«Siamo a bordo di un treno lanciato a tutta velocità. Non possiamo saltare giù senza rischiare di romperci l’osso del collo. E non siamo affatto sicuri che il conducente sappia dove sta andando». Il top manager di una grande società moscovita finisce il calice di chardonnay, lo poggia sul tavolo, si guarda intorno e decide che in un ristorante di alta cucina nel centro di Milano può concedersi un grado supplementare di sincerità. «In realtà, siamo sicuri che ci stia portando verso l’abisso, ma non sappiamo quando finiranno i binari».
È una metafora che, più di mille grafici, racconta il clima che filtra da dentro la Russia dopo quattro anni di guerra. La parola che non si pronuncia è sempre la stessa: “guerra”. È “operazione militare speciale”, è “tutto questo”. E la vita, per molti, si divide ormai in «prima di tutto questo» e «dopo». Una divisione che non è solo linguistica: è la misura dell’autocensura e della stanchezza, dell’abitudine al peggio e della paura che il peggio non abbia un’uscita.
Se qualche mese fa — soprattutto tra i russi in autoesilio — circolava un saluto quasi scaramantico («prima o poi tutto questo finirà»), oggi perfino l’attesa della fine spaventa. Perché nessuno, né tra i sostenitori di Vladimir Putin né tra gli oppositori, sembra credere che il conducente sia disposto a frenare prima del deragliamento. Ed è qui che la domanda, privata e collettiva, diventa un termometro. «Quando morirà Putin?». È indicata come una delle ricerche più popolari nel web russofono e, insieme, come una delle richieste più frequenti rivolte a maghi e indovini.
Quando la politica non offre spiragli, si torna all’oracolo. Non per folklore, ma per disperazione. Il mercato dell’esoterico, si racconta, è in boom da quattro anni e nel solo 2025 sarebbe raddoppiato l’acquisto di palle di cristallo, mentre i pupazzetti voodoo avrebbero segnato un aumento del 64%. Numeri che non sostituiscono i sondaggi: li spiegano. Perché dove le risposte “ufficiali” sono obbligate, spesso è l’irrazionale a rivelare la verità emotiva.
Anche le rilevazioni, pur dentro un sistema che produce cifre elevate di consenso al presidente, segnalano da mesi una maggioranza favorevole alle trattative di pace. La pace viene indicata come primo desiderio per il 2026. E soltanto un quarto degli interrogati sostiene la guerra a oltranza. È un dato che convive con un altro: la consapevolezza che la macchina, per come è stata costruita, non ha retromarcia. E che chi sta nei vagoni di prima classe — le élite vicine al Cremlino — teme di perdere tutto, ma teme ancora di più di essere trascinato nel vuoto insieme al sistema che ha alimentato.
Lo si è visto anche in una scena apparentemente laterale, ma illuminante: la rabbia esplosa sui social contro Maria Kirsanova, preside di un istituto tecnico ferroviario di Novosibirsk, che ha rimproverato gli studenti per non volersi arruolare. La frase attribuita — «Ci tenete troppo, alla vostra vita» — le avrebbe attirato una valanga di minacce e insulti, tanto da costringerla a chiedere protezione alla polizia. Un cortocircuito perfetto: un messaggio in linea con i desideri del Cremlino che però si schianta contro un sentimento diffuso, quello di chi non si riconosce nella visione di sé come materiale sacrificabile.
Il Cremlino, del resto, conosce benissimo questo limite. Il flusso di uomini verso il fronte viene tenuto in piedi anche con leve economiche che la provincia russa non aveva mai visto. Paghe e incentivi capaci di cambiare la vita a chi non ha alternative. Ma non basta a cancellare l’angoscia. Secondo i giornalisti indipendenti di Meduza e Mediazona, negli ultimi quattro anni sarebbero stati pubblicati almeno 168 mila necrologi di caduti sul fronte ucraino. E le anagrafi avrebbero emesso almeno 220 mila certificati di morte in guerra. Ai quali andrebbero aggiunti almeno 90 mila soldati dispersi per cui le famiglie avrebbero chiesto il riconoscimento del decesso per ottenere il premio. Numeri che pesano come pietre, anche quando restano dispersi tra statistiche, cimiteri e silenzi.
Eppure, si sostiene, il flusso dei volontari per ora non si interrompe. Anche se i comandanti si lamentano sempre di più per la qualità delle nuove reclute, spesso con precedenti penali e scarsa scolarizzazione. La quantità, per ora, viene garantita. Il problema è il domani: perfino economisti vicini al governo avvertono che le enormi spese militari potrebbero prosciugare le riserve dello Stato, costringendo il Cremlino a stampare rubli e indebitarsi oppure a passare al reclutamento forzato dei riservisti. E lì, dicono, si romperebbe il patto che finora ha retto: permettere ai russi poveri di arricchirsi con la guerra e a quelli benestanti di ignorarla.
La figura del conducente, in questa narrazione, non è un dettaglio letterario: è un sistema. La “assenza di retromarcia” viene descritta come virtù, come tratto identitario del potere. Margarita Simonyan, volto della propaganda del Cremlino, la rivendica da sempre. E proprio per questo il rischio che qualcuno tra i passeggeri tiri il freno di emergenza viene dipinto come quasi nullo. Anni di selezione, sostiene Prokopenko, avrebbero ridotto la classe dirigente a una corte di «adulatori e servi che mettono in cima a tutto i desideri dell’autocrate», incapaci di agire «senza ordini dall’alto». Sanno quanto sia rovinosa la guerra, ma sanno anche che deraglierebbero insieme al treno di Putin.
È questo, forse, il cuore nero della storia: non l’illusione di un finale pulito, ma l’idea che un finale arriverà comunque, solo che nessuno vuole essere il primo a muoversi. E allora si cercano date impossibili, segnali nel fumo, profezie nelle carte. «Quando morirà Putin?» diventa più di una domanda macabra: diventa un modo disperato per chiedere quando finiranno i binari. Senza nominare davvero ciò che tutti, ormai, chiamano semplicemente “tutto questo”.







