Cuore “bruciato” dal ghiaccio secco, la cardiochirurga sospesa contrattacca: «Errore a Bolzano». Al primario Oppido tolto anche lo stipendio

Ospedale Monaldi – Napoli

Nel caso del piccolo Domenico, morto a due anni il 21 febbraio al Monaldi dopo un lungo calvario seguito al trapianto di cuore, la linea difensiva della cardiochirurga sospesa si trasforma in un atto d’accusa. Non solo una replica tecnica. Ma un documento che individua con precisione un presunto punto di rottura. Il “ghiaccio” utilizzato per il trasporto dell’organo espiantato a Bolzano.

Le parole degli avvocati

“Appare singolare che non venga minimamente presa in considerazione la posizione del personale di sala. Che, a fronte di una richiesta di ghiaccio da utilizzare per il trasporto dell’organo espiantato, avrebbe fornito un prodotto totalmente diverso. Anidride carbonica allo stato solido, indistinguibile a occhio nudo dal ghiaccio comune, ignorandone gli effetti ustionanti”. Lo scrivono gli avvocati Dario Gagliano e Anna Ziccardi, che assistono Gabriella Farina, la cardiochirurga del Monaldi che ha eseguito l’espianto del cuore. Quello poi danneggiato dal contatto con ghiaccio secco durante il trasferimento verso Napoli.

Farina, insieme ad altri sei medici, è indagata per la morte del bambino. Da oggi per lei scatta una sospensione di un mese dal servizio. Ma il provvedimento più severo riguarda Guido Oppido, il primario che il 23 dicembre ha impiantato l’organo al piccolo nonostante risultasse compromesso. “Sospeso in via cautelare dall’incarico e dal servizio con privazione della retribuzione fino all’esito del procedimento penale”.

La difesa di Farina

La difesa di Farina contesta apertamente l’immagine che si è consolidata nelle ultime settimane, quella di un’équipe napoletana impreparata e confusa. “La rappresentazione dell’équipe napoletana come sprovveduta ed impreparata appare ingenerosa. Specie se contrapposta alla presunta efficienza dei medici austriaci e del personale dell’ospedale di Bolzano. E alimenta una lettura distorta della vicenda che non rende giustizia alla professionalità dei medici che lavorano al Monaldi e nelle strutture del sud”.

Il richiamo è esplicito

Sottrarre “il dibattito pubblico a logiche territoriali o a stereotipi che nulla hanno a che vedere con la valutazione delle condotte professionali”. Una frase che segnala quanto la vicenda abbia assunto anche una dimensione simbolica, oltre che giudiziaria.

Secondo i legali, la ricostruzione dei fatti sarebbe meno caotica di quanto emerso dagli audit e da alcune testimonianze interne. I membri dell’équipe di Innsbruck, viene sottolineato, avrebbero riferito che, “salvo incomprensioni iniziali, l’espianto si è svolto in un clima tranquillo nel rispetto dei protocolli”. Un elemento che la difesa utilizza per ridimensionare l’idea di una sala operatoria in affanno.

L’altro punto chiave: il contenitore di trasporto del cuore

Altro punto chiave riguarda il contenitore utilizzato per il trasporto del cuore. I legali sostengono che fosse “conforme alle norme vigenti” e che i medici incaricati dell’espianto “non erano stati informati dell’esistenza di contenitori alternativi più moderni”. Dunque, secondo questa versione, l’équipe avrebbe operato seguendo la prassi disponibile, non scegliendo strumenti inadeguati per negligenza.

Immagini fuorvianti

Le immagini circolate online di un frigorifero dell’ospedale di Bolzano con l’etichetta “ghiaccio secco” vengono definite “fuorvianti” perché “inducono a credere che Farina non avrebbe neppure letto l’etichetta”. La nota chiarisce che il materiale refrigerante sarebbe stato prelevato in officina e portato in sala operatoria “in una scatola di polistirolo” da operatori dell’ospedale locale, mentre la cardiochirurga era impegnata a completare il confezionamento dell’organo per garantire una partenza rapida verso Napoli. Una ricostruzione che, se confermata, sposterebbe l’attenzione sulla fase di consegna e identificazione del materiale.

Si apre un nuovo fronte sul piano tecnico-giudiziario

Mentre la Procura prosegue le indagini per omicidio colposo, si apre intanto un nuovo fronte sul piano tecnico-giudiziario. La famiglia del piccolo ha annunciato l’intenzione di chiedere la ricusazione di uno dei periti nominati dal giudice per l’incidente probatorio. “Avanzeremo istanza di ricusazione del cardiochirurgo Mauro Rinaldi, che figura nel collegio dei periti scelti dal gip per l’incidente probatorio — annuncia Francesco Petruzzi, legale della famiglia di Domenico — da una semplice ricerca sul web risulta che il professore ordinario di cardiochirurgia dell’Università di Torino abbia espresso una indebita manifestazione ante-incarico sui fatti e che sia coautore di una pubblicazione scientifica di uno dei medici indagati”.

Per il legale questo determinerebbe “un difetto delle garanzie di imparzialità”. Petruzzi solleva inoltre nuove contestazioni nei confronti di Oppido, parlando di presunte discrepanze nella cartella clinica e definendo “un falso” alcuni elementi, pur a fronte di un procedimento che, allo stato, resta incardinato sull’ipotesi di omicidio colposo.

Il caso Domenico si muove così su più livelli: quello tecnico, legato alla gestione dell’espianto e del trasporto; quello organizzativo, che chiama in causa procedure e controlli; quello disciplinare, con sospensioni e stipendi congelati; e infine quello giudiziario, che dovrà stabilire se e dove si sia verificato l’errore decisivo. In mezzo, resta la morte di un bambino e una domanda che nessuna nota difensiva o polemica tra parti può cancellare: in quale punto esatto si è interrotta la catena che avrebbe dovuto proteggerlo.