Trump accusa l’Iran di guerra con i video fake dell’IA: «Bombardamenti mai avvenuti e soldati americani che piangono»

La guerra in Medio Oriente si combatte anche con i video falsi. E secondo Donald Trump l’Iran avrebbe trasformato l’intelligenza artificiale in un’arma di propaganda digitale. Il presidente degli Stati Uniti ha accusato apertamente Teheran di diffondere sui social immagini e clip generate con l’IA che mostrerebbero bombardamenti mai avvenuti, città distrutte che in realtà non sono state colpite e soldati americani in lacrime dopo presunti attacchi.

L’accusa è arrivata con un lungo messaggio pubblicato su Truth Social. «L’Iran è noto da tempo come un maestro di manipolazione mediatica e pubbliche relazioni», ha scritto Trump. «Militarmente è debole e inefficace, ma è davvero abile nel nutrire i media delle fake news con informazioni false. Ora l’intelligenza artificiale è diventata un’altra arma di disinformazione».

Secondo il presidente, Teheran avrebbe diffuso contenuti digitali artefatti per amplificare la percezione dei danni inflitti alle forze statunitensi, mostrando attacchi a navi e velivoli che in realtà non sarebbero mai avvenuti.

La guerra dell’informazione nell’era dell’intelligenza artificiale

Il fenomeno dei video di guerra generati artificialmente è diventato evidente nelle ultime settimane. Secondo un’analisi citata dal New York Times, almeno 110 video falsi legati al conflitto sono diventati virali sui social media in pochissimo tempo.

Molti di questi filmati mostrano scenari spettacolari: città devastate, gigantesche esplosioni, navi da guerra distrutte o soldati in fuga. Ma si tratta di immagini generate artificialmente con strumenti di intelligenza artificiale sempre più sofisticati.

Uno dei video più condivisi mostrava addirittura il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo a Dubai, colpito da un missile e avvolto dalle fiamme. Il filmato ha raccolto decine di milioni di visualizzazioni prima che venisse smentito: il palazzo non è mai stato attaccato.

I video da dieci secondi che invadono i social

Un dettaglio tecnico ha attirato l’attenzione degli analisti: la maggior parte dei video dura circa dieci secondi. È il limite di molte piattaforme di generazione video basate sull’intelligenza artificiale.

Questo significa che chiunque, con strumenti relativamente economici, può produrre clip di guerra molto realistiche e pubblicarle sui social. In pochi minuti immagini completamente inventate possono raggiungere milioni di persone.

Secondo la società di analisi dei social media Cyabra, che ha monitorato il fenomeno, i video falsi legati alla guerra in Iran hanno raggiunto 145 milioni di visualizzazioni in meno di due settimane, generando oltre 9 milioni di interazioni tra commenti, condivisioni e like.

Molte clip mostrano scene altamente emotive: soldati americani che piangono, israeliani che fuggono dalle esplosioni a Tel Aviv, petroliere in fiamme o portaerei americane colpite da missili.

Propaganda digitale e creator che guadagnano con i video virali

Gli esperti parlano ormai di una vera e propria guerra dell’informazione digitale, dove propaganda statale, campagne coordinate e interessi economici si intrecciano.

Secondo gli analisti, molti contenuti seguono schemi ripetitivi: hashtag identici, didascalie simili e pubblicazioni concentrate in brevi finestre temporali. Tra i più diffusi compaiono slogan come #standwithiran o #israelterroriststate.

Non tutte le clip sarebbero però frutto di campagne organizzate. Una parte del fenomeno nasce anche da creator indipendenti che sfruttano i sistemi di monetizzazione dei social: video spettacolari e scioccanti generano visualizzazioni, e le visualizzazioni portano guadagni.

Il risultato è un ecosistema informativo sempre più difficile da decifrare. In un contesto di conflitto reale, immagini completamente inventate possono diventare virali nel giro di poche ore e influenzare la percezione pubblica della guerra.

Per questo molti osservatori parlano ormai di un nuovo fronte del conflitto globale: non solo quello militare, ma anche quello digitale. Una battaglia combattuta a colpi di algoritmi, video generativi e propaganda virale.