Trump e la guerra in Iran. C’è un modo molto semplice per raccontare le prime tre settimane degli USA nella guerra contro l’Iran: prendere le dichiarazioni del suo presidente, metterle una accanto all’altra e guardarle collassare. Il problema, per la Casa Bianca, è che non si tratta di semplici sfumature o correzioni di rotta fisiologiche in un conflitto. Qui siamo davanti a una sequenza di messaggi spesso incompatibili tra loro, pronunciati a distanza di pochi giorni, a volte di poche ore. Reuters ha ricostruito proprio questo slittamento continuo: ragioni della guerra, obiettivi militari, tempi del conflitto e prospettive finali sono cambiati più volte tra fine febbraio e metà marzo.
La guerra di Trump contro l’Iran cambia versione ogni giorno
All’inizio la narrazione sembrava già zoppicante. Il 2 marzo il segretario di Stato Marco Rubio spiegava che Washington aveva colpito l’Iran in modo preventivo perché sapeva che un’azione israeliana avrebbe scatenato ritorsioni contro forze americane. Il giorno dopo Trump offriva una versione diversa: sosteneva di avere ordinato l’intervento perché riteneva che fosse l’Iran a essere sul punto di colpire per primo, arrivando perfino a suggerire di avere “forzato la mano” a Israele. Non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra una guerra subita e una guerra scelta. E quando le due spiegazioni convivono nello stesso governo, il sospetto di improvvisazione diventa quasi inevitabile.
La stessa confusione si vede sugli obiettivi. Pete Hegseth ha insistito il 19 marzo sul fatto che i traguardi americani non sarebbero mai cambiati: distruggere i lanciatori missilistici iraniani, colpire la base industriale della difesa, neutralizzare la marina e impedire a Teheran di ottenere un’arma nucleare. Ma nel frattempo Trump ha oscillato ripetutamente tra la retorica della distruzione totale e quella del ridimensionamento progressivo, passando da toni da resa imminente a formulazioni molto più elastiche, quasi prudenti. Perfino Reuters nota che la sua amministrazione ha inviato “messaggi misti” per tutta la guerra, lasciando in difficoltà gli alleati storici degli Stati Uniti.
Truppe sì, truppe no: il presidente nega tutto e lascia aperto tutto
La contraddizione più plateale riguarda forse le truppe di terra. Reuters ha riferito che l’amministrazione stava valutando l’invio di migliaia di soldati aggiuntivi per rafforzare l’operazione e per opzioni legate allo Stretto di Hormuz e alle coste iraniane. Ma quasi nello stesso momento Trump, rispondendo ai giornalisti, ha detto: “Non sto mettendo truppe da nessuna parte”. Subito dopo, però, ha aggiunto la formula perfetta del trumpismo bellico: se anche lo stessi facendo, non ve lo direi. È la frase che tiene insieme negazione e minaccia, smentita e ambiguità, rassicurazione pubblica e porta aperta all’escalation.
La stessa elasticità si ritrova sul fronte della Nato e di Hormuz. Trump ha accusato gli alleati di vigliaccheria per la riluttanza ad aiutarlo a riaprire e presidiare lo Stretto, salvo poi sostenere che gli Stati Uniti non ne hanno davvero bisogno e che dovrebbero essere altri Paesi, quelli che dipendono di più da quella rotta, a farsene carico. Associated Press ha riportato che Trump ha chiesto a circa sette Paesi di unirsi a una coalizione navale, ma senza ottenere impegni chiari; contemporaneamente ha continuato a dire che il prezzo del petrolio scenderà non appena tutto sarà finito, “piuttosto presto”. Anche qui: prima chiede aiuto, poi minimizza, poi si sfila.
L’Iran è “annientato”, ma la guerra non finisce mai davvero
Il cuore del problema è questo: Trump vuole tenere insieme due immagini incompatibili. Da un lato il comandante che ha quasi già vinto, dall’altro il leader che deve ancora giustificare perché la guerra continua. Reuters racconta che il presidente ha alternato dichiarazioni trionfali sulla devastazione delle capacità iraniane a nuove minacce e a nuovi allargamenti del perimetro strategico. Oggi dice che gli Stati Uniti stanno valutando di “winding down”, cioè di rallentare e sgonfiare l’operazione perché vicini agli obiettivi. Ieri, però, la sua amministrazione insisteva che la campagna restava pienamente aperta, mentre il Pentagono rivendicava migliaia di bersagli colpiti e riconosceva che l’Iran conserva ancora capacità missilistiche.
È qui che la confusione smette di essere folclore e diventa sostanza politica. Perché se il nemico è davvero “obliterato”, “distrutto”, “devastato”, allora bisogna spiegare perché servano ancora rinforzi, più navi, più Marines, più opzioni sul tavolo. E se invece la guerra è ancora aperta, allora bisogna ammettere che la retorica della vittoria lampo era propaganda. In mezzo c’è Trump, che prova a occupare entrambe le posizioni: quella del vincitore e quella del leader costretto a restare ancora un po’ “perché il peggio non è finito”. Reuters ha sintetizzato il punto senza girarci troppo intorno: le giustificazioni, i fini e la tempistica della guerra sono cambiati così spesso da alimentare le accuse di una pianificazione assente o comunque insufficiente.
Trump e la guerra in Iran, tre settimane di caos totale
Il sospetto, allora, è che il caos informativo non sia solo incapacità, ma anche metodo. Confondere i piani, sovrapporre i messaggi, dire una cosa e il suo contrario, inondare Truth Social e le conferenze stampa di frasi che si smentiscono da sole può servire a una funzione molto concreta: impedire che emerga una domanda semplice. E la domanda è questa: qual è l’uscita? Perché dopo quasi quattro settimane di guerra, con più di 2.000 morti in Iran secondo Reuters, con l’energia sotto pressione e con gli alleati occidentali spiazzati, il presidente continua a parlare come se il conflitto fosse insieme già chiuso e ancora tutto da combattere. È la postura di chi è entrato nello scontro convinto di poterlo dominare con la retorica e ora scopre che una guerra non si chiude con un post.
E infatti il punto non è più solo quello che Trump dice. È che, a forza di contraddirsi, ha cominciato a dire una verità involontaria. Quando oscilla tra la vittoria già ottenuta e la minaccia di un nuovo salto di scala, quando scarica sugli altri il peso di Hormuz ma tiene in campo uomini e mezzi, quando nega le truppe e lascia aperta la porta alle truppe, racconta in filigrana una sola cosa: è stato trascinato in una guerra molto più complicata di quanto immaginasse e ora non sa come uscirne senza chiamarla sconfitta.







