L’Italia è già in guerra? La fregata anti-droni verso Cipro e lo scudo nel Golfo che cambia lo scenario

“L’Italia è in guerra?” È la domanda che torna, ogni volta che un Paese deve muovere assetti militari per proteggere alleati, rotte commerciali e forniture energetiche. La risposta, formalmente, non passa da proclami: passa dai dettagli tecnici e dalle decisioni operative. E in queste ore, a Palazzo Chigi, quei dettagli sono diventati la materia di un vertice ad alta tensione, con Giorgia Meloni che ragiona insieme ad Antonio Tajani e Guido Crosetto su due fronti che si toccano senza confondersi: il Mediterraneo orientale e il Golfo.

Il primo segnale guarda a Cipro. Nicosia viene descritta come particolarmente esposta in uno scenario di escalation, e la Francia si starebbe già muovendo. Roma, che da sempre mantiene una presenza significativa della Marina nel Mediterraneo, non può permettersi di restare ferma. Per questo prende forma un’ipotesi allo studio: spostare una fregata italiana nei pressi del territorio cipriota, contribuendo alla sicurezza dell’isola e, insieme, al traffico mercantile che attraversa un mare tornato improvvisamente fragile.

La scelta non sarebbe casuale: sulle fregate europee multi-missione (Fremm) sono installati sistemi in grado di intercettare minacce aeree e, soprattutto, di contrastare un’arma che negli ultimi mesi ha cambiato le regole del gioco, i droni. Fino alla scorsa settimana, una Fremm, la Virginio Fasan, era già schierata nel Mediterraneo orientale. Una seconda, la Schergat, si trova nel Canale di Sicilia e, in caso di necessità, potrebbe raggiungere Cipro in circa due giorni. Queste unità dispongono di un sistema radar capace di avvistare “intrusi” fino a circa 200 chilometri e impiegano missili Aster 30, gli stessi utilizzati dal Samp-T, con un raggio d’azione indicato in cento chilometri.

Ma il pezzo davvero “pregiato” non è soltanto il missile. È un’arma molto più concreta e, per certi aspetti, più antica: il cannone a tiro rapido da 76 millimetri, che si è rivelato efficace proprio contro i droni. Dopo la missione nel Mar Rosso contro gli Houthi, molte marine avrebbero iniziato a guardare a questo modello operativo. Gli equipaggi italiani, in particolare quelli che hanno operato con la Fasan, hanno maturato esperienza in duelli reali contro droni e missili cruise, minacce considerate affini a quelle impiegate dai pasdaran e da Hezbollah. Una prontezza che, tradotta in gergo politico, diventa “scudo” per un alleato e per le rotte commerciali.

Sulla carta c’è anche un’altra opzione: il Caio Duilio, cacciatorpediniere lanciamissili con un radar descritto come il più potente della flotta, capace di assicurare una copertura attorno ai 350 chilometri. Rispetto alle altre navi, viene indicata anche una capacità ulteriore: l’intercettazione di missili balistici, sempre attraverso gli Aster 30. Scelte diverse, responsabilità diverse, ma un messaggio identico: la difesa non è più soltanto una questione di confini, è una questione di “bolla” di protezione da stendere sopra punti sensibili del Mediterraneo.

Poi c’è il secondo segnale, quello rivolto al Golfo. Qui l’ipotesi è ancora più delicata: assicurare a uno dei Paesi dell’area, si parla di Kuwait o Emirati Arabi Uniti, un sistema Samp-T italiano. La richiesta, viene riportato, sarebbe arrivata dagli Emirati, e non a caso Meloni riceverà a Palazzo Chigi il ministro degli Esteri emiratino. Anche il Kuwait avrebbe fatto sapere di gradire il sistema di difesa aerea, e pure il Qatar ne avrebbe bisogno. La decisione dovrebbe arrivare nelle prossime ore, con un elemento che pesa più di tutti: la regione non è soltanto un campo di alleanze, è una cerniera energetica.

Ed è qui che il dossier militare si intreccia con quello economico. A Palazzo Chigi si ragiona sugli effetti potenzialmente “drammatici” di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz. Il punto è semplice e spietato: se quello snodo si blocca, si blocca una parte cruciale del flusso di energia e merci. Le conseguenze, per l’Europa, sarebbero immediate. I due problemi principali sono già scritti: approvvigionamento energetico e catene di fornitura. E, di riflesso, prezzi.

La guerra russa in Ucraina, viene ricordato nel ragionamento del governo, ha chiarito quanto contino stoccaggi, diversificazione e autonomia strategica. Oggi la preoccupazione più forte è l’impennata dei costi: gas e petrolio in salita, con la domanda che rimbalza nelle stanze del vertice come un’eco: quanto durerà l’instabilità sui mercati? Non c’è una risposta. Ma la durata è l’ago della bilancia, perché un’escalation lunga “logorerebbe” la resistenza energetica dell’Italia.

Sul piano dei numeri, Roma può contare su un dato considerato un vantaggio: il livello di riempimento degli stoccaggi sarebbe il più alto in Europa, al 47% contro una media Ue del 30% al primo marzo. È un cuscinetto. Non è una garanzia. Perché, se la crisi in Medio Oriente si protrae, si apre un altro scenario: la contrazione delle importazioni di Gnl dal Qatar nel medio periodo, con un effetto quasi automatico sui prezzi. Doha copre circa l’11% del totale del metano e il 45% del Gnl italiano. Il Paese “sopravviverebbe” anche senza, ma pagherebbe il conto sui mercati. E in un report del governo si avverte che ogni tensione su Hormuz si rifletterebbe immediatamente sui prezzi europei, con impatto su bollette, competitività industriale e crescita, fino al rischio di una spirale inflattiva che colpisce investimenti e consumi.

Per questo Meloni chiede agli amministratori delegati di Eni e Snam, Claudio Descalzi e Agostino Scornajenchi, di essere tenuta costantemente aggiornata su forniture e riserve. Non solo: affida loro anche la stesura di un set di simulazioni sugli scenari di rischio nel breve e medio termine. In parallelo, la dimensione militare torna a essere una forma di prevenzione economica: difendere i Paesi del Golfo significa anche ridurre il rischio che una crisi regionale si trasformi in una crisi energetica europea.

Alla fine, la domanda iniziale resta sospesa perché non si risolve in una formula: l’Italia non annuncia guerre, ma studia scudi. E in queste ore lo scudo ha due facce, una nel Mediterraneo vicino a Cipro, l’altra nel Golfo, dove la difesa aerea diventa un tassello di stabilità. La scelta arriverà presto, ma il vero banco di prova sarà un altro: capire se l’escalation avrà una soglia, o se il mercato e la sicurezza continueranno a muoversi insieme, giorno per giorno, come due strumenti nella stessa orchestra.