“Non si può giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone”. Pedro Sánchez sceglie parole che non lasciano spazio a interpretazioni e, dal palazzo della Moncloa, mette in chiaro la linea della Spagna sulla crisi in Medio Oriente legata all’Iran: cessare immediatamente le ostilità e tornare al dialogo. È un intervento breve, istituzionale, ma volutamente duro, perché arriva dopo le tensioni con gli Stati Uniti e dopo le minacce americane di conseguenze commerciali in seguito alla decisione di Madrid di vietare l’utilizzo delle basi di Morón e Rota.
Sánchez insiste su un punto che vuole far diventare il centro del dibattito europeo: la guerra, sostiene, è l’inizio dei “grandi disastri dell’umanità” e non può essere trattata come uno strumento normale di gestione delle crisi internazionali. Il premier socialista richiama la memoria collettiva di un precedente che in Spagna pesa ancora: la guerra in Iraq del 2003. Secondo Sánchez il mondo, l’Europa e la Spagna “ci sono già passati 23 anni fa”, quando un’altra amministrazione statunitense trascinò gli alleati in un conflitto giustificato con la minaccia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e con la promessa di sicurezza globale. L’esito, per il leader spagnolo, fu l’opposto: più insicurezza, più instabilità, più effetti collaterali.
Nel suo discorso Sánchez elenca le conseguenze di quella stagione: aumento del terrorismo jihadista, crisi migratoria nel Mediterraneo orientale, rincari dell’energia e del costo della vita. È un modo per dire che ciò che accade in Medio Oriente non resta confinato alla regione, ma torna in Europa sotto forma di vulnerabilità concreta, dalla sicurezza alle bollette. Da qui la sequenza di “no” con cui sintetizza la posizione del suo governo: no alla violazione del diritto internazionale, no all’idea che il mondo risolva i problemi con i conflitti armati, no al ripetersi degli errori del passato. E la formula finale, volutamente semplice e comunicabile: “No a la guerra”.
Il passaggio più politico, però, è quello in cui Sánchez risponde alle pressioni. Il premier sostiene che la Spagna non diventerà “complice” di scelte che giudica negative solo per paura di rappresaglie. È il cuore del braccio di ferro con Washington, esploso dopo il divieto sull’uso delle basi spagnole, una decisione che Madrid rivendica come coerente con la propria linea: non alimentare l’escalation e non contribuire a un allargamento del conflitto.
La crisi, nelle stesse ore, si allarga anche all’interno dell’Europa. Madrid ha manifestato alla Germania la propria “sorpresa” per le dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz rilasciate nello Studio Ovale, interpretate come un sostegno alle pressioni americane. A dirlo è il ministro degli Esteri José Manuel Albares, che sottolinea come non riesca a immaginare che precedenti cancellieri tedeschi come Angela Merkel o Olaf Scholz avrebbero usato toni simili. Il riferimento è alle parole con cui Merz avrebbe detto che la Spagna va “convinta” ad accettare l’obiettivo Nato di aumentare la spesa per la difesa al 3,5% del Pil, in un contesto in cui l’alleanza e i rapporti transatlantici sono sotto stress.
Nonostante le tensioni, Sánchez incassa segnali di sostegno. Il presidente francese Emmanuel Macron lo ha chiamato per esprimere solidarietà alla Spagna e, più in generale, per ribadire una vicinanza europea di fronte alle pressioni statunitensi. Anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha avuto un colloquio con il premier spagnolo, assicurando che l’Unione Europea “garantirà sempre” la piena tutela degli interessi degli Stati membri. Dall’Italia, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha sentito Sánchez nelle stesse ore, un contatto politico che si inserisce nel circuito dei partiti socialisti europei.
Il discorso della Moncloa, quindi, non è soltanto una presa di posizione contro la guerra: è anche una sfida diplomatica aperta, con Madrid che prova a disegnare una linea autonoma rispetto a Washington. E, allo stesso tempo, a chiedere all’Europa di ricordare che certe crisi tendono a produrre conseguenze che durano anni. In questo quadro, la frase della “roulette russa” non è un’immagine retorica: è il tentativo di imporre un frame, un’etichetta politica, per dire che l’escalation non è un gioco di potenza, ma una scommessa sul destino di milioni di persone.







