Israele ha lanciato un “attacco preventivo” contro l’Iran. Il nome scelto per l’operazione è evocativo: “Il ruggito del leone”. A comunicarlo è stato il ministro della Difesa Israel Katz, che ha dichiarato “lo stato di emergenza immediato in tutto il Paese”, mentre le sirene hanno iniziato a risuonare in diverse città e il Comando del Fronte Interno ha invitato la popolazione a rimanere vicino ai rifugi antiaerei.
La decisione, secondo quanto riferito dalle autorità israeliane, sarebbe legata alla necessità di “rimuovere le minacce” provenienti da Teheran. Una formulazione che lascia intendere un’azione mirata a obiettivi considerati strategici, in un quadro già segnato da tensioni crescenti sul dossier nucleare iraniano. Channel 12, citando una fonte della sicurezza israeliana, parla di “un’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele”, elemento che se confermato aprirebbe uno scenario di coinvolgimento diretto di Washington.
Sul fronte americano, il presidente Donald Trump mantiene una linea pubblica oscillante tra prudenza e fermezza. “Non ho ancora deciso”, ha dichiarato in merito alle prossime mosse, ma ha anche sottolineato di “non essere contento” dell’andamento delle trattative con l’Iran e che “a volte la forza serve”. In un video diffuso su Truth, si è rivolto direttamente agli iraniani: “L’ora della vostra libertà è vicina. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo, starà a voi farlo. Questa sarà, probabilmente, la vostra unica possibilità per generazioni. Per molti anni avete chiesto aiuto all’America, ma non l’avete mai ottenuto. Ora avete un presidente che vi sta dando ciò che volete”.
Parole che si inseriscono in un contesto diplomatico già fragile. Secondo il ministro degli Esteri dell’Oman, l’Iran avrebbe accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito, una possibile “svolta” nei colloqui. Tuttavia, un rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) avrebbe evidenziato la presenza, nel sito sotterraneo di Isfahan, di uranio arricchito al 60%, percentuale considerata tecnicamente vicina al 90% necessario per la produzione di un’arma nucleare.
Mentre le informazioni si susseguono, la comunità internazionale si muove sul piano della sicurezza. Pechino ha esortato i propri connazionali a lasciare l’area “il prima possibile”. La Farnesina ha ribadito l’invito agli italiani a lasciare la regione, Londra ha annunciato il ritiro temporaneo di parte del personale diplomatico e Washington ha ridotto la presenza all’ambasciata di Gerusalemme. Segnali che indicano una valutazione di rischio elevata e la possibilità di una escalation.
Dal versante iraniano, l’agenzia statale Irna, citata da Al Jazeera, riferisce che il presidente Masoud Pezeshkian sarebbe rimasto illeso negli attacchi. Al momento non vi sono conferme indipendenti su eventuali danni alle infrastrutture o su vittime, mentre la situazione sul terreno resta in evoluzione.
In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo al Tg1, ha sottolineato che “era chiara da tempo” la possibilità di un’operazione di questo tipo e che “il personale italiano era stato messo in sicurezza ed è in sicurezza”. Secondo Crosetto, “l’obiettivo è convincere l’Iran a cambiare idea sul nucleare, non fare una guerra. Ma tutto dipende dall’Iran”.
L’operazione “Il ruggito del leone” si inserisce dunque in una fase di forte instabilità regionale, dove il confine tra deterrenza e conflitto aperto appare sottile. Le prossime ore saranno decisive per comprendere se l’attacco resterà circoscritto o se innescherà una reazione capace di allargare il teatro della crisi. In Medio Oriente, ogni mossa ha conseguenze che travalicano i confini nazionali. E questa volta il ruggito rischia di farsi sentire ben oltre la linea del fronte.







