Missili, droni e guerra dei cieli: nasce Michelangelo Dome, lo scudo che deve proteggere l’Italia

C’è un dato che più di tutti racconta il cambio d’epoca: nel 2020 la spesa globale per la sicurezza viaggiava attorno a 0,4 trilioni di dollari. Nel 2030, secondo lo scenario tracciato da Leonardo, arriverà a 1 trilione di dollari l’anno. Non è solo una previsione economica. È la fotografia di un mondo che si riarma, accelera, si protegge e si prepara a fronteggiare minacce sempre più veloci e sofisticate. Missili balistici, vettori ipersonici, sciami di droni, attacchi cyber: il lessico della difesa non riguarda più soltanto i fronti di guerra, ma entra stabilmente nei piani industriali dei grandi gruppi europei.

È dentro questo scenario che Leonardo ha presentato l’aggiornamento del piano industriale 2026-2030, mettendo al centro il Michelangelo Dome, il sistema di difesa aerea integrata basato sull’intelligenza artificiale che promette di intercettare, tracciare e neutralizzare minacce in arrivo. L’obiettivo dichiarato è imponente: difendere i cieli italiani da possibili attacchi esterni. Ma non solo, almeno 6 miliardi di euro di opportunità di business nei prossimi cinque anni solo per questo segmento. E non si tratta di una tecnologia ancora da immaginare. Roberto Cingolani ha confermato che tra qualche mese l’Ucraina potrà contare sulla prima implementazione applicativa del sistema.

Non è un dettaglio. Significa che il gruppo italiano si muove già sul terreno più sensibile del nuovo conflitto tecnologico: quello della difesa del cielo. Un settore che oggi vale potere geopolitico, commesse miliardarie e un peso crescente nei rapporti tra governi, industrie e alleanze internazionali.

Michelangelo Dome, il sistema di Leonardo che punta a cambiare la difesa aerea

Il cuore della scommessa si chiama dunque Michelangelo Dome. È il nome scelto da Leonardo per uno scudo capace di dare risposta alle minacce che dominano i conflitti contemporanei: missili, droni, attacchi coordinati, incursioni aeree sempre più difficili da prevedere e da contenere. Secondo quanto illustrato nel piano, il sistema sarebbe in grado di neutralizzare un missile balistico fino a 75 chilometri dall’obiettivo.

Dietro questa promessa c’è un’idea molto chiara di mercato. Oggi la domanda non riguarda solo armi tradizionali o mezzi pesanti. Riguarda soprattutto capacità di difesa integrata, rapidità di risposta, sensoristica avanzata, software, radar e automazione. In altre parole, la guerra moderna non si combatte solo con i proiettili, ma con le architetture che permettono di vedere prima, decidere prima e colpire prima.

Leonardo, gruppo storico della difesa italiana ed europea, punta a inserirsi esattamente lì. Non più solo elicotteri, velivoli o componentistica, ma piattaforme capaci di combinare elettronica, intelligenza artificiale, sorveglianza e risposta immediata. Cingolani lo ha detto in modo netto: la richiesta è enorme e arriva soprattutto dalla difesa aerea, un trend esploso con la guerra in Ucraina e rafforzato dalle recenti tensioni in Iran e nel Golfo.

Ucraina e Golfo, le due aree dove Leonardo vuole correre

La prima applicazione del Michelangelo Dome in Ucraina ha un valore politico e industriale enorme. Da un lato certifica che il sistema non resterà confinato nei laboratori o nelle slide per investitori. Dall’altro conferma che il teatro ucraino continua a essere il banco di prova decisivo per ogni nuova tecnologia legata alla protezione dello spazio aereo.

Ma c’è un altro fronte che Leonardo considera strategico, ed è quello del Golfo. Cingolani ha confermato la richiesta del ministro della Difesa Guido Crosetto per un impegno urgente a sostegno dei Paesi dell’area con piattaforme, radar e armi. È un passaggio che dice molto. Significa che il gruppo non si limita a leggere l’instabilità internazionale come una cornice di rischio: la assume come motore della propria crescita industriale.

