L’ultimo schiaffo di Elkann a Repubblica: entra dal retro, esce tra i fischi

C’è qualcosa di profondamente simbolico, e insieme violentemente politico, nell’immagine di John Elkann che entra dal retro all’inaugurazione della mostra per i 50 anni di La Repubblica. Non è solo una scelta logistica. È una metafora perfetta. L’uomo che in sei anni ha smantellato il gruppo Gedi, pezzo dopo pezzo, riducendo il perimetro, svuotando le redazioni, annunciando ora la vendita di Repubblica e della Stampa, si presenta come se nulla fosse alla celebrazione della storia di quel giornale. Ma lo fa di nascosto. Da dietro. Come chi sa di non poter reggere uno sguardo frontale.

Elkann arriva prima di tutti, a porte chiuse. Visita la mostra in compagnia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quando la redazione non c’è ancora. Quando non ci sono le lavoratrici e i lavoratori. Quando non c’è chi avrebbe qualcosa da dire, e molto da chiedere. Poi, appena gli invitati iniziano ad affluire — compresi i giornalisti — Elkann sparisce. Scappa. Letteralmente.

All’uscita lo aspettano i fischi. Le urla. “Stai scappando con i soldi”. Un coro secco, diretto, senza fronzoli. Un saluto che non ha nulla di celebrativo e tutto di definitivo. Il Comitato di redazione di Repubblica non usa mezze parole. La presenza di Elkann viene definita “un vergognoso schiaffo al giornale e alle sue lavoratrici e lavoratori”. Uno schiaffo perché arriva da chi ha comprato il gruppo Espresso sei anni fa e “lo ha fatto a pezzi anno dopo anno”. Da chi, parole testuali, “si è detto nauseato del mondo dell’editoria”. Eppure eccolo lì, con tutti gli onori, a celebrare una storia che non gli appartiene e che ha contribuito a smontare.

Alla presentazione non c’erano i lavoratori. Non per scelta loro, ma per esclusione. Molti erano fuori dai cancelli, circondati dagli agenti, a manifestare uno sdegno che non è ideologico ma concreto. Perché qui non si parla di nostalgia, ma di futuro. O meglio, di assenza di futuro.

È in corso una vertenza che riguarda 1.300 persone. Un numero enorme. Famiglie, professionalità, carriere, competenze. Eppure, spiegano dal Cdr, “dopo aver appreso da altri organi di stampa che la trattativa era in chiusura”, la redazione ha chiesto garanzie occupazionali, pluralismo democratico, trasparenza. Ha chiesto un confronto. Ha chiesto chiarezza. Non ha ricevuto nulla. Solo silenzi, omissioni, vaghezza. Il dato forse più grave è un altro: John Elkann non ha mai incontrato le rappresentanze sindacali del gruppo Gedi. Non una volta. Non un tavolo. Non una risposta formale. Una distanza che non è solo fisica, ma culturale e politica.

La mostra che Elkann visita in solitudine racconta una cosa semplice e potentissima: il valore del lavoro. Il lavoro di uomini e donne che non hanno ereditato patrimoni smisurati, ma hanno costruito un giornale giorno dopo giorno. Con passione, dedizione, responsabilità. Un prodotto collettivo che ha fatto la storia del Paese. Ed è proprio qui che lo strappo diventa insanabile. Perché il lavoro — ricordano i giornalisti — è un valore costituzionale. Non una variabile di bilancio. Non un asset da spezzettare. Non una linea da tagliare.

In ballo non ci sono solo i posti di lavoro. C’è il pluralismo dell’informazione italiana. C’è l’indipendenza editoriale. C’è l’eredità di Eugenio Scalfari, di un giornale che non ha mai finto neutralità, che ha dichiarato apertamente una scelta di campo, che ha rappresentato una parte vitale del dibattito democratico.

“Tutto questo non è in vendita”, scrive il Cdr. Non lo è per chi ci lavora. Non lo è per chi legge. Non lo è per chi considera l’informazione un presidio democratico, non un giocattolo per eredi annoiati. Resta una domanda, una sola, martellante, che da anni viene posta ai vertici Gedi senza ottenere risposta: perché comprare un giornale per poi smembrarlo?

Perché non presentare un piano industriale? Perché investire solo nei tagli? Perché disimpegnarsi dall’editoria dopo averla svuotata? Forse, scrivono amaramente i giornalisti, un giorno lo sapremo. Forse lo leggeremo in una mostra futura. Ma di certo, concludono, la festa di Repubblica non è il posto di John Elkann. E l’ingresso dal retro, seguito dalla fuga tra i fischi, resterà come l’immagine più triste di questa storia.