Famiglia nel bosco: c’è un momento, in certe storie, in cui il rumore si abbassa all’improvviso. Non finisce il dramma, non si cancellano le ferite, ma cambia il tono. Nel caso della famiglia nel bosco, quel momento potrebbe essere arrivato adesso. Catherine Birmingham, la madre che per settimane ha incarnato la parte più ribelle e imprevedibile della vicenda, ha detto di non voler più litigare. Non è un dettaglio. È la frase che può cambiare il senso di una storia rimasta finora incagliata tra diffidenze, scontri con i servizi e una separazione dai figli che ha trasformato tutto in una guerra di nervi.
La scena è quasi ordinaria, e proprio per questo colpisce. Un autogrill sulla superstrada tra Vasto e Chieti, focaccette ordinate al banco, i familiari accanto, il viaggio verso uno studio legale. In quel contesto Catherine ha spiegato di stare dicendo sì a tutte le richieste. Tradotto: basta muro contro muro, basta resistenza continua, basta opposizione frontale a ogni soluzione proposta dalle istituzioni. Per una vicenda che da settimane si trascina tra accuse reciproche, allarmi, polemiche e tensioni altissime, è un cambio di postura che pesa moltissimo.
Famiglia nel bosco, la svolta di Catherine cambia il clima
Da quando, il 6 marzo, è esplosa la crisi con la separazione dai tre figli oggi ancora ospitati in una struttura protetta di Vasto, il nodo principale è stato proprio questo: la difficoltà di costruire un terreno comune tra la madre e chi stava gestendo la tutela dei minori. Ogni scelta sembrava destinata a trasformarsi in uno scontro. Ogni proposta veniva letta come un’imposizione. Ogni passaggio finiva per irrigidire ancora di più una situazione già delicatissima.
Ora, invece, qualcosa si è mosso. Il primo vero segnale riguarda l’appartamento in frazione Fonte La Casa, messo a disposizione dal Comune di Palmoli. Catherine lo aveva respinto a lungo. Troppo vicino alla scuola, troppo legato a una normalità che evidentemente sentiva come estranea alla propria filosofia di vita, troppo distante dal mondo autosufficiente costruito nel casaletto nel bosco. Eppure alla fine ha accettato. Non solo: avrebbe anche espresso il desiderio di portare con sé la stufa in ghisa della vecchia abitazione, quasi a tentare un ponte simbolico tra il passato e la nuova sistemazione.
Non è un passaggio secondario. Accettare quella casa significa accettare anche un pezzo del percorso chiesto dai servizi e ritenuto necessario dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Significa smettere di combattere su ogni dettaglio e provare invece a rientrare dentro un quadro considerato più stabile e più adatto a un eventuale ritorno dei bambini.
Nathan convince il tribunale e i servizi
In questa fase, un ruolo decisivo lo sta giocando Nathan Travellion. Il tribunale, fin dal momento della separazione, ha indicato nel padre la figura ritenuta adeguata, mentre per Catherine è arrivata la sospensione della potestà genitoriale. È un dato duro, che fotografa il cuore del problema: oggi la donna non ha strumenti reali per opporsi alle decisioni di assistente sociale, tutrice e curatrice dei minori.
Ma proprio per questo la postura di Nathan diventa centrale. Incontro dopo incontro, il marito starebbe offrendo le garanzie richieste dai giudici. E questo, dentro una vicenda che per settimane ha avuto il sapore del caos, sta lentamente producendo un effetto. Anche chi veniva percepito come ostile da Catherine, a partire dall’assistente sociale Veruska D’Angelo, sembra convincersi che la strada intrapresa nelle ultime settimane possa davvero portare a relazioni positive per il tribunale.
È un punto importante, perché segnala un cambiamento non solo formale ma anche sostanziale nel clima generale. Lo conferma, indirettamente, anche il professor Tonino Cantelmi, psichiatra della difesa, che parla di una situazione che si starebbe rasserenando. In una vicenda così esplosiva, parole del genere valgono più di tante dichiarazioni urlate.
I figli, i colloqui e la strada verso il ricongiungimento
Il fronte più delicato resta naturalmente quello dei bambini. I test psichiatrici sui minori sono stati definitivamente annullati e questo consente di considerare chiusa quella fase della perizia sulla famiglia. È un altro passaggio che alleggerisce il quadro e toglie un elemento di forte pressione da una situazione già carica di tensione.
Anche sul piano dei rapporti tra madre e figli si registra un cauto movimento. Dopo che era stata avanzata l’ipotesi di fermare le videochiamate, perché ritenute fonte di agitazione per i minori, si è scelta una strada intermedia: le chiamate vengono preregistrate. Una soluzione strana, fredda, perfino innaturale, ma evidentemente considerata utile per ridurre l’impatto emotivo immediato. E soprattutto si starebbe lavorando per riaprire uno spazio di incontro di persona tra Catherine e i tre figli, possibilità che, in realtà, non risultava vietata dall’ordinanza dello scorso 5 marzo.
Qui si gioca la partita vera. Perché il trasferimento nella casa comunale, previsto per metà aprile, non è solo un cambio di indirizzo. È il possibile punto di ricomposizione. I coniugi sperano di potersi spostare lì insieme ai bambini, e questa speranza è il segnale più chiaro del fatto che la vicenda, pur restando fragile, sta entrando in una fase diversa. Meno ideologica, meno incendiaria, più concreta.
La nuova casa a Palmoli e il futuro del casaletto nel bosco
L’appartamento individuato dal Comune è già pronto, ammobiliato e disponibile. Le bollette saranno pagate dal Comune stesso, dettaglio che rende ancora più evidente la volontà delle istituzioni di accompagnare questo passaggio senza lasciare margini a nuovi stop. A metà aprile, inoltre, la madre, la sorella e il nipote di Catherine dovrebbero rientrare a Melbourne, dopo i ritardi causati dalla cancellazione di alcuni voli. Anche questo alleggerimento del contesto familiare allargato potrebbe contribuire a rendere più lineare il percorso.
Nel frattempo, il casaletto nel bosco non esce del tutto di scena. L’architetto Maria Mascarucci dovrebbe presentare al Comune di Palmoli la richiesta di ristrutturazione del piccolo immobile. È un particolare che racconta bene l’ambivalenza di questa storia: da un lato la necessità di entrare in una dimensione abitativa più regolare, dall’altro la volontà di non spezzare del tutto il legame con quel luogo che, nel bene e nel male, è stato il centro di tutta la vicenda.
Il punto, però, adesso è un altro: per la prima volta dopo settimane non domina il conflitto, ma la trattativa. Non prevale il no, ma una serie di sì pronunciati con prudenza. Non c’è ancora un lieto fine, e sarebbe ingenuo raccontarla così. Ma dopo giorni in cui tutto sembrava precipitare, la famiglia nel bosco torna a muoversi verso una possibile ricomposizione.
L’incontro con La Russa e il peso politico del caso
A dare ulteriore visibilità alla vicenda c’è anche l’incontro previsto in Senato tra Nathan Travellion, Catherine Birmingham e il presidente del Senato Ignazio La Russa. Un appuntamento che conferma quanto questa storia abbia ormai oltrepassato i confini del caso umano e giudiziario per diventare anche un fatto politico e mediatico.
Non è la prima volta che accade in Italia: una vicenda familiare esplode, si carica di simboli, viene letta come battaglia culturale, come scontro tra modelli di vita, tra istituzioni e libertà individuale, tra tutela dei minori e identità alternative. Ma proprio per questo il momento che si sta aprendo adesso conta più di ogni slogan. Se Catherine davvero ha deciso di non litigare più con nessuno, allora la storia può smettere di essere soltanto il racconto di una frattura e diventare, finalmente, la cronaca di un tentativo di ricucitura.







