Questa volta la soglia non è più solo militare: è politica. E il linguaggio scelto dagli attori in campo lo dice senza bisogno di interpretazioni. Donald Trump ha rivendicato l’attacco contro l’Iran con un messaggio che esce dal perimetro della deterrenza e sfiora apertamente il tema del cambio di regime, appellandosi alla popolazione e parlando direttamente alle Guardie Rivoluzionarie. “L’ora della vostra libertà è vicina. Prendete il controllo del vostro governo”, afferma il presidente americano in un video pubblicato su Truth, aggiungendo un avvertimento ai Pasdaran: “Deponete le armi e sarete trattati con l’immunità, o affronterete una morte certa”. Poi la cornice, netta: “Abbiamo provato a fare un accordo ma hanno rifiutato, non avranno mai il nucleare”.
In parallelo, da Tel Aviv il quadro operativo viene descritto come un’azione preventiva, con il ministro della Difesa Israel Katz che dichiara lo “stato di emergenza immediato” nel Paese. Le sirene e le istruzioni del Comando del Fronte Interno, con l’invito ai civili a restare vicino ai rifugi, restituiscono la percezione di una minaccia ritenuta concreta e imminente. La sensazione, nelle cancellerie e nelle redazioni, è che l’operazione non sia pensata come un colpo simbolico ma come un’azione in profondità, destinata a produrre conseguenze strategiche.
Secondo Reuters, che cita un alto funzionario statunitense, lle forze armate Usa attaccano “via aria e mare”. Un elemento che rimanda a un dispiegamento ampio, con capacità di colpire su più assi e con margini di continuità. Il New York Times, citando funzionari dell’amministrazione, parla di un attacco “più esteso” rispetto ai raid di giugno contro gli impianti nucleari iraniani. Lo stesso giornale riferisce di “decine di attacchi” condotti con aerei partiti dalle basi in Medio Oriente o dalle portaerei. Il bersaglio, secondo quanto riportato, sarebbe soprattutto l’apparato militare iraniano, non limitandosi ai siti legati al nucleare: Teheran, secondo valutazioni citate, avrebbe migliaia di missili balistici dislocati nel Paese.
Sul terreno, le prime informazioni arrivano frammentate e spesso filtrate da media nazionali con letture opposte della stessa notte. La tv israeliana Channel 12 riferisce di “gravi perdite” tra le forze di sicurezza iraniane, con “decine di morti e feriti” nelle fila delle Guardie Rivoluzionarie, incluse “figure chiave”. Sempre secondo questi resoconti, in diverse aree si registrerebbero pesanti interruzioni della rete cellulare, un segnale che può indicare tanto danni alle infrastrutture quanto misure di contenimento e controllo delle comunicazioni.
Dal lato iraniano, l’agenzia Fars ha riferito che esplosioni sono state avvertite a Isfahan e in altre città, tra cui Qom, Karaj e Kermanshah. Teheran, secondo l’agenzia Tasnim, ha dichiarato chiuso “fino a nuovo ordine” lo spazio aereo del Paese, una decisione che fotografa l’impatto immediato dell’attacco e insieme la difficoltà di prevedere tempi e direzione delle prossime ore. In un’escalation di questa natura, ogni chiusura dello spazio aereo è anche un indicatore di quanto l’apparato statale ritenga esteso il rischio di ulteriori ondate.
Nel frattempo, la reazione iraniana è iniziata. È il passaggio che più di tutti sposta l’evento dalla dimensione “operazione” a quella di conflitto aperto, anche se la forma e l’intensità della risposta restano, al momento, oggetto di aggiornamenti in tempo reale e di verifiche incrociate. La catena d’azione e reazione, in un teatro così saturo di fronti e alleanze, tende a trascinare nel vortice non solo gli attori principali ma anche le linee periferiche: milizie, proxy, rotte marittime, infrastrutture energetiche, asset diplomatici.
In questo quadro, la dichiarazione di Trump sulla finalità dell’operazione assume un peso specifico: “Abbiamo iniziato una grande operazione in Iran. L’obiettivo è difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano”. È una frase che prova a tenere insieme la legittimazione interna, la cornice di sicurezza nazionale e un messaggio esterno che, però, suona come ultimatum
Resta un punto, forse il più delicato: l’obiettivo dichiarato di impedire all’Iran di arrivare al nucleare si intreccia ora con un discorso esplicito sul controllo del governo da parte del popolo iraniano. È qui che la posta si alza davvero, perché non si tratta più soltanto di colpire capacità e infrastrutture, ma di influenzare direttamente l’architettura del potere a Teheran.
In queste ore le informazioni continuano a rincorrersi: esplosioni segnalate, comunicazioni interrotte, valutazioni su obiettivi e danni, contabilità provvisorie di morti e feriti, annunci e smentite.







