Missile centra la base in Kuwait, attimi di terrore per i militari italiani: “Eravamo appena usciti dal bunker”

La guerra, quando arriva davvero addosso, non ha il suono dei discorsi ufficiali. Ha un sibilo secco, riconoscibile, che ti taglia il respiro e ti rimette al tuo posto: di corsa, sottoterra. È quello che è successo in Kuwait, nella base aerea di Ali Al Salem, dove sono schierati elementi dell’Aeronautica Militare italiana, tra cui quindici ufficiali e sottufficiali del 51esimo Stormo di Istrana. Poco dopo le 8 di ieri mattina un missile è caduto all’interno del perimetro dell’aeroporto kuwaitiano, a poca distanza dal bunker dove i militari italiani sono rifugiati da sabato sera.

Gli attacchi di sabato hanno distrutto gli alloggi e hanno danneggiato la pista di decollo. La base vive una fase di allerta continua. I soldati aspettano una finestra di calma per compiere i gesti più banali. In quelle ore cercano solo acqua e pochi minuti di normalità.

Ormai la situazione sembrava stabile. Durante la notte non arrivano esplosioni. L’aria resta fresca. Alcuni militari escono dal bunker per la prima volta da giorni. Vogliono fare una doccia e lavarsi. Il tempo di trovarsi all’aperto e tutto cambia.

Arriva un sibilo netto, quello che annuncia un missile in arrivo. L’addestramento scatta prima del pensiero. I militari mollano tutto e corrono nel bunker. “Eravamo appena usciti dal bunker per una doccia”, raccontano. Il gruppo rientra e decide di non uscire più se non in caso di necessità.

La tensione resta alta in tutta l’area. Il Kuwait continua a finire nel mirino di missili e droni esplosivi che partono dall’Iran. La minaccia cambia ritmo, ma non scompare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ribadisce che i soldati italiani restano incolumi. Le autorità mettono in sicurezza gran parte dei contingenti italiani in Medio Oriente. I bunker diventano la regola.

La base però paga un prezzo pesante. Un militare trevigiano si sfoga e dice: “Negli attacchi abbiamo perso tutto”. Le esplosioni hanno cancellato le palazzine degli alloggi. Le fiamme hanno bruciato zaini e bagagli. Il bunker offre protezione, ma non offre comfort. La scorta di acqua e cibo copre ancora pochi giorni, secondo quanto viene riportato.

Intanto, secondo fonti citate dall’agenzia Dire, una parte dei soldati kuwaitiani inizia a lasciare la base. Gli italiani restano. Il contingente conta circa 300 persone, compresi i militari del 51° Stormo. La base mantiene le attività essenziali sotto stress, con allarmi che interrompono ogni routine.

Da Istrana, in Veneto, i contatti non si fermano. Il comando del 51esimo Stormo segue minuto per minuto la situazione. Il colonnello pilota Fabio Di Luca mantiene un filo diretto con il mini contingente. Informa anche la sindaca Maria Grazia Gasparini. “Stanno tutti bene, sono al sicuro. Ci teniamo in costante contatto”, fa sapere. Le famiglie, in gran parte, vivono a Istrana e aspettano notizie. Ogni chiamata vale come una boccata d’aria.

Il clima pesa anche in Italia. Le forze dell’ordine aumentano i passaggi nella zona della base. La comunità sente la distanza accorciarsi. La guerra non resta più solo un titolo internazionale. Entra nelle case attraverso la voce di chi sta dall’altra parte del telefono.

A Kuwait City, il nunzio apostolico in Kuwait, Qatar e Bahrein, l’arcivescovo Eugene Martin Nugent, descrive una situazione che peggiora giorno dopo giorno. Indica basi militari e aeroporti come obiettivi principali dei raid. Ricorda anche episodi che aggravano il quadro. Parla di attacchi contro strutture operative e di un clima di paura costante. Cita inoltre l’abbattimento di due aerei militari americani vicino alla base, episodio che attribuisce a un errore di fuoco amico della contraerea kuwaitiana. I piloti si salvano con il paracadute.

Il missile sugli italiani torna a incidere su un punto preciso: la fragilità del tempo. Bastano pochi minuti di normalità e arriva un sibilo. Da lì in poi conta solo una cosa: rientrare nel bunker. E aspettare.