Zelensky rilancia dal fronte sud: «Riconquistati 435 chilometri». Ma la Russia continua a martellare l’Ucraina con migliaia di attacchi

Volodymyr Zelensky prova a rimettere al centro un messaggio che negli ultimi mesi Kiev aveva faticato a far passare: l’Ucraina non sta solo resistendo, ma in alcune zone del fronte sta anche tornando avanti. Il presidente ucraino ha rivendicato che, «nell’ultimo mese e mezzo», le forze di Kiev hanno «ripristinato il controllo su circa 400-435 chilometri» nel sud del Paese. È una dichiarazione importante, perché arriva in una fase in cui la guerra sembrava raccontata quasi soltanto attraverso la massa d’urto russa, le difficoltà del reclutamento ucraino e la sensazione di un conflitto impantanato.

Zelensky, intervenendo accanto al primo ministro olandese Rob Jetten, ha scelto comunque la cautela. Ha detto che la situazione nel sud resta difficile, ma ha anche aggiunto che oggi «tutti sono più positivi rispetto alla fine del 2025». Tradotto: Kiev non sta cantando vittoria, però vuole far capire che il fronte meridionale non è affatto congelato e che l’esercito ucraino è riuscito, almeno in alcune aree, a ribaltare l’inerzia.

Il dato sui territori recuperati si inserisce in un quadro più ampio. Già a fine febbraio l’esercito ucraino aveva parlato di circa 400 chilometri quadrati riconquistati nel sud e di otto insediamenti tornati sotto controllo. Adesso Zelensky rilancia quel bilancio e lo trasforma in un messaggio politico e militare: la macchina bellica russa non è più in grado di correre come nei mesi scorsi e, anzi, in diversi settori sta mostrando crepe evidenti.

Secondo il presidente ucraino, l’obiettivo principale di Mosca non è cambiato. «L’est del nostro Paese, la conquista delle regioni di Donetsk e Lugansk». Il punto, però, è che quei piani «vengono rinviati» perché la Russia non ha oggi i mezzi e le forze necessarie per realizzarli rapidamente, anche a causa dell’azione delle forze armate ucraine. È la fotografia di una guerra che si trascina sempre più come un’enorme lotta d’attrito: i russi continuano a spingere, gli ucraini non crollano e in alcuni settori riescono perfino a sorprendere.

Questo però non significa che la pressione di Mosca sia diminuita. Anzi. Zelensky ha denunciato che nell’ultima settimana la Russia ha attaccato l’Ucraina «migliaia di volte». Nel suo bilancio compaiono quasi 1.750 droni d’attacco, 1.530 bombe guidate e 39 missili usati contro il territorio ucraino. Il bersaglio, come ormai accade da mesi, non è soltanto militare. «Le infrastrutture civili sono sotto attacco: energia ed edifici residenziali», ha scritto il leader di Kiev, tornando a chiedere più sistemi di difesa aerea e più sostegno dai partner occidentali.

La linea ucraina resta questa: resistere sul campo e insieme convincere gli alleati che senza nuove forniture il logoramento rischia di diventare insostenibile. Non a caso Zelensky insiste sui missili di difesa aerea e sul bisogno di rafforzare le sanzioni contro Mosca e i suoi complici. Ogni giorno, per Kiev, la guerra si combatte su due tavoli. Il primo è il fronte vero, tra trincee, rovine, droni e artiglieria. Il secondo è quello diplomatico, dove bisogna impedire che la stanchezza europea e le oscillazioni americane si trasformino in un regalo per il Cremlino.

In questo quadro si inserisce anche un annuncio che racconta bene come il conflitto ucraino stia ormai diventando un laboratorio globale della guerra tecnologica. Zelensky ha detto che gli esperti di droni di Kiev saranno in Medio Oriente «la prossima settimana» per esaminare la situazione e fornire assistenza, in uno scambio che dovrebbe portare in cambio missili di difesa aerea statunitensi. È un passaggio enorme, quasi simbolico. Fino a poco tempo fa l’Ucraina era soltanto un Paese aggredito che chiedeva aiuto. Oggi prova a vendere competenze maturate sul campo, soprattutto nella guerra dei droni, diventando per altri teatri di crisi una fonte di know-how.

Sul versante opposto, Vladimir Putin continua a giocare la sua partita anche sul piano propagandistico. Il presidente russo ha descritto il rapporto tra Ucraina e Unione Europea con una formula sprezzante: «La coda che scodinzola del cane». L’immagine è quella classica della retorica del Cremlino, secondo cui Kiev non sarebbe un soggetto autonomo ma uno strumento nelle mani dell’Occidente. Putin ha ribadito inoltre che la crisi ucraina sarebbe nata «a causa del sostegno occidentale al colpo di Stato di Kiev», riproponendo la narrazione russa che da anni prova a rovesciare sulle democrazie europee e sugli Stati Uniti la responsabilità del conflitto.