In questo schema, il recentissimo scontro tra Israele e Iran e la vulnerabilità delle infrastrutture civili e militari diventano un acceleratore formidabile. I governi che temono attacchi con missili o droni non chiedono più solo deterrenza. Chiedono sistemi pronti, modulari, adattabili e rapidamente dispiegabili. È il tipo di domanda che un gruppo come Leonardo vuole intercettare per consolidare il proprio ruolo nel mercato europeo e internazionale.

Ordini, assunzioni e dividendi: il nuovo volto industriale di Leonardo

La parte più visibile del piano è quella legata alla difesa del cielo, ma il vero messaggio agli investitori sta nei numeri. Leonardo punta a portare gli ordini a quota 32 miliardi di euro entro il 2030. Il margine Ebita dovrebbe raddoppiare, passando da 1,75 miliardi previsti nel 2025 a circa 3,6 miliardi nel 2030. I ricavi, invece, sono attesi in crescita del 53%, da 19,5 miliardi a 30 miliardi.

Per sostenere questa espansione il gruppo prevede anche 28 mila nuove assunzioni nei prossimi cinque anni. Un dato che fotografa un’industria della difesa non più solo come comparto strategico, ma come macchina occupazionale e industriale di prima grandezza. A spingere la crescita saranno anche la divisione Cyber, quella Spazio e la divisione Aerostrutture, che dovrebbe arrivare al break even nel 2028.

Il resto del piano poggia sui tre pilastri classici del gruppo: elicotteri, elettronica per la difesa e velivoli. A questi si sommano le partecipazioni in Mbda e Hensoldt e il dossier Iveco Defense, che Leonardo punta a chiudere nelle prossime settimane. In sostanza, il gruppo sta cercando di presentarsi come un soggetto integrato capace di presidiare tutti i segmenti decisivi della nuova sicurezza: cielo, terra, spazio, dati.

I mercati hanno capito il messaggio al volo. Il titolo in Borsa ha chiuso con un balzo del 5,6% e il gruppo stima circa 1,3 miliardi di euro di dividendi nel triennio 2026-2028. Il consiglio di amministrazione ha già approvato una cedola da 0,63 euro per azione, in aumento del 21% rispetto all’anno precedente. Numeri che raccontano una verità semplice: la guerra spaventa il mondo, ma rassicura gli investitori del settore.

Il piano di Cingolani e il nuovo capitalismo della sicurezza

Il punto politico, oltre che economico, è proprio questo. Leonardo non sta semplicemente crescendo. Sta crescendo dentro una trasformazione storica in cui la sicurezza diventa uno dei grandi mercati del futuro. Non solo sicurezza militare, ma protezione di trasporti, infrastrutture, agricoltura, servizi finanziari. Il confine tra difesa e sicurezza si allarga, e con lui si allarga anche il perimetro del business.

Cingolani, che guida Leonardo, ha scelto di parlare senza giri di parole di un “contesto drammatico”. È difficile dargli torto. Oggi i conflitti aperti sono decine, il Medio Oriente è tornato a bruciare, l’Ucraina continua a consumare sistemi d’arma e tecnologie, l’Europa discute di riarmo e autonomia strategica. In una fase del genere, chi produce difesa non vende soltanto prodotti: vende risposte alla paura.

Ed è per questo che il Michelangelo Dome conta così tanto. Perché non è solo uno scudo. È il simbolo di una nuova stagione industriale in cui il cielo diventa il primo confine da difendere e l’intelligenza artificiale diventa il cervello di quel confine. Leonardo lo ha capito prima di molti altri e adesso prova a monetizzarlo. Con una promessa semplice e terribile insieme: il futuro sarà sempre più instabile, e proprio per questo avrà bisogno di più radar, più sistemi, più difesa.