Mistero sulla sorte di Khamenei, voci incrociate e nessuna conferma: il ministro Araghchi dice “è vivo”, Israele: “probabile morte”

È un mistero che pesa più di un comunicato ufficiale: la sorte dell’ayatollah Ali Khamenei è diventata, nelle ultime ore, il nodo simbolico e politico della nuova escalation. Da una parte, la versione iraniana: «Per quanto ne sappia», la guida suprema è ancora viva. A dirlo è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi in un’intervista rilanciata negli Stati Uniti, con la cautela lessicale di chi sa che ogni parola può diventare un detonatore. Nello stesso racconto, Araghchi sostiene che negli attacchi sarebbero morti “uno o due comandanti”, mentre i vertici della leadership avrebbero retto all’urto. Ma anche qui il condizionale non è solo prudenza: è la fotografia di una catena di informazioni che, in tempo di guerra, si spezza e si ricompone a tratti.

Dall’altra parte, la versione israeliana che corre in senso opposto e alimenta l’incertezza. Un alto funzionario citato dai media parla di una valutazione drastica: “saremmo scioccati” se Khamenei apparisse in diretta, perché “secondo la nostra stima non è più tra noi”, pur aggiungendo che si attende una conferma definitiva. Altre fonti, sempre in Israele, spingono nella stessa direzione: “molto probabilmente” non sarebbe sopravvissuto ai raid. Due narrazioni speculari, entrambe utili al fronte interno, entrambe impossibili da verificare in modo indipendente nel rumore di fondo di una crisi totale.

In questo vuoto entra un terzo elemento, potenzialmente decisivo: la televisione iraniana Al-Alam, emittente di Stato in lingua araba, ha annunciato che Khamenei dovrebbe tenere un discorso a breve. Una notizia rimbalzata anche su canali internazionali e letta come un tentativo di chiudere la partita con un’immagine: se la guida suprema parla, il dubbio si spegne. Se non parla, il dubbio diventa voragine. È il paradosso delle ore in cui la politica si riduce a un fotogramma, a una voce, a un’apparizione.

Intanto, sul terreno, il quadro è quello di un Paese attraversato dal panico. Le esplosioni segnalate in più città e la percezione di una minaccia che non si ferma hanno innescato movimenti di massa: file ai distributori, prelievi di contanti, famiglie che lasciano le abitazioni e cercano riparo fuori dai grandi centri. Nelle ultime ore, secondo quanto riportato, le autorità iraniane stanno invitando i residenti di Teheran a lasciare la capitale, anche attraverso messaggi sui telefoni cellulari. Un segnale che vale almeno quanto le dichiarazioni ufficiali: quando lo Stato chiede di evacuare, ammette implicitamente che la situazione può peggiorare.

La sequenza, per ora, resta sospesa tra tre punti: la frase di Araghchi (“è vivo, per quanto ne sappia”), le valutazioni israeliane (“probabilmente non è sopravvissuto”) e l’annuncio del discorso imminente. Nel mezzo ci sono i civili, la paura, l’instabilità e l’incapacità – deliberata o inevitabile – di produrre verifiche credibili. È così che nasce il mistero: non dall’assenza di informazioni, ma dall’eccesso di versioni che si annullano a vicenda.

Finché non arriverà un riscontro diretto e incontestabile, la domanda sulla sorte di Khamenei resterà il cuore della crisi. Perché non riguarda soltanto un leader: riguarda la continuità del potere, la catena di comando, la capacità di parlare al Paese e, soprattutto, la tenuta di un sistema che in queste ore appare costretto a misurarsi con la sua prova più dura.