La guerra smette di sembrare astratta nel momento in cui prende un nome, un volto, una stanza d’ospedale. Fino a quel momento resta una grafica in tv, una mappa sullo schermo, un missile che attraversa il cielo di qualcun altro. Poi arriva la storia di Marco Feoli e improvvisamente tutto cambia. Perché il conflitto che si combatte tra Iran, basi occidentali e scacchiere del Golfo non è più soltanto una faccenda geopolitica da commentatori in giacca. Diventa il ginocchio ferito di un militare italiano, il racconto di una madre di 73 anni, i cinque giorni passati in un bunker senza medicine e quella frase che buca tutta la retorica ufficiale: “Mio figlio ha visto la morte in faccia”.
Feoli ha 44 anni, è sergente maggiore aiutante della 46ª Brigata Aerea dell’Aeronautica, reparto con base a Pisa ma un legame forte con Civitavecchia, da dove proviene. Dal 7 marzo si trova ricoverato all’ospedale militare del Celio, a Roma, con un trauma contusivo al ginocchio sinistro su un pregresso problema alla cartilagine. I medici stanno facendo accertamenti anche sui sintomi da stress post-traumatico, quelli che in teoria si leggono nei manuali e in pratica ti restano addosso quando corri a ripararti mentre sopra di te arrivano i missili.
La vicenda, nel linguaggio formale delle forze armate, è già stata in qualche modo sterilizzata. Feoli non può essere definito formalmente come il primo militare italiano ferito dagli attacchi iraniani, perché lui stesso avrebbe dichiarato di essersi fatto male mentre correva verso il rifugio durante il bombardamento. È il genere di distinzione burocratica che serve a tenere in ordine le carte. Ma fuori dalle carte, e dentro la realtà, il punto resta lo stesso: un militare italiano era in una base sotto attacco, è stato investito dall’onda d’urto, è rimasto ferito, ha passato giorni in condizioni durissime e oggi è ricoverato a Roma.
Marco Feoli, l’attacco in Kuwait e i cinque giorni nel bunker
Il 28 febbraio Marco Feoli si trovava nella base di Ali al Salem, in Kuwait, quando è arrivato il primo attacco iraniano. La ricostruzione della madre, Anna Amici, è cruda e lineare, proprio per questo più efficace di cento briefing militari. “Mio figlio, il 28 febbraio, è rimasto ferito al ginocchio nel corso del primo attacco iraniano alla base militare di Ali al Salem, in Kuwait. Insieme ai suoi colleghi ha trascorso cinque giorni dentro a un bunker prima di poter abbandonare la base, non avevano neanche le medicine. Ci raccontano la guerra come se fosse un videogioco, ma i missili e i droni uccidono le persone. I nostri ragazzi, che partono per delle missioni di pace, sono anche padri, mariti, figli. Dovrebbero essere tutelati un po’ di più”.
Dentro queste parole c’è già tutto il pezzo. C’è la denuncia, c’è lo scarto tra propaganda e realtà, c’è la fatica di una madre che scopre in ritardo cosa è successo a suo figlio e c’è soprattutto il nervo scoperto della vicenda: continuiamo a chiamarle missioni di pace anche quando i militari finiscono sotto i missili, corrono verso i rifugi, restano senza farmaci e poi vengono evacuati come da zona di guerra piena.
Anna Amici insiste su un punto che, politicamente e umanamente, pesa moltissimo. “Dopo l’attacco, lui e i suoi colleghi hanno trascorso cinque giorni dentro a un bunker prima di poter abbandonare la base: non avevano neanche le medicine. Mio figlio è riuscito a recuperare solo una tachipirina da un altro soldato”. È uno di quei dettagli che inchiodano più di un’analisi. Non perché una tachipirina risolva qualcosa, ma perché racconta la nudità concreta della situazione: uomini in uniforme, sotto minaccia, bloccati per giorni e costretti a arrangiarsi come possono.