Ma la realtà del campo racconta qualcosa di più complesso e, per Mosca, anche di più scomodo. Nel settore meridionale del fronte, soprattutto tra Zaporizhzhia e l’area di Huliapole, le brigate d’assalto ucraine stanno sorprendendo con operazioni rapide, leggere, sfruttando nebbia e nevicate per coprire i movimenti. Piccoli gruppi di blindati avanzano nella zona grigia, sbarcano paracadutisti nelle rovine dei villaggi e consolidano posizioni chiave finché il cielo resta abbastanza cupo da limitare l’efficacia dei droni russi. Non si tratta di una controffensiva classica, né di un’onda capace di sfondare in profondità. È piuttosto una serie di punture tattiche ben coordinate, pensate per disordinare il nemico, costringerlo a consumare risorse e impedirgli di ammassare truppe per nuove offensive su larga scala.

Gli stessi ucraini, del resto, frenano ogni entusiasmo. Il comandante del Primo reggimento d’assalto, Dmytro Filatov, lo ha detto con chiarezza: «Non stiamo conducendo una controffensiva perché non siamo in grado di avanzare in profondità». L’obiettivo è «migliorare la situazione tattica in alcune zone» e obbligare il nemico a bruciare uomini e mezzi per fermarli. È la logica della guerra di logoramento, ormai diventata il vero codice del conflitto: non conquistare grandi città in pochi giorni, ma sfiancare lentamente l’avversario fino a farlo collassare.

Uno dei fattori che avrebbe favorito questa fase ucraina sarebbe stato il blackout dei terminali Starlink usati dai russi sul territorio occupato. Le forze di Mosca, secondo questa ricostruzione, li avevano adottati in massa attraverso canali di contrabbando per coordinare reparti, droni e artiglieria. Il loro oscuramento avrebbe provocato una paralisi parziale nelle comunicazioni e nei rifornimenti, facendo saltare quella “kill zone” profonda decine di chilometri con cui Mosca, nei mesi scorsi, monitorava e colpiva quasi ogni movimento ucraino dietro le linee. In pratica, per qualche settimana, gli ufficiali di Kiev si sarebbero ritrovati con un miracolo tattico tra le mani: poter spostare uomini e mezzi senza essere immediatamente visti e centrati.

Questo però non cancella il problema di fondo. La Russia continua ad avere più uomini, più tank, più cannoni, più droni e una disponibilità di perdite che il Cremlino continua a considerare tollerabile. L’Ucraina, invece, soffre ancora sul reclutamento, con un livello di diserzioni molto alto tra i coscritti e con la cronica difficoltà a trasformare successi tattici in avanzate strategiche stabili. È il motivo per cui nessuno a Kiev si illude davvero. Anche se Pokrovsk resiste, anche se Kupiansk è stata rioccupata, anche se nel sud qualcosa si muove, la guerra resta lontanissima da una svolta definitiva.

Il dato più crudele è proprio questo: la macchina militare di Putin non sfonda, ma continua a macinare distruzione. Gli ucraini tengono, ma a prezzo di una carneficina enorme. In questa fase impadronirsi di un altro villaggio o issare una bandiera su nuove rovine conta meno di una volta. Conta di più distruggere i reparti nemici, consumarne le riserve, fiaccarne la capacità di rimpiazzo. È una guerra in cui spesso la priorità non è avanzare di trenta chilometri, ma uccidere abbastanza soldati da impedire all’altro di rigenerarsi.

Nel frattempo, la Russia prosegue anche la campagna contro la popolazione civile, colpendo infrastrutture energetiche e abitazioni. Kiev, dal canto suo, continua a reagire con incursioni in profondità contro impianti petroliferi russi, sempre più spesso accompagnate da missili di produzione nazionale oltre che da droni. È una guerra che ormai si combatte molto lontano dalla trincea, dentro i cieli, nelle centrali, nelle raffinerie, nelle reti elettriche, nella logistica del carburante. E proprio per questo somiglia sempre meno alle guerre del passato e sempre più a un assedio reciproco permanente.

La definizione forse più efficace è arrivata da Andrij Biletsky, comandante del Terzo Corpo d’Armata ucraino, che ha paragonato i due eserciti a «pugili esausti che combattono il dodicesimo round». È un’immagine brutale ma perfetta. Dopo quattro anni di cazzotti, nessuno dei due contendenti sembra avere abbastanza forza per stendere l’altro con un colpo secco. Ma entrambi continuano a colpire, sperando che sia il rivale a cedere per primo. E in questa sfida sfiancante, mentre Zelensky prova a mostrare che l’Ucraina è ancora capace di reagire e Putin continua a irridere Kiev e l’Europa, la sola certezza è che il fronte resta una gigantesca macchina di usura. Non vince chi corre di più. Vince chi riesce a restare in piedi un minuto dopo l’altro, quando tutti gli altri stanno già barcollando.