Drone colpisce la base italiana in Kuwait. Un attacco condotto con un drone ha colpito questa mattina la base di Ali Al Salem, in Kuwait, dove è schierato personale italiano della Task Force Air. Il velivolo a pilotaggio remoto custodito in uno shelter è stato distrutto, ma non ci sono feriti tra i militari italiani presenti nella struttura. La conferma è arrivata dal generale Luciano Portolano, capo di Stato maggiore della Difesa, che ha precisato di avere informato subito il ministro della Difesa Guido Crosetto e di avere contattato direttamente il comandante sul posto per verificare le condizioni del contingente.
Il punto più delicato della vicenda riguarda la natura del mezzo colpito. Secondo Portolano, il drone distrutto costituiva “un elemento indispensabile per lo svolgimento delle attività operative”. Il dispositivo, ha spiegato, era già stato alleggerito nei giorni scorsi in relazione all’evoluzione del quadro di sicurezza nell’area. Il personale rimasto sul posto continua a garantire le attività essenziali della missione, mentre il Comando operativo di vertice interforze e il vertice militare seguono costantemente l’evoluzione della situazione.
Drone colpisce la base italiana in Kuwait
La base di Ali Al Salem non è una presenza marginale nello scacchiere mediorientale. Si tratta della struttura militare italiana più esposta verso l’area della crisi con l’Iran e da dodici anni ospita una componente dell’Aeronautica militare impegnata in missioni di sorveglianza e ricognizione. Il sito fa parte dell’operazione Prima Parthica, la missione italiana collegata alla coalizione internazionale contro le cellule dello Stato islamico attive soprattutto tra Iraq e Siria.
È proprio questa collocazione strategica a rendere la base particolarmente sensibile. Il Kuwait, come ha ricordato anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, viene considerato un possibile obiettivo militare da parte dell’Iran per la presenza sul suo territorio di infrastrutture e basi statunitensi. La struttura dove operano gli italiani, infatti, ospita anche uno stormo da trasporto americano e da tempo rientra in un’area sotto osservazione per possibili ritorsioni.
Non è un caso che Tajani abbia sottolineato come la base fosse già stata colpita in precedenza. E che il contingente italiano fosse stato progressivamente ridotto proprio per adeguarsi al deterioramento del quadro di sicurezza.
Che cos’era il drone distrutto e a cosa serviva
Secondo quanto emerso, il velivolo colpito sarebbe uno dei droni MQ-9 Reaper, i grandi velivoli senza pilota di produzione statunitense che l’Italia utilizza in compiti di osservazione e raccolta informativa. Sono mezzi centrali nelle missioni di intelligence e ricognizione: sorvegliano il territorio dall’alto attraverso sensori ottici, telecamere all’infrarosso e, in alcuni casi, radar capaci di ampliare ulteriormente la lettura del terreno.
Il valore operativo di questi droni è molto alto. Consentono di monitorare spostamenti, attività sospette e potenziali minacce sul terreno con una precisione che li rende essenziali nelle missioni moderne. Secondo le ricostruzioni, il costo di un singolo Reaper si aggira attorno ai 30 milioni di euro. I velivoli italiani di questo tipo vengono gestiti dal personale del 32° Stormo di Amendola, in provincia di Foggia.
Il fatto che il drone colpito fosse custodito all’interno di uno shelter conferma che l’attacco ha colpito un’infrastruttura sensibile e non un mezzo in volo. Questo dettaglio pesa perché mostra la vulnerabilità della base in una fase in cui la tensione regionale resta altissima.
I militari italiani in Kuwait e la missione Prima Parthica
La presenza italiana in Kuwait si inserisce in un dispositivo più ampio. La Task Force Air di Ali Al Salem è uno degli elementi dell’operazione Prima Parthica, nella quale rientrano anche i militari italiani presenti a Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’obiettivo della missione è contribuire al contenimento delle residue cellule dello Stato islamico, attraverso attività di pattugliamento, sorveglianza e supporto operativo.
Nel corso degli anni, oltre ai droni, nella base kuwaitiana sono stati schierati anche caccia Eurofighter Typhoon con apparati da ricognizione. Oltre a velivoli da guerra elettronica e aerei logistici impiegati per il trasporto di uomini e materiali. È dunque un hub militare importante, non solo per la presenza italiana ma per l’intero dispositivo della coalizione.
L’esposizione della base è aumentata dopo il gennaio 2020, quando l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani ordinata da Donald Trump cambiò radicalmente gli equilibri regionali. Da allora, le installazioni occidentali presenti nell’area sono entrate con maggiore forza nel mirino delle ritorsioni delle forze filo-iraniane e delle strutture militari collegate a Teheran.
Crosetto e Tajani: nessun ferito, ma la tensione resta alta
Sul piano politico, il governo ha cercato subito di rassicurare sul punto più importante: la sicurezza dei militari italiani. Guido Crosetto ha fatto sapere che la perdita del velivolo “non ha alcun riflesso sulla sicurezza dei nostri militari schierati nell’area”. E che l’evoluzione del quadro viene seguita “con la massima attenzione”. Secondo quanto si apprende, il ministro della Difesa ha informato rapidamente anche i leader dell’opposizione.
Antonio Tajani, da parte sua, ha ribadito che il contingente è stato ridotto progressivamente proprio alla luce del peggioramento della situazione nell’area. Ma ha anche aggiunto che l’Italia intende proseguire nelle sue missioni. “Non ci facciamo intimorire perché arriva un drone. Manteniamo fede ai nostri impegni”, ha detto il ministro.
La frase fotografa bene il doppio binario su cui ora si muove Roma. Da un lato la necessità di garantire continuità alle missioni internazionali, dall’altro l’obbligo di proteggere uomini e mezzi in una zona dove l’escalation può trasformare in poche ore una base logistica in un bersaglio militare.
L’attacco di oggi non ha provocato vittime, ma segna comunque un passaggio serio. Perché colpire un drone custodito in una base italiana in Kuwait significa ricordare, con brutalità, che la linea del fronte in Medio Oriente non è più così lontana dai nostri soldati come si vorrebbe pensare.