La fuga verso Riad e il peso dello stress da guerra
Solo dopo giorni, racconta ancora la madre, i militari sono riusciti a lasciare la base. “Sono riusciti a scappare, si sono messi il corpetto antiproiettile, il casco, e hanno viaggiato otto ore a bordo di un mezzo militare, con i telefoni spenti, fino all’aeroporto di Riad”. La scena non ha nulla della missione ordinata, controllata, quasi asettica con cui spesso viene raccontata la presenza militare italiana all’estero. Assomiglia molto di più a una ritirata d’emergenza, condotta nel silenzio, sotto protezione, con la paura di nuovi attacchi e senza neppure la possibilità di avvisare casa.
Ed è qui che il racconto esce dal perimetro del singolo episodio e diventa qualcosa di più grande. Perché Feoli non è soltanto un nome in corsia. È il simbolo di una contraddizione che torna ogni volta che l’Italia entra, direttamente o indirettamente, in uno scenario di guerra: il lessico ufficiale parla di stabilizzazione, presidio, deterrenza, pace. Poi però arrivano droni, bunker, feriti, stress post-traumatico e famiglie che per giorni non sanno nulla.
Anna Amici lo dice con una limpidezza disarmante. “Mio figlio Marco era sotto un riparo in cemento armato, ma è stato sbalzato per una decina di metri dall’onda d’urto di un missile. Per giorni non ho saputo nulla di cosa gli era successo. Non parlo solo per lui, ma anche per i suoi colleghi. Questi ragazzi formalmente partono per delle missioni di pace, ma quello che vivono è altro. Ormai gli attacchi con i droni, i missili, vengono raccontati come se fossero un videogioco, ma queste armi uccidono le persone. Bisognerebbe avere coscienza che i nostri militari sono anche padri, mariti, figli. E dovrebbero essere tutelati un po’ di più”.
La madre, il silenzio in famiglia e quel sorriso che non basta a nascondere tutto
Il racconto diventa ancora più doloroso quando scende nel dettaglio familiare. Anna Amici spiega di avere scoperto ciò che era successo al figlio soltanto grazie alla nipote. Marco, per non farla preoccupare, avrebbe avvisato solo la moglie e i fratelli. A lei, nei giorni precedenti, diceva: “Mamma, non guardare i tg che raccontano solo scenari catastrofici”. Una frase quasi tenera, se non ci fosse dietro tutta l’ironia feroce della situazione: mentre cercava di tranquillizzare la madre, lui stava vivendo esattamente uno di quegli scenari che i telegiornali riducono spesso a immagini, sigle militari e commenti da studio.
Quando finalmente la donna è andata a trovarlo al Celio, la scena le si è stampata addosso. “Vederlo dolorante, sulla sedia a rotelle, che non riesce a camminare, mi ha fatto stringere il cuore. Provava a sorridere, ma dietro quel sorriso ho visto tanta sofferenza nei suoi occhi. Mi ha detto: ‘Mamma, io tutti i giorni che sono stati nel bunker non ho dormito mai’”. Questa frase vale più di qualsiasi formula clinica sul trauma. Perché racconta il corpo che regge, magari, ma la mente che continua a sentire il rumore di ciò che è accaduto.
Dalle missioni di pace alla guerra vera: il caso Feoli interroga l’Italia
C’è poi un altro aspetto che rende la storia di Marco Feoli ancora più forte. Non stiamo parlando di un uomo sconosciuto al senso del dovere o al rischio. Nel 2018, sulla spiaggia del Lido del Carabiniere di Tirrenia, si tuffò in mare agitato per salvare prima due ragazzine e poi due adolescenti che rischiavano di annegare. Per quel gesto ricevette la Medaglia d’oro al valor civile. Non uno che si tira indietro, dunque. Non uno impreparato alla responsabilità. Eppure oggi anche un militare così si ritrova su una sedia a rotelle, con un ginocchio compromesso e notti passate senza dormire dopo giorni chiuso in un bunker sotto attacco.
E forse è proprio questo che rende la storia di Marco Feoli così potente. Ci obbliga a togliere il filtro. A smettere di guardare missili e droni come se fossero pixelloni in un videogioco militare. A ricordare che sotto quei caschi ci sono persone vere, con madri che aspettano notizie, figli piccoli, mogli, corpi che si fanno male e menti che restano sveglie in un bunker per cinque giorni. Il resto, tutta la retorica sul teatro operativo, le missioni, gli equilibri strategici, viene dopo. Molto dopo.







