E alla fine tanto tuonò che piovve. Da giorni si ripeteva che la guerra in Medio Oriente stava allargando il suo raggio d’azione. Da giorni si spiegava che non sarebbe rimasta confinata tra Washington, Teheran e Tel Aviv. Da giorni si diceva che le basi occidentali nella regione sarebbero diventate inevitabilmente obiettivi. Adesso la notizia è arrivata in redazione, secca, breve, inequivocabile: un missile ha colpito la base italiana di Erbil.
Lo ha scritto il ministro della Difesa Guido Crosetto in un messaggio inviato al deputato Angelo Bonelli e letto in diretta televisiva. Poi lo ha confermato personalmente parlando con l’Adnkronos. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil, non so ancora con che esito. Non ci sono vittime nel personale italiano». Il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti, ha rassicurato Roma: i nostri militari stanno bene. Anche il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, si è messo immediatamente in contatto con il contingente.
Per fortuna non ci sono morti. Non ci sono feriti. Non c’è una tragedia. Ma c’è una verità politica che non possiamo più fingere di ignorare: l’Italia è dentro questa guerra. Non per scelta, non per volontà popolare, non perché lo abbia deciso il Parlamento o lo abbiano chiesto gli italiani, ma perché la logica delle alleanze e soprattutto il nostro modo di interpretarle ci ha trascinati lì.
Il missile che è caduto su Erbil non è soltanto un episodio militare. È un segnale. Significa che per chi combatte questa guerra non esistono più spettatori neutrali. Esistono soltanto alleati e nemici. E noi, piaccia o non piaccia, siamo stati collocati nel secondo gruppo.
Il punto è che questa non è una guerra italiana. Non nasce da una minaccia diretta al nostro Paese. Non nasce da un interesse vitale dell’Italia. È una guerra che porta il marchio politico di Donald Trump, della sua strategia di confronto diretto con l’Iran e della scelta americana di alzare il livello dello scontro in tutta la regione. Gli Stati Uniti hanno deciso. Israele ha deciso. L’Iran ha deciso di reagire. Noi invece non abbiamo deciso nulla. Eppure ci troviamo esposti esattamente come gli altri.
È il paradosso della politica estera italiana degli ultimi tre anni: fedeltà assoluta a Re Donald accompagnata spesso da una quasi totale rinuncia alla capacità di dire dove finiscono i nostri interessi e dove cominciano quelli degli altri. Restare nel sistema occidentale è una scelta legittima, la scelta che l’Italia ha fatto da settant’anni. Ma stare in un’alleanza non significa accettare automaticamente ogni guerra, ogni dazio, ogni capriccio dell’alleato.
Invece troppo spesso ci comportiamo come se fosse inevitabile, come se il nostro destino fosse quello di seguire, di adeguarci, di non disturbare, di non discutere. Di retare ben inchinati con la fronte a terra. E così accade che quando Washington entra in guerra anche l’Italia si ritrova dentro il conflitto quasi per inerzia.
Il missile su Erbil ci ricorda proprio questo. Ricorda che quando una potenza sceglie la strada militare tutte le sue basi, tutti i suoi alleati, tutte le sue presenze diventano automaticamente parte del campo di battaglia. A quel punto non importa più se la guerra la volevamo oppure no. Importa solo che siamo lì, con i nostri soldati, con le nostre basi, con il nostro nome.
Per fortuna oggi possiamo scrivere che nessun militare italiano è rimasto ucciso. Ma sarebbe irresponsabile fingere che l’episodio sia soltanto un incidente marginale. Non lo è. È il primo segnale concreto che la guerra si sta allargando e soprattutto è il momento in cui l’Italia deve smettere di nascondersi dietro formule diplomatiche e cominciare a dire con chiarezza che cosa vuole fare. Da che parte vuole stare. in piedi con il mondo libero o inginocchiata al reuccio di turno?
Vuole restare spettatrice armata di una guerra decisa altrove oppure vuole provare a recuperare una politica estera nazionale ed europea, capace di difendere davvero gli interessi e la sicurezza dei cittadini italiani? Perché una cosa è certa: quando i missili cominciano a cadere sulle basi dove sono schierati i nostri soldati, la guerra non è più soltanto una questione internazionale. Diventa una questione italiana.







