Mojtaba Khamenei, il figlio prediletto dell’ayatollah tra case di lusso a Londra, cure per la fertilità e un patrimonio che imbarazza il regime

C’è qualcosa di quasi grottesco, e proprio per questo potentissimo, nel ritratto che emerge su Mojtaba Khamenei, il figlio dell’ex Guida Suprema iraniana indicato da anni come uno degli uomini più influenti del sistema e tra i possibili eredi della dinastia politico-religiosa costruita dal padre. Da una parte l’Iran dei sacrifici imposti al popolo, delle sanzioni, della propaganda austera, della morale rivoluzionaria agitata come clava. Dall’altra, almeno secondo le ricostruzioni circolate sulla stampa internazionale, una vita fatta di proprietà di lusso, società schermate, cure private a Londra e patrimoni immobiliari che raccontano un’altra verità: quella di un’élite che predica rigore e pratica privilegio.

Il punto non è soltanto il denaro. Il punto è il contrasto. Perché se le indiscrezioni riportate in questi giorni fossero fondate, il figlio dell’uomo che per decenni ha incarnato il volto più duro della Repubblica islamica avrebbe vissuto e investito nel cuore di quell’Occidente che il regime iraniano ha sempre dipinto come corrotto, nemico, decadente. E non in modo marginale, ma con un tenore di vita da dinastia globale.

Secondo quanto ricostruito, Mojtaba Khamenei possiederebbe dal 2014 due appartamenti di lusso a Londra con affaccio addirittura sull’ambasciata israeliana. Un dettaglio che da solo basta a trasformare la vicenda in una miscela esplosiva di simboli, imbarazzo e potenziale scandalo. Il figlio dell’uomo che ha fatto dell’ostilità verso Israele una colonna ideologica del regime, raccontato come proprietario di immobili che guardano proprio verso la sede diplomatica dello Stato ebraico, sembra quasi una caricatura crudele della doppiezza del potere.

Ma non finisce qui. Sempre secondo queste ricostruzioni, il suo nome sarebbe legato a operazioni immobiliari nella capitale britannica per circa 100 milioni di sterline. Non solo: attraverso una società schermo avrebbe anche undici proprietà ad Hampstead, uno dei quartieri più esclusivi e benestanti del nord di Londra. A questo si aggiungerebbero una villa a Dubai e perfino hotel a Francoforte e Maiorca. Una geografia del lusso che ha poco a che vedere con il sobrio ascetismo che il regime ama esibire davanti ai propri cittadini.

Il sospetto, anzi l’accusa implicita, è che questi acquisti siano stati finanziati con i proventi della vendita del petrolio iraniano, poi trasferiti attraverso banche britanniche e società di comodo. È qui che il racconto cambia tonalità e smette di essere solo il ritratto di un privilegiato. Diventa il sospetto di una filiera del denaro che parte dalle risorse di uno Stato e finisce a ingrassare patrimoni privati, schermati, internazionali, lontani da Teheran e vicinissimi ai paradisi della finanza opaca.

Un attivista anti-regime, rimasto anonimo, ha descritto un meccanismo che sembra uscito da un manuale di elusione globale. Secondo il suo racconto, Mojtaba avrebbe a disposizione conti bancari in Gran Bretagna per miliardi di dollari, ma ovviamente non a suo nome. Il sistema, sostiene, sarebbe quello classico delle élite che sanno muoversi tra identità di copertura, passaporti acquistati, società registrate in giurisdizioni remote come le Isole Marshall e successivi approdi nella City, dove si comprano azioni, si aprono conti e si investe senza lasciare impronte troppo visibili. Non ci sarebbe dunque il nome di Mojtaba scritto in modo ingenuo su una porta o su un estratto conto. E sarebbe proprio questa invisibilità la prova del metodo.

A rendere ancora più tagliente il quadro è poi il capitolo privato, quello che il regime tende sempre a sottrarre allo sguardo pubblico ma che, una volta emerso, pesa spesso più del resto. Nell’estate del 1998, secondo il racconto riportato da ambienti ostili al regime, Mojtaba e altri membri della famiglia Khamenei sarebbero arrivati a Heathrow con un seguito impressionante: venti guardie del corpo, personale domestico e persino Saeed Emami, figura oscura della repressione iraniana, accusato di essere stato coinvolto in numerosi omicidi di dissidenti.

La permanenza londinese sarebbe durata due mesi e avrebbe avuto un costo da capogiro, circa un milione di sterline in un hotel di lusso a Park Lane. Non un viaggio discreto, insomma, ma una trasferta da corte orientale, blindata e costosissima, interamente sostenuta, secondo queste ricostruzioni, dal denaro del regime. A Londra, la futura moglie di Mojtaba, Zahra Haddad-Adel, si sarebbe sottoposta a trattamenti per la fertilità. Successivamente avrebbe dato alla luce il figlio Bagher.

È un passaggio che colpisce non per il contenuto umano in sé, perché cercare cure mediche non è certo uno scandalo, ma per l’ipocrisia strutturale che rivela. Da una parte la retorica dell’autosufficienza iraniana, della superiorità morale e della diffidenza verso l’Occidente. Dall’altra, quando il problema tocca la famiglia del potere, si vola a Londra, si prenotano cliniche d’eccellenza, si spendono cifre enormi e si vive per settimane nel lusso più assoluto. La rivoluzione, a quanto pare, va benissimo per gli altri.

Secondo il racconto riportato, la coppia attraversava allora una fase difficile, segnata da tensioni matrimoniali e da problemi di fertilità attribuiti a Zahra. Si parla di litigi frequenti, di pressioni fortissime e persino della minaccia di lasciarla. Alla fine Mojtaba avrebbe scelto di portarla a Londra per tentare una soluzione medica. Al seguito non solo la sicurezza, ma anche tre domestiche, la madre di Zahra e due suoi aiutanti. Più che una visita sanitaria, l’immagine che emerge è quella di un trasferimento di corte, con tutto ciò che comporta in termini di costi, logistica e privilegio.

Le indiscrezioni si spingono oltre e sostengono che anche Mojtaba sarebbe stato sottoposto a trattamenti per problemi di impotenza. Alcuni dispacci diplomatici americani diffusi da WikiLeaks avrebbero indicato diverse visite al Wellington Hospital e al Cromwell Hospital di Londra, strutture private d’altissimo livello, dopo difficoltà di concepimento con la moglie. In base a questi documenti, il figlio dell’ayatollah avrebbe compiuto almeno quattro visite nelle cliniche, compresa una permanenza prolungata di due mesi prima che la moglie rimanesse incinta.

Ancora una volta, il vero nodo non è il dettaglio medico, che appartiene comunque alla sfera più delicata della vita personale, ma ciò che esso racconta politicamente. Perché ogni regime autoritario teme più di tutto la nudità del proprio ceto dirigente. Teme il momento in cui si scopre che quelli che parlano al popolo in nome del sacrificio, della fede e della resistenza hanno in realtà una vita da grandi rentier internazionali. Teme il momento in cui la famiglia del capo smette di apparire come il volto severo della rivoluzione e somiglia invece a una dinastia che sposta soldi, compra immobili e fa curare i propri problemi nelle capitali del nemico.

Mojtaba Khamenei, del resto, non è un personaggio secondario. A 56 anni, il suo nome è da tempo incastonato nel cuore del sistema di potere iraniano. Il suo stesso nome, in persiano, significa “prescelto”, quasi un’indicazione di destino. Negli anni è stato descritto come un pilastro dell’establishment clericale e dei pasdaran, l’uomo che, con il beneplacito paterno, avrebbe piazzato uomini fedeli nei gangli decisivi del governo e delle Guardie rivoluzionarie per preparare la propria ascesa.

Su di lui pesano anche accuse politiche gravissime. Viene indicato tra coloro che avrebbero manipolato le elezioni del 2005 e del 2009 per favorire Mahmoud Ahmadinejad, passaggi decisivi nella costruzione dell’Iran più duro, repressivo e ideologico. Già nei cablogrammi diplomatici emersi anni fa, Mojtaba appariva come uno dei possibili candidati alla successione del padre. In altre parole, non il figlio viziato che vive di rendita, ma l’erede possibile, il continuatore di un sistema.

Ed è proprio questo a rendere il racconto delle sue proprietà e dei suoi investimenti così tossico per l’immagine del regime. Perché non coinvolge un cugino lontano, un uomo d’affari marginale o un faccendiere di contorno. Coinvolge uno dei volti potenzialmente destinati a raccogliere l’eredità del potere supremo. Se davvero un personaggio del genere ha costruito negli anni una costellazione di beni all’estero, allora il discorso pubblico della Repubblica islamica vacilla nel suo punto più sensibile: la pretesa di superiorità morale.

Il dettaglio degli appartamenti con vista sull’ambasciata israeliana ha poi un valore quasi romanzesco. Sembra inventato apposta per condensare in una sola immagine tutta la schizofrenia del potere iraniano. Per decenni Teheran ha alimentato un conflitto permanente con Israele, facendone una leva ideologica interna e regionale. Poi scopri che il figlio del capo, o almeno così si sostiene, vive nel lusso londinese con affaccio simbolico sul nemico assoluto. È una di quelle contraddizioni che, da sole, valgono più di cento comizi.

Resta naturalmente il nodo delle prove. Molte di queste informazioni provengono da ricostruzioni giornalistiche, da attivisti anti-regime, da disertori e da documenti diplomatici citati o filtrati nel tempo. Il quadro, per quanto clamoroso, si regge dunque su fonti che impongono cautela. Ma anche con tutte le cautele del caso, la sostanza politica non cambia: la figura di Mojtaba Khamenei appare sempre meno come quella di un austero uomo della rivoluzione e sempre più come quella di un membro di un’aristocrazia parallela, religiosa in patria e capitalista all’estero.

In fondo è questo il grande scandalo delle autocrazie moderne. Non il lusso in sé, che pure scandalizza. Ma il doppio registro. Le masse devono sopportare privazioni, sanzioni, repressione, ideologia. Le famiglie del potere, invece, si muovono tra Londra, Dubai, Francoforte e Maiorca. Parlano di nemici occidentali, ma comprano case in Occidente. Esaltano il sacrificio, ma per sé scelgono hotel a Park Lane e cliniche private. Denunciano la corruzione morale dell’Europa, ma quando si tratta di proteggere il sangue della dinastia vanno proprio lì.

E allora il ritratto di Mojtaba Khamenei, più ancora delle accuse specifiche, racconta una verità universale sul potere. I regimi che si presentano come i più puri sono spesso quelli che temono di più la contabilità delle proprie ipocrisie. Perché basta aprire una finestra, magari una finestra molto costosa con vista sull’ambasciata israeliana, per vedere crollare tutta la scenografia della rivoluzione.