Skeleton, il silenzio imposto dal CIO: vietato il casco con i volti delle vittime ucraine. “Mi hanno spezzato il cuore”

Scende a testa in giù lungo un budello di ghiaccio a oltre cento all’ora, affidando la vita a una slitta e a un casco. Ma questa volta il peso non è la velocità, è il silenzio. Vladyslav Heraskevych, 26 anni, atleta ucraino dello skeleton e portabandiera alla cerimonia di apertura dei Giochi, si è visto vietare dal Comitato olimpico internazionale l’uso del casco che portava con sé qualcosa di più di un simbolo: i volti delle vittime della guerra nel suo Paese.

“Il CIO ha vietato l’uso del mio casco”, ha scritto sui social. “Questa decisione mi spezza il cuore”.

Quel casco non era una provocazione, non era una scritta, non era uno slogan. Era un memoriale. Un oggetto silenzioso, che scivolava sul ghiaccio portando con sé nomi e facce che non possono più parlare. Heraskevych lo aveva indossato nelle prime due sessioni di allenamento, senza clamore, senza gesti plateali. Poi è arrivato lo stop.

A comunicare al comitato olimpico ucraino che quel casco non poteva più essere utilizzato è stato Toshio Tsurinaga, rappresentante del CIO incaricato dei rapporti tra atleti, comitati nazionali e Comitato internazionale. Nessuna dichiarazione ufficiale, almeno per ora. Solo una decisione calata dall’alto. Regole. Neutralità. Silenzio.

Ma per Heraskevych quel silenzio è insopportabile. “La sensazione è che il CIO stia tradendo quegli atleti che facevano parte del movimento olimpico”, ha spiegato, “non permettendo loro di essere onorati nell’arena sportiva dove non potranno mai più mettere piede”. Parole che non cercano polemica, ma dignità. Perché quelle persone, sul suo casco, non erano “un messaggio politico”. Erano vite spezzate.

Lo ha raccontato anche alla Reuters, con la voce di chi non parla per sentito dire. Molti dei volti impressi sul casco erano atleti. Gente che lo sport lo conosceva, lo viveva, lo sognava. Come Alina Peregudova, giovane sollevatrice di pesi. Come Pavlo Ishchenko, pugile. Come Oleksiy Loginov, giocatore di hockey su ghiaccio. “Alcuni erano miei amici”, ha detto Heraskevych. Non figure astratte, non numeri da bollettino di guerra. Amici.

In pista, nello skeleton, non c’è spazio per distrazioni. La concentrazione è totale, quasi feroce. Eppure Heraskevych aveva trovato il modo di portare con sé quel peso senza trasformarlo in rumore. Il casco parlava al posto suo. Raccontava ciò che il CIO chiede di non raccontare. Ricordava ciò che molti preferiscono non vedere.

Il paradosso è tutto lì: il movimento olimpico nato per unire, per ricordare, per superare i conflitti, che decide di cancellare il ricordo per non disturbare l’equilibrio. Ma che equilibrio è quello che non regge lo sguardo di chi non c’è più?

Il gesto di Heraskevych non è passato inosservato nemmeno a Kyiv. In un post su X, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ringraziato pubblicamente l’atleta “per aver ricordato al mondo il prezzo della nostra lotta”. Un ringraziamento che pesa più di una medaglia, perché riconosce nello sport non solo una competizione, ma una voce.

E forse è proprio questo che fa più male. Non il divieto in sé, ma l’idea che in un’arena globale, davanti a milioni di spettatori, non ci sia spazio nemmeno per un ricordo muto. Che un casco con dei volti possa fare più paura di una guerra che va avanti da anni.

Heraskevych ora scenderà lo stesso sul ghiaccio. Senza quel casco. Senza quei volti. Ma il vuoto resterà. E ogni curva, ogni vibrazione della slitta, porterà con sé una domanda che nessuna regola può davvero zittire: che senso ha chiedere neutralità a chi ha già perso tutto?

Nel gelo dello skeleton, dove il margine tra controllo e caduta è minimo, resta una certezza. Quel casco non correrà più. Ma il suo silenzio, imposto, farà molto più rumore di qualsiasi immagine. E sarà difficile, per chi guarda, far finta di non sentirlo.