Russia, crepe nella propaganda: anche i fedelissimi attaccano il sistema tra censura, divieti e sfiducia crescente

Vladimir Putin

Russia crepe nella propaganda: i fedelissimi contro il sistema. Il segnale, questa volta, arriva dall’interno. Non da oppositori, non da dissidenti storici, ma da chi fino a ieri rappresentava una delle voci più allineate al sistema. Ed è proprio questo a rendere il quadro più delicato.

Dmitrij Popov, editorialista del tabloid filogovernativo Moskovskij Komsomolets, ha scritto parole che in Russia pesano più di molte dichiarazioni ufficiali. Ha parlato apertamente di una frattura: “Non c’è più unità tra popolo e funzionari”. Una frase che, nel contesto russo, suona quasi come una rottura.

La frattura tra cittadini e potere

Popov non attacca direttamente il vertice, ma il sistema sì. Denuncia una mancanza di “comunicazione onesta e trasparente” e mette in discussione il rapporto tra cittadini e istituzioni. Il nodo, secondo lui, è chiaro: o il popolo viene trattato come incapace di comprendere, oppure chi governa non è più in grado di spiegare ciò che accade.

La sua analisi va oltre la polemica. Descrive un sistema “squilibrato”, dove “una mano non capisce più cosa stia facendo l’altra”. Un’immagine che restituisce l’idea di una macchina amministrativa frammentata, incapace di coordinarsi e, soprattutto, di rendere conto.

Il caso del bestiame e il silenzio delle autorità

Tra gli esempi citati, uno dei più emblematici arriva dalla regione di Novosibirsk. Migliaia di capi di bestiame messi in quarantena e poi macellati, ufficialmente per motivi sanitari mai chiariti fino in fondo. Prima si parla di pasteurellosi e rabbia, poi di una generica “malattia estremamente pericolosa”.

Il risultato è concreto: allevatori senza reddito, senza risarcimenti e senza spiegazioni. “Perché?”, si chiede Popov. Una domanda che resta senza risposta e che alimenta una percezione sempre più diffusa di opacità.

Secondo l’editorialista, proprio questa distanza tra ciò che viene raccontato e ciò che le persone vivono ogni giorno sta erodendo la fiducia. E senza fiducia, il sistema perde uno dei suoi pilastri fondamentali.

Divieti, censura e un Paese sempre più chiuso

Non è solo una questione economica o locale. Popov punta il dito anche contro il crescente numero di restrizioni, definite “divieti insensati”. Tra questi, la censura di contenuti musicali ritenuti problematici, anche in modo poco chiaro.

Brani modificati, parole oscurate, contenuti eliminati senza spiegazioni. “È propaganda? Nessuno lo sa. Ma vietiamola”, scrive con tono ironico. Una critica che colpisce un sistema percepito come sempre più rigido e imprevedibile.

A questo si aggiunge il blocco di Internet mobile a Mosca, un episodio che ha colpito direttamente la vita quotidiana dei cittadini. Anche qui, nessuna spiegazione chiara. Solo silenzio e responsabilità rimpallate tra diversi livelli amministrativi.

Il confronto implicito con Putin e la guerra

Nel finale del suo intervento, Popov introduce un elemento ancora più delicato. Senza attaccare direttamente Vladimir Putin, mette a confronto le scelte russe con quelle dell’Iran nel contesto internazionale.

Ricorda come, all’inizio del conflitto in Ucraina, il presidente avesse giustificato la vendita di gas e petrolio ai Paesi occidentali con una logica economica. E poi osserva come l’Iran abbia invece mostrato una risposta più diretta e assertiva.

Non serve aggiungere altro. Il confronto è implicito, ma il messaggio arriva.

Il caso Remeslo e il clima che cambia

Popov non è un caso isolato. Anche la blogger Anastasia Kashevarova ha denunciato un clima di crescente sfiducia, parlando di “distruzione insensata dell’imprenditoria” e di “nichilismo giuridico”.

Ancora più significativo è il precedente di Ilja Remeslo, blogger filogovernativo che, dopo aver criticato apertamente la gestione del conflitto, è stato internato in un ospedale psichiatrico a San Pietroburgo. Un episodio che ha riportato alla memoria pratiche del passato e che ha acceso nuovi interrogativi.

Russia crepe nella propaganda

Il punto non è più la singola critica. È il fatto che queste critiche arrivino da dentro. Da chi, fino a poco tempo fa, contribuiva a sostenere e rafforzare la narrazione ufficiale.

Quando anche le voci più vicine al potere iniziano a parlare di sfiducia, opacità e disconnessione, il segnale diventa difficile da ignorare.

E forse è proprio questo l’aspetto più delicato: non tanto ciò che viene detto, ma chi inizia a dirlo.