Due colpi in rapida sequenza, due bersagli apparenti, un solo obiettivo reale: Report. E se messi uno accanto all’altro, il “software-gate” e la vicenda delle chat Boccia–Ranucci raccontano molto più di una polemica televisiva: descrivono un clima, una postura, un modo di stare nel conflitto pubblico. Un modo che ha una caratteristica precisa: quando l’inchiesta riguarda gli altri, si grida allo scandalo; quando riguarda se stessi, si parla di “bufale”, di complotti, di “uso politico” delle istituzioni. Poi, appena serve, si fa l’esatto contrario.
Il primo fronte è quello del software Ecm, indicato come strumento utilizzato sui computer dei magistrati. Nel materiale che mi hai dato, la notizia chiave è questa: Procura di Milano ha aperto un’indagine per accesso abusivo a sistema informatico, dopo un esposto del Ministero della Giustizia. A rivelarlo è stato il Corriere della Sera, con un effetto collaterale politicamente notevole: evitare al ministro Carlo Nordio l’imbarazzo di dover attaccare la magistratura con i soliti argomenti sulla “giustizia a orologeria”, proprio mentre è sulle barricate contro Report.
Solo che qui arriva il boomerang. Perché, sempre secondo quanto riportato, i primi atti dell’indagine vanno nella direzione opposta rispetto alla minimizzazione: i pm delegano la Polizia Postale e delle Comunicazioni a verificare se, con un software di Microsoft, sia possibile entrare da remoto nei pc senza autorizzazione e senza lasciare tracce. Tradotto: se la Procura avvia verifiche tecniche, significa che la questione non è trattata come folklore. E se non è folklore, allora il racconto della “bufala” scricchiola.
In mezzo c’è la parte più scomoda: l’esposto del ministero, invece di chiudere il caso, finisce per spostare il mirino su chi ha fatto emergere il problema. Nel testo che mi hai fornito, il tecnico che avrebbe spiegato la falla sotto anonimato viene trascinato nel vortice e diventa indagato, mentre il giudice citato come possibile “vittima”, il gip di Alessandria Aldo Tirone, avrebbe autorizzato l’esperimento e ne avrebbe informato i superiori. Non solo: il test sarebbe stato ripetuto più volte e con log lasciati apposta per verificare se scattavano alert e controlli. È qui che la storia cambia colore: non più “una trasmissione che inventa”, ma un circuito istituzionale che, nel difendersi, rischia di certificare la gravità della domanda iniziale. E soprattutto, nel tentativo di colpire l’informazione, finisce di fatto per puntare il dito contro la “talpa di Report”, che – come viene scritto – sarebbe un dipendente del ministero. La logica non è nuova: non affronti il tema, individui chi lo ha reso visibile.
Il secondo fronte, quasi in fotocopia, riguarda le chat Boccia–Ranucci. Qui la dinamica è ancora più rivelatrice perché mette in scena un ingrediente potentissimo: la “trasparenza” invocata a comando. Nel materiale che mi hai riportato, alcune chat sarebbero state prese dalle carte dell’inchiesta Boccia–Sangiuliano e pubblicate sul quotidiano Il Giornale pur non avendo rilevanza processuale. Ranucci sostiene che siano state manipolate per costruire l’accusa di un attacco alla “lobby gay”. È un passaggio che sposta la storia dal terreno del gossip politico a quello della delegittimazione: non contesti una ricostruzione, provi a rovesciare un’identità, a incollare un’etichetta, a trasformare l’inchiesta in propaganda morale.
E qui entra in campo la politica. Fratelli d’Italia e Forza Italia chiedono “trasparenza” sulle chat, con Maurizio Gasparri citato tra i più attivi nel pretendere chiarimenti. Ma la stessa maggioranza, secondo la ricostruzione che mi hai dato, è quella che votò per tenere segrete le chat tra Boccia e Gennaro Sangiuliano su nomine, dinamiche di potere e figure politiche, impedendone l’utilizzo ai magistrati nell’inchiesta per peculato e rivelazione di segreto d’ufficio, poi conclusa con l’assoluzione. È qui che la “trasparenza” diventa una parola elastica: rigidissima quando serve a colpire qualcuno, improvvisamente morbida quando rischia di esporre il proprio campo.
Se si tiene insieme tutto, il quadro che esce non è quello di un legittimo dibattito su un programma televisivo. È un conflitto che tocca la direzione politica di una parte della destra, quella che spinge sulla separazione delle carriere e, nel contempo, costruisce un racconto in cui la magistratura è un potere ostile da contenere e l’informazione d’inchiesta un problema da neutralizzare. Il risultato è un paradosso: chi denuncia da anni l’uso politico delle Procure si affida con disinvoltura a esposti e iniziative che attivano indagini; chi ha fatto della privacy e della segretezza uno scudo, oggi chiede “trasparenza” sulle chat altrui.
In questa doppia vicenda c’è un dettaglio che vale più di molte analisi: l’ossessione per l’origine delle informazioni. La “talpa”, il tecnico anonimo, la chat estratta, la frase isolata. Si lavora sul canale, non sul contenuto. È una tecnica antica: se non puoi smentire in modo definitivo, prova almeno a rendere tossico chi racconta. E intanto il campo si allarga, perché se passa l’idea che l’inchiesta sia illegittima in sé, allora ogni controllo diventa attacco e ogni domanda diventa “blasfemia” istituzionale.
Alla fine, il doppio attacco non chiarisce davvero nulla sui due casi, ma chiarisce molto su un metodo: colpire Report su più piani, costringerlo a difendersi su due fronti contemporanei, trasformare ogni passaggio tecnico o privato in un’arma politica. E spingere la discussione fuori dai fatti, nel territorio più utile a chi vuole solo una cosa: che l’inchiesta, prima o poi, smetta di fare rumore.







