Ombrello nucleare europeo, l’idea che prende quota tra Parigi e Berlino: deterrenza “aggiuntiva” alla Nato e messaggio a Mosca

In questi tempi in cui l’Atlantico sembra più stretto e insieme più instabile, l’Europa torna a ragionare su una parola che per decenni ha preferito pronunciare sottovoce: deterrenza. Non la deterrenza in senso astratto, ma quella estrema, nucleare, che fin qui è stata garantita soprattutto dall’ombrello americano dentro la Nato. Ora, però, nelle cancellerie europee cresce l’idea di una polizza “aggiuntiva”, non alternativa, che riduca la vulnerabilità politica dell’Unione nel caso in cui Washington decida di guardare altrove.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha reso pubblico ciò che da mesi circolava nei circuiti della sicurezza: la Germania ha avviato da oltre un anno colloqui riservati con la Francia su un possibile “ombrello” nucleare condiviso. Il perimetro, almeno nelle intenzioni dichiarate, è chiaro: un’integrazione alla deterrenza Nato, non una sostituzione. Ma anche questa distinzione, che sulla carta rassicura, nella pratica apre un terreno minato di dottrina, procedure, catene di comando e soprattutto decisioni politiche. Perché il nucleare non è un sistema d’arma come gli altri: è sovranità allo stato puro.

Berlino non è sola. Nelle discussioni confidenziali, secondo fonti diplomatiche francesi, compaiono Polonia, Svezia, Danimarca e diversi Paesi baltici. L’interesse è comprensibile: per chi vive sul fianco orientale, la geografia è un destino e la Russia resta il parametro. Non a caso il ragionamento che circola non è “uscire dall’ombrello americano”, ma avere un secondo strato, una garanzia complementare, un segnale che in caso di crisi estrema l’Europa non sarebbe completamente nuda.

È dentro questa cornice che Emmanuel Macron prova a trasformare la teoria in un dispositivo politico e militare. L’ipotesi evocata è quella di dispiegare aerei francesi in grado di trasportare armi nucleari nelle basi alleate. Non un trasferimento automatico di ordigni, ma una presenza “dual use” che allarghi il perimetro della rassicurazione e renda più credibile la condivisione del rischio. Nel quadro delle misure sul fianco Est, il presidente francese non ha escluso sorvoli di Rafale in Polonia, sul modello delle missioni nei Paesi baltici. Il messaggio, per chi lo deve ricevere, sarebbe semplice: l’Europa sta discutendo seriamente di responsabilità strategica.

Ma l’apertura francese arriva con condizioni nette, che ricordano a tutti la natura particolare della force de frappe. Primo: la Francia non pagherà la sicurezza degli altri. Parigi continuerà a finanziare da sola la sua deterrenza, con un costo annuale che viene indicato oltre i 6 miliardi di euro. Secondo: nessuna sottrazione alle esigenze nazionali. Terzo, soprattutto: la decisione finale resta al presidente della Repubblica, cioè al capo delle forze armate. La dottrina francese rivendica un arsenale indipendente, fuori dai meccanismi di nuclear sharing della Nato e con un controllo politico centralizzato all’Eliseo. In altre parole: cooperazione sì, ma la chiave resta in tasca a Parigi.

Questo punto è decisivo perché spiega l’ambiguità strutturale dell’idea. Molte capitali chiedono un’assicurazione, ma l’assicurazione nucleare, per essere credibile, deve prevedere un meccanismo di decisione e una condivisione dei rischi che non possono essere solo simboliche. La Francia, invece, parla di una condivisione selettiva di pianificazione e responsabilità, senza trasformare il proprio arsenale in uno strumento “europeizzato” nel senso pieno del termine. Eppure, anche un dialogo dottrinale più stretto, anche una maggiore interoperabilità, anche il solo fatto di far ruotare assetti e presenze può produrre un effetto politico: rafforzare l’idea che l’Europa stia costruendo un secondo livello di deterrenza.

Sul tavolo resta anche il Regno Unito, l’altro deterrente europeo. Ma Londra, per architettura e filiera, è legata a un rapporto strutturale con gli Stati Uniti, a cominciare dalla componente missilistica. Ecco perché a Parigi si ragiona già su un possibile “direttorio” della sicurezza europea attorno a Germania, Regno Unito e Polonia, considerata la potenza militare emergente sul fianco Est. È un’ipotesi che, se prendesse forma, rischierebbe di spostare il baricentro strategico del continente e di lasciare l’Italia più ai margini del nuovo asse decisionale, nonostante il peso economico e politico di Roma nell’Unione.

C’è poi la questione numerica, che torna sempre quando si parla di deterrenza: la Francia dispone di poco meno di trecento testate, mentre la Russia resta su un ordine di grandezza molto superiore, oltre le cinquemila testate complessive secondo stime occidentali. È anche per questo che nessuno, almeno pubblicamente, parla di sostituire l’ombrello americano. L’obiettivo realistico non è pareggiare Mosca sul piano quantitativo, ma rendere più complesso il calcolo di chi volesse testare la coesione europea. Una deterrenza “aggiuntiva”, appunto: più politica che aritmetica.

I tempi, comunque, sono lunghi. Non si tratta di spostare dispositivi da un giorno all’altro, né di rendere immediatamente compatibili basi, procedure e catene di comando. Nel breve periodo, lo scenario più plausibile prevede rotazioni, visite, esercitazioni e soprattutto un dialogo dottrinale più stretto tra Francia e partner, con una convergenza geostrategica prima ancora che operativa. È un lavoro di cucitura, non un colpo di bacchetta.

E poi c’è l’ombra più politica di tutte: chi abiterà l’Eliseo tra poco più di un anno. In Francia, leader di opposizioni radicali hanno già dichiarato di non voler “condividere” la force de frappe. Se l’idea dell’ombrello europeo nasce dall’ansia di dipendere dalle oscillazioni americane, rischia di finire ostaggio delle oscillazioni francesi. Per questo, nel ragionamento strategico europeo, la presidenziale di primavera 2027 viene già percepita come un passaggio che potrebbe incidere sui destini del continente quanto e più di un vertice Nato.

Alla fine, il nodo è tutto qui: l’Europa prova a costruire un margine di autonomia in un mondo più duro, ma l’autonomia non si improvvisa. E nel nucleare, più che altrove, conta la credibilità: non basta evocare un ombrello, bisogna dimostrare che, se arriva la tempesta, qualcuno lo aprirà davvero.