghdad, che la storiografia ufficiale sentì la necessità di distinguere i due conflitti, battezzando il primo come prima guerra del Golfo.

Con la caduta del regime e l’esecuzione di Saddam Hussein nel 2006, l’Iraq non trovò però la pace tanto attesa. Al contrario, il paese sprofondò in una sanguinosa guerra civile che dilaniò quasi tutto il territorio nazionale: sunniti, sciiti e curdi si scontrarono ferocemente per il controllo del potere, in un vuoto istituzionale che nessuno riusciva a colmare.

A partire dall’agosto del 2014, i vasti territori controllati dall’ISIS in Iraq e Siria furono attaccati da una coalizione internazionale formata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Altri paesi occidentali, come l’Italia, la Germania e la Spagna, fornirono un sostegno logistico agli attacchi aerei della coalizione. La Russia e l’Iran intervennero separatamente contro l’ISIS in Siria. Dopo una guerra di cinque anni, nel 2019 le truppe americane si ritirarono, ma la situazione precipitò nuovamente con l’ascesa dello Stato Islamico, costringendo Washington a guidare un secondo intervento internazionale che si protrasse fino al 2021.

Un ruolo fondamentale in questo scenario fu svolto dalle forze armate curde, i Peshmerga: dal 2014 fino ad oggi, furono loro a presidiare le linee più avanzate del fronte nella guerra contro i fondamentalisti dell’ISIS, diventando un pilastro insostituibile della coalizione internazionale.

Erbil nel mirino: droni, missili e l’allerta per i contingenti italiani

Oggi l’Iraq è ancora al centro del fuoco. Il conflitto che contrappone Israele e Stati Uniti all’Iran ha destabilizzato profondamente i paesi limitrofi alla Repubblica Islamica, e l’Iraq ne paga il prezzo più alto, con ondate quotidiane di attacchi di droni e missili che si abbattono sul suo territorio. Le operazioni ostili si concentrano prevalentemente nei pressi delle basi militari della coalizione internazionale, ma non risparmiano nemmeno gli avamposti alleati. Le installazioni italiane e francesi sono già state colpite, provocando tra le vittime la morte di un sottufficiale francese con diversi feriti e di una guardia della sicurezza curda di soli 24 anni, deceduta nell’area aeroportuale.

Erbil, capitale del Kurdistan – la città più antica al mondo, abitata ininterrottamente dal 4000 a.C. fino ad oggi – dal 28 febbraio è diventata uno dei fronti più caldi del conflitto. Qui operano contingenti della coalizione internazionale impegnata contro lo Stato Islamico. Il 16 marzo scorso, diverse esplosioni hanno colpito il quartiere di Jadriyah, a Baghdad: un raid filo-iraniano ha ucciso quattro persone, mentre i Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) hanno lanciato missili contro aree civili, causando la morte di 90 persone. Il 24 marzo, ad Erbil, un attacco missilistico balistico iraniano ha colpito una base Peshmerga nella provincia di Erbil, causando sei morti e trenta feriti. È il primo attacco direttamente attribuito all’Iran contro le forze del Kurdistan iracheno, dopo oltre dieci offensive nelle ultime tre settimane da parte di gruppi armati iracheni illegali.

Il Presidente Barzani ha affermato che, in seguito al “tragico incidente”, hanno “contattato la Repubblica Islamica dell’Iran”, la quale ha riconosciuto l’errore e ha promesso di condurre un’indagine.

“Si dorme nell’ansia”: le drammatiche testimonianze dal cuore del conflitto

Le testimonianze giunte a noi vengono cosi raccontate attreverso le parole dell’ex professore universitario Abdul Jabbar FATAH, cittadino iracheno e italiano, si trova attualmente in Iraq. La sua testimonianza restituisce il quadro di un paese in cui la paura cresce di giorno in giorno. Razzi e droni bombardano il territorio iracheno soprattutto nelle ore notturne, spesso senza un obiettivo preciso. La popolazione vive nel terrore costante di non sopravvivere alla notte. A mietere il maggior numero di vittime civili non sono soltanto i colpi diretti: anche le schegge dei droni e dei missili intercettati e abbattuti ricadono su aree imprevedibili, seminando morte persino quando la difesa aerea riesce nel suo compito.

Le conseguenze si riflettono anche sul tessuto economico e sociale. Le strade sono deserte, il turismo è completamente paralizzato e la quasi totalità degli stranieri ha lasciato il paese. I pochi rimasti tra cui alcuni italiani, lo hanno fatto per obbligo, legati a contratti di lavoro con società irachene che non consentono loro di andarsene.

L’architetto Yasin Faqe, iracheno che ha vissuto molti anni in Italia, si trova attualmente in Iraq. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente: la sua voce pacata racconta un paese segnato dalla paura, dove le conseguenze della guerra pesano ogni giorno sulla vita della popolazione, dei giovani e il carovita continua a salire senza sosta. La presenza di milizie filo-iraniane nel resto dell’Iraq, rende qualsiasi presa di posizione politicamente insostenibile. Il Kurdistan, che condivide un lungo confine con l’Iran, rimane una regione esposta e vulnerabile, stretta tra equilibri di potere che la sovrastano.

Prezzi alle stelle e blackout informativo: la verità nascosta sulla guerra

Sul fronte economico, la situazione non è meno critica. La chiusura dei canali commerciali tradizionali ha reso quasi impossibile l’approvvigionamento di materie prime, costringendo la regione a dipendere quasi esclusivamente dalle importazioni turche, con inevitabili ricadute sui prezzi al consumo. Il costo del carburante, ha registrato un’impennata del 60%.

Di fronte a questa crisi, cresce tra la popolazione la convinzione che solo un governo regionale forte e autonomo possa tutelare davvero gli interessi curdi in alternativa a un ruolo sempre più marginale all’interno di uno Stato federale percepito come debole e incapace di rispondere ai bisogni del territorio.

Il professor Azad Hama Shekhany è netto nella sua analisi: il Kurdistan non era preparato a questo conflitto. Ogni giorno la popolazione prega affinché nessuna scintilla dei droni armati cada sulle proprie case e si dorme nell’ansia. Sul fronte economico, i prezzi delle materie prime continuano a salire mentre i salari tardano ad arrivare, stringendo la popolazione in una morsa sempre più difficile da sopportare. Anche i momenti di festa hanno perso il loro significato: durante l’Eid, la gente è rimasta in casa, paralizzata dalla paura.

Eppure, qualcosa si sta muovendo nell’opinione pubblica. Secondo il professore, cresce tra la popolazione una certa simpatia verso l’Iran non per convinzione ideologica, ma come reazione alle ingiustizie percepite. «La gente non è stupida», afferma: di fronte a un’aggressione così violenta, rinasce inevitabilmente una coscienza collettiva.

Sul fronte dell’informazione, il quadro è altrettanto preoccupante. Le notizie sulle vittime vengono sistematicamente oscurate, in un racconto della guerra costruito ad arte per esaltare i vincitori e nascondere il costo umano del conflitto. Un racconto in cui chi vince sembra fatto di ferro e chi perde. Le autorità nascondono i dati reali e molte zone colpite restano inaccessibili ai giornalisti. Alle testate è stato intimato di non pubblicare notizie né immagini relative agli attacchi, e chiunque è consapevole del pericolo che corre. Il Kurdistan vuole la pace ma sembra che la storia si ripeta senza fine.

 di Alba Cavallaro